Lo Sviluppo dei Sistemi e delle Scuole
Antichi.
Come abbiamo notato nel I e Il capitolo,
l'approccio del Buddha
all'insegnamento era innanzitutto terapeutico, motivo
per cui usava
varie strategie per indurre i suoi ascoltatori alla
realizzazione del
nirvana. A un certo punto egli disse (S. LVI.31) che la
conoscenza da
lui ottenuta nel risveglio poteva essere comparata alle foglie
di una
foresta; gli insegnamenti da lui impartiti erano come una
sola
manciata di foglie. Aveva deciso di insegnare solo quei punti
che
avrebbero contribuito alla fine della sofferenza, accantonando
tutta
la conoscenza che non avrebbe servito tale scopo. Non è
dunque
sorprendente che non abbia lasciato dietro di sé un
sistema
filosofico. Usando un'altra immagine, disse ai suoi ascoltatori
che,
in realtà, si trovavano in una casa che stava bruciando.
Anziché
compilare una pianta completa della casa, egli aveva
semplicemente
indicato le vie d'uscita. In uno dei suoi discorsi più
importanti (M.
1) criticò severamente quei monaci che tentavano di costruire
un
sistema filosofico dalle categorie del suo insegnamento. Oltre
al
ricordo dei suoi discorsi, lasciò una serie di miitrka (elenchi)
dei
principali argomenti dei suoi insegnamenti, come le 'al!
del
risveglio', ma questi elenchi non erano affatto organizzati in
modo
sistematico.
Lo sviluppo del buddhismo antico in India
Nei primissimi secoli dopo il parinirvana,
molti seguaci del Buddha
arrivarono a considerare questa màncanza di
sistematicità come una
grave carenza. Ciò poteva essere dovuto a pressioni
esterne (il
bisogno di difendere il buddhismo da accuse di inconsistenza
o
inadeguatezza) oppure a '
pressioni provenienti dal sangha stesso. Poco
prima del parinirvana
(D. 16), il Buddha disse ai suoi discepoli di valutare
l'autenticità
di un insegnamento in base alla sua coerenza con quanto essi
già
conoscevano della sua dottrina: se qualcuno riferiva di aver
sentito
dire che un certo insegnamento era del Buddha, l'autorità citata
non
andava considerata sufficiente. Dopo il primo concilio, i
buddhisti
che non vi avevano preso parte molto probabilmente
proposero
insegnamenti che si pretendevano ascoltati direttamente
o
indirettamente dal Buddha, e dunque c'era bisogno di criteri precisi
su
quali fossero i punti essenziali dell'insegnamento.
I primi sforzi per
stabilire tali criteri presero la forma di semplici
elenchi di argomenti
rilevanti, attribuiti a Sariputra e posti nelle
Raccolte lunghe dei sutra. A
questi seguirono i primi testi
dell'Abhidharma, che organizzarono il
materiale in modo più
sistematico, espungendo sinonimi e ridondanze, al fine
di presentare
gli insegnamenti come un insieme più coerente. Durante
questo
processo, nei sutra vennero alla luce apparenti incongruenze e
il
problema di come trattarle portò il sangha dei bhikkhu a
intraprendere
ricerche originali nel metodo filosofico e nella logica
formale. La
diversità delle risposte elaborate fu uno dei fattori più
importanti
che condussero il saizgha a dividersi in varie scuole.
Se si
presume che gli insegnamenti del Buddha fossero innanzitutto
terapeutici, le
incongruenze non sono un grande problema. Si
elaborarono infatti approcci
diversi per tipi di problemi diversi. Se
però si vuole un sistema logicamente
coerente bisogna risolvere le
incongruenze. I monaci più anziani ben presto
proposero che la
terminologia del Buddha fosse da considerarsi su due
livelli: uno
convenzionale, in cui il Buddha usava in modo figurato il
linguaggio
quotidiano per discutere determinati prOblemi con quelle persone
che
non avrebbero tratto beneficio da un discorso filosofico più
elevato;
e un livello ultimo, in cui si riferiva diretta
mente alle realtà
assolute in senso letterale. I termini assoluti
furono alla fine ridotti a
elenchi fissi e, a eccezione del nirvana,
categorizzati in base ai cinque
skandha, insieme a un elenco dei
generi di relazione che operavano fra loro.
I trattati che contengono
tali elenchi e categorie formarono i testi
dell'Abhidharma originario.
A essi si aggiunsero manuali metodologici e
commenti più tardi per
dimostrare come ogni affermazione dei sutra potesse
ridursi a termini
assoluti e alle loro relazioni.
A ogni modo, la capacità
esplicativa di tali elenchi non si fermò ai
sutra. Si elaborò una filosofia
sistematica attraverso la quale
utilizzare gli elenchi elaborati per spiegare
tutti i fenomeni
percepibili nel cosmo. Si affermò che i termini
fondamentali
corrispondevano ai fenomeni, sia fisici sia mentali, nel
livello
ultimo della realtà. Così, ciascun termine divenne un dharma,
un
genere di evento impersonale con un suo svabhiiva (essere, natura),
che
poteva dunque esistere e funzionare senza bisogno di un agente
personale.
Eccetto il nirvana, tutti i dharma erano configurazioni di
energia che
esistevano solo. temporaneamente, condizionandosi l'un
l'altro. il segno
caratteristico di questo sistema era la conversione
della dottrina del non sé
in un principio metafisico. Tutti gli eventi
nel corpo, nella mente e nel
cosmo si potevano spiegare attraverso una
pluralità di dharma momentanei,
senza riferimento ad alcun agente
personale o sé durevole. Questa virata
nello status della dottrina del
non sé ebbe riflessi nelle polemiche
antibuddhiste del tempo. I sutra
jaina composti nel I secolo dopo il
parinirvana lamentavano che i
buddhisti non assumessero alcuna chiara
posizione sulla natura del sé
e sulla sua esistenza, mentre trattati
brahmanici più tardi ritraggono
i buddhisti come fermi difensori della non
esistenza del sé.
Questi sviluppi dotarono i buddhisti di-un corpo
dottrinale
sistematico adatto alla difesa della loro posizione dagli
attacchi
esterni e tale da armonizzare l'insegnamento interno. Portarono
anche,
però, alla formazione di scuole di pensiero diverse, in quanto
i
monaci cominciarono a discutere su quali fossero gli insegnamenti
ultimi
del Buddha e come dovessero essere rintracciati nelle
voluminose raccolte di
sutra. Prima di discutere alcune delle più
importanti divergenze, però,
bisogna ricordare che, nonostante ciò,
nel movimento buddhista delle origini
non ci furono scismi. Monaci
appartenenti a scuole diverse vivevano spesso
insieme in armonia negli
stessi monasteri. Gli avvertimenti del Buddha contro
gli scismi (due o
più gruppi di monaci che vivevano entro i confini dello
stesso
monastero e si rifiutavano di condurre insieme gli affari
comuni)
furono espressi così severamente che i monaci non contemplarono
mai
una separazione talmente drastica. Se un gruppo qualsiasi
avesse
ritenuto le sue differenze rispetto agli altri così forti da non
poter
vivere insieme, si sarebbe ritirato altrove e si sarebbe stabilito
in
un altro monastero.
3.2.1. Il secondo concilio e i
Mahasanghika
Sebbene molte differenze fra le varie scuole sembrino di poco
conto,
esse mostrano tuttavia che i primi monaci buddhisti erano alle
prese
con un grosso problema, comune d'altronde a tutte le religioni dopo
la
morte del fondatore: come estrarre dai suoi insegnamenti lo spirito
del
suo messaggio, così da trasmetterlo con efficacia alle nuove
generazioni. La
prima controversia è datata tradizionalmente a cento
anni dopo il
parinirvana, quando gli sthavira (anziani) nella parte
occidentale dell'India
appresero che i monaci nella città orientale di
Vaisala avevano cominciato a
fare modifiche nel codice monastico,
alcune tutto sommato di poco conto,
come, per esempio, permettere di
tenere una scorta di sale per dare sapore ai
cibi insipidi ricevuti in
elemosina, ma altre più significative, come
permettere l'uso di oro e
argento. A Vaisala si riunì un consiglio per
discutere nove punti
della disciplina nonché il principio sotto stante a
tutte le pratiche
del gruppo di VaiSala, ovvero che era permesso assumere
come guida le
pratiche del proprio maestro. Condannando tutte le modifiche
che erano
state fatte nelle regole, il concilio decise che la pratica di
seguire
il proprio maestro era solo talvolta ammissibile. li
pronunciamento
formale su questo punto, a ogni modo, non specificò come
determinare
tale ammissibilità. il modo in cui gli anziani occidentali
condussero
il concilio indicava che la guida finale dovesse essere costituita
dai
testi, ma sembra che la maggioranza dei monaci orientali non
fosse
d'accordo. Poco dopo, questi ultimi tennero un loro concilio nel
quale
formarono la scuola indipendente dei mahasanghika
('grande
assemblea').
Le testimonianze storiche divergono su quale fu la
questione che, in
particolare, spinse a questa mossa, ma un esame delle
dottrine
successive dei Mahasanghika e delle loro ramificazioni mostra che
la
spinta generale proveniva dal rifiuto dei Sutra e del Vinaya
come
autorità definitiva sugli insegnamenti del Buddha.
Alcune
ramificazioni del mahasanghika sostenevano che gli arhant
erano
fallibili e dunque non si poteva essere sicuri che avessero
ricordato
correttamente gli insegnamenti del Buddha. li sottogruppo
dei
katukkutika sosteneva che si potesse arrivare agli
insegnamenti
assoluti del Buddha solo attraverso la logica; che studio
e
meditazione non erano dunque attività necessarie; che la sola
fonte
attendibile era il loro Abhidharma. Altri, soprattutto
i
Lokottaravadin, diedero inizio a una elaborata 'buddhologia', una
teoria
della -buddhità, sulla base del fatto che, seppure i testi
fossero stati
testimonianze attendibili, erano comunque espressi nel
linguaggio mondano
convenzionale. Il messaggio ultimo del Buddha,
dicevano, era trascendente e
dunque non di questo mondo. Questa linea
si sviluppò ulteriormente nella
credenza che il Buddha, in un senso
ultimo, continua a esistere fino a quando
ci sono esseri senzienti e
che egli ha il potere di far sorgere intuizioni
nella mente di altri
esseri. Tale credenza fornì un mezzo per giustificare
intuizioni sul
messaggio del Buddha che non potevano avere il sostegno dei
testi: era
il Buddha trascendente ad aver posto tali intuizioni nella mente
delle
persone che le esponevano.
Nonostante le ampie differenze, il comun
denominatore delle posizioni
mahasanghika era la non accettazione dei testi
come unica autorità
determinante i veri insegnamenti del Buddha. Comunque
interpretassero
i mezzi di trasmissione, concordavano su una possibile
trasmissione al
di fuori dei testi. Questo punto di vista è emerso in
continuazione
nel corso della tradizione buddhista, e oggi si trova non solo
nelle
scuole zen e tibetane, che lo articolano con maggior chiarezza,
ma
anche in alcune scuole di discendenza theravadin. Si tramanda che
i
Mahasanghika permettevano ai monaci non completamente svegliati
di
partecipare ai loro dibattiti sul modo corretto di interpretare
il
dharma. Questo mostra che erano più propensi degli Sthaviravadin,
gli
anziani da cui si erano separati, a prestare credito.
all'ispirazione
e al ragionamento individuale, anche ,se non sostenuti
da
un'esperienza di risveglio e dal riscontro integrale dei testi. il
lato
positivo di questo approccio era la sua apertura a una
trasmissione personale
del dharma, lIbera dalla tirannide della
scolastica, modellata su quell'
approccio personale che era proprio
del Buddha stesso. li lato negativo era
nel fornire un' apertura a ciò
che è stato denominato 'buddhismo su misura',
in cui parte della
tradizione viene soppressa o denigrata perché non si
adatta a principi
esterni alla tradizione, né a quelli derivanti da
preferenze personali
e da una lettura solo parziale dei testi. Sebbene non
abbiamo versioni
complete degli Abhidharma mahasanghika, testimonianze
esterne ci fanno
capire che negavano aspetti centrali nell'insegnamento. Ad
esempio,
accettavano solo modelli causali lineari e rifiutavano che il
Buddha
fosse soggetto alle leggi del karma. Da tutti i resoconti si
ricava
che l'atteggiamento liberale dei Mahasanghika verso la
tradizione
generò, alla fine, il movimento mahayana, il quale asseriva che
ì
primi arhant non solo potevano aver frainteso certi dettagli
degli
insegnamenti originali del Buddha, ma, in realtà, non ne
avevano
nemmeno afferrato l'essenziale.I Mahasanghika conservavano un
loro
centro nella capitale, Pataliputra, ma la loro forza principale
si
sviluppò al sud, soprattutto intorno ai grandi centri religiosi
di
Amaravati e Nagarjunikonda. Mantennero la loro identità fino
alla
caduta del buddhismo nell'India del nord. I viaggiatori cinesi,
nel
VII e VIII secolo, li elencano come una delle quattro maggiori
scuole
di buddhismo ancora esistenti in India a quel tempo. Di loro non
ci
rimangono molti testi.
I Pudgalavadin '
li fatto che i
Mahasanghika fossero innanzitutto uniti su una
posizione negativa, ovvero
mettere in discussione l'autorità del
canone, spiega facilmente il vasto
numero di sottogruppi che si
svilupparono in brevissimo tempo. A ogni modo,
anche gli
Sthaviravadin, che erano rimasti uniti sull'accettazione
dell'intero
canone, cominciarono a dividersi analogamente nel tentativo
di
produrre un sistema filosofico solido che potesse render
conto
pienamente di tutto quanto era nei testi. La prima spaccatura
riguardò
la possibilità di ridurre ai cinque skandha tutti i concetti
del
Sutrapitaka, escluso il nirvana, e in particolare il concetto
di
pudgala (persona, individuo). Gli Sthavira ortodossi, con cui
i
Mahasanghika erano d'accordo su questo punto, dicevano che
era
possibile. TI gruppo che dissentiva, detto dei Vatslputrlya
o
Pudgalavadin, in riferimento alla loro dottrina principale, negava
tale
possibilità, sostenendo che il Buddha aveva usato il termine
'persona' in tre
contesti in un modo che non poteva essere inteso
semplicemente come
un'espressione convenzionale per i cinque skandha.
Ma non era neanche
completamente separato da loro e dunque non
costituiva un dharma
distinto.
I tre contesti citati dai Pudgalavadin si riferivano a: 1. i
cinque
skandha nella vita presente; 2. la trasmigrazione; 3.
il
raggiungimento del parinirvarna. Nel primo contesto, i
Pudgalaavadin
citavano un verso del Sutrapifaka il quale afferma che la
persona è il
portatore del peso dei cinque skandha. Se non si assumesse una
tale
persona,.dicevano, non si spiegherebbe la coesione e l'integrità
delle
esperienze di un individuo, né che esistano cose come la memoria e
che
le percezioni, le sensazioni, eccetera, di una certa persona
non
possano diventare le percezioni e le sensazioni di qualcun
altro.
Riguardo al secondo contesto, se non si assume che la persona sia
un
principio trasmigrante, non hanno senso gli insegnamenti del
Buddha
secondo cui una persona, alla sua morte, rinasce in un luogo soIo
alla
volta, o che lo stato di vincitori della corrente, una
volta
raggiunto, viene trasferito alle proprie vite seguenti. Nel
terzo
contesto, se non si ammette la persona, non ha senso sostenere
che,
quando gli skandha finiscono con il parinirvarna, si arriva all'
altra
sponda e alla beatitudine della liberazione. Comunque, una
volta
superato il punto del parinirvarna, dicono i Pudgalavadin, non si
può
dire nient'altro sul pudgala, perché, in quanto concetto, ha un
potere
descrittivo solo in relazione agli skandha.
Nel formulare questa
spiegazione del Sutra, i Pudgalavadin
introdussero una terza categoria di
essere - esistenza relativa - a
metà fra le categorie classiche della realtà
assoluta proprie dell'
abhidharma e la designazione convenzionale. Il
concetto di persona
aveva Un'esistenza relativa agli skandha, come i! fuoco
esiste solo in
relazione al suo combustibile, e in quanto tale non potrebbe
essere
descritto separatamente da esso. Dunque doveva essere
classificato
come ineffabile, poiché i terimini condizionato' e
'incondizionato',
che, in senso stretto, potevano applicarsi solo ai dharma,
non
potevano applicarsi a tale concetto di persona. Questa introduzione
di
una nuova categoria fece esplodere attacchi vioIenti da parte di
tutte
le altre scuole di abhidharma, che rifiutavano di considerare
la
possibilità che la realtà potesse essere spiegata al di fuori
delle
categorie binarie di verità assolute ed espressioni convenzionali.
Ci
rimangono testi in cui gli Sthavira e il gruppo affiliato
dei
Sarvastivadin (cfr. § 3.2.3) tentano di costringere i Pudgalavadin
a
far rientrare il loro concetto in una delle due categorie; ma
i
Pudgalavadin si rifiutano di farlo. Questo, per gli Sthavira, fu
la
prova sufficiente della incoerenza e incomprensibilità della tesi
dei
.Pudgalavadin. Inoltre, accusarono il loro concetto di persona
di
sfidare apertamente la dottrina .del non sé, di costituire una
visione
basata sull' esistenza del sé individuale e di conseguenza di
sbarrare
il cammino al nirvana. I Pudgalavadin, da parte loro, riuscirono
a
citare passi dal Sutrapitaka a sostegno dell'idea secondo cui 'non ho
un
sé' è solo una errata visione nichilista, e l'analisi tipica
dell'Abhidharma
sbarrava in realtà il cammino al nirvana. Il loro
concetto di persona
esistente relativamente, essi dicevano, non era un
sé, in quanto non poteva
essere conosciuto in modo da funzionare come
oggetto di attaccamento. In
quanto tale, costituiva una via di mezzo
fra la visione brahmanica di un sé
eterno e la visione nichilista
dell' assenza di sé, entrambe attaccate dal
Buddha, e dunque
conservava fedelmente il senso dei sutra.
Come si può
immaginare, i dibattiti arrivarono a un 'punto morto, in
cui nessuna delle
due parti si sottometteva ai presupposti logici
dell'altra. Questa situazione
di stallo durò per secoli. I
Pudgalavadin sopravvissero come scuola fino a
che il buddhismo fu
spazzato via dall'India del nord all'inizio del
XIII secolo. La loro
ramificazione principale, i Sammatiya, fiorì nel
VII-VIII secolo,in
gran misura grazie àl patrocinio del grande re buddhlsta
dei Gupta,
Haravardhana (606-647 d.C.), la cui sorella Rajyas entrò a far
parte
della scuola come bhikkuni. Secondo i pellegrini cinesi del tempo
era
la setta dominante nella valle del Gange. Come nel caso
dei
Mahasanghika, però, ci rimangono soltanto pochi loro testi, per lo
più
in traduzione cinese.
Il terzo concilio e i Sarvastivadin
Le
fonti theravadin tramandano che un' altra spaccatura divise
ulteriormente gli
Sthaviravadin al concilio di Pataliputra,
patrocinato dal re Asoka nel 250
a.c.' circa. Questo terzo concilio
(gli Sthavira non tenevano conto del
concilio da cui nacquero i
Mahasanghik.a) produsse due fazioni, chiamate
Vibhajyavadin
('distinzionisti') e Sarvastivadin (coloro per i quali 'tutto
esiste].
La tesi princ!pale di questi ultimi era che le cose passate e
future
esistono realmente,. così .come le presenti. Questa posizione
Volèva
nsolvere una delle questioni che avevano cominciato a
tormentare
1'analisi dell' abhidharma una volta accettata la credenza che
i
dharma abbiano un' esistenza momentanea: se è così, come può il
karma
avere effetti a lungo termine? La soluzione sarvastivadin
prospettava
che i dharma avessero un' esistenza permanente la cui
modalità
cambiasse dal futuro al presente al passato. Così, anche se
nella
modalità passata, un dharma è sempre in grado di
esercitare
un'influenza su altri dharma via via che essi si avvicinano
alla
modalità presente momentanea. I Vibhajavadin, la cui visione era
in
accordo con quella Mahasanghika, rifiutavano questa soluzione in
quanto
costituiva una negazione degli insegnamenti del Buddha
sull'impermanenza e la
produzione condizionata.
li concilio di Pa!aliputra si pronunciò contro i
Sarvastivadin, alcuni
dei quali emigrarono a ovest e a nord, e stabilirono in
Kasmir un
forte centro, che fiorì per mille anni circa, e altri centri a
Mathura
e nel Gandhara, dove il buddhismo prosperò sotto i re
indo-greci,
durante il II secolo a.c. li più grande di questi re, Menandro
(in
pali, Milinda), si dice che diventò buddhista. Gli indo-greci e i
loro
successori in questa regione, gli Saka (I a.c. 1 d.C. e i
Kusana.1°
metà d.C. - metà III secolo d.C.), erano tutti invasori
provenienti
dalla Battriana e dalla Partia che mantenevano le loro
connessioni con
l'Asia centrale e permisero al buddhismo di diffondersi nelle
città
stato in via di sviluppo lungo la via della seta fra la Cina.
e
1'Occidente. Questo mise i Sarvastivadin in una posizione favorevole
di
dominio sulle città settentrionali della rotta commerciale:
Kashgar, Aksu,
Kucha, Karashahr. Da qui influenzarono la prima
diffusione del buddhismo in
Cina.
Anche se i Sarvastivadin presero nome dalla loro visione
filosofica
sul tempo e sull'essere, il loro ruolo fondamentale nella
storia
buddhista fu quello di alimentare la dottrina delle
paramita
(perfezioni), che divenne una pietra angolare del Mahayana.
Il
bodhisattva, dicevano, realizza sei perfezioni: generosità,
virtù,
pazienza, energia spirituale, dhyana, discernimento. Queste
qualità
sono lodate di frequente nei sutra, ma diventano perfezioni
solo
quando vengono pienamente sviluppate. I jataka, raffigurati
nell'arte
del II secolo a.c., raccontano come Gautama nelle sue vite
precedenti
avesse realizzato tutte queste perfezioni. Per esempio, in una
vita fu
un asceta che risiedeva nel parco di un re dissoluto di Benares.
Un
giorno il re vi entrò con un gruppo di danzatriçi, e quando
si
addormentò, ubriaco, le donne si allontanarono e scoprirono
1'asceta.
Al suo risveglio, il sovrano si adirò nel vedere le sue donne
intorno
al mendicante, intente ad ascoltare il suo discorso. Chiese
al
bodhisattva quale dottrina professasse, e gli fu risposto
ksanti
(pazienza). Allora il re convocò il suo carnefice, fece
flagellare
duramente il bodhisattva e poi gli chiese: "Che cosa professi?", e
la
risposta fu ancora: "La pazienza". li re fece tagliare mani e
piedi
alla sua vittima, poi il naso e le orecchie. Sino alla fine,
il
bodhisattva seguitò a professare la pazienza e non provò
nessuna
rabbia. La Terra, però, perse la pazienza e, mentre il
tiranno
lasciava il parco, si aprì sotto i suoi piedi gettandolo
nell'inferno
più profondo. Altri racconti popolari esemplificavano altre
perfezioni
ed esortavano gli ascoltatori a imitare il bodhisattva, ma
nel
contempo dipingevano le sue virtù in termini così estremi da
far
sembrare il percorso del bodhisattva più una meraviglia sovrumana
che
una guida pratica per vivere. Solo con i sutra mahayana gli
uomini
furono incoraggiati a diventare essi stessi bodhisattva.
3.2.4.
ISautantrika e le scuole posteriori
In una data incerta, forse tre secoli
dopo il parinirvana oppure nel
Il secolo d.C. (cfr. § 4.4), i Sautrantika si
separarono dai
Sarvastivadin. Questo gruppo fu così chiamato perché negava
l'autorità
scritturale del 'Abhidharma e riconosceva solo i Sutranta (=
Sutra)
come sua guida. Nonostante ciò, con la difesa della loro
visione
contro le posizioni delle scuole dell'Abhidharma, contribuirono
molto
allo sviluppo del pensiero abhidharma, fornendo al Mahayana sia
alcuni
concetti chiave, sia critiche contro la dottrina dei Sarvastivadin.
Da
un lato i Sautrantika avanzarono validi argomenti contro
l'esistenza
reale dei dharma passati e futuri (tesi sarvastivadin),
sostenendo
che, se fosse così, le cose condizionate durerebbero per sempre,
e
questo è impossibile. Dall' altro, proposero parecchie dottrine
positive
per soppiantare la tesi sarvastivadin. Particolarmente
importante, anche per
il ruolo che poi ebbe nel pensiero yogacarin
(cfr. § 4.3), è la loro
spiegazione del karma, secondo la quale ogni
atto intenzionale lascia semi
che portano effetti latenti nel flusso
della personalità, fino a che viene il
momento della fruizione.
Come nel caso dei Vibhajyavadin, che conservarono il
nome dello
Sthaviravada, furono uniti soprattutto durante il concilio
di
Pataliputra dalla loro opposizione ai Sarvastivadin, ma bén presto
si
frammentarono in sottoscuole. Una di queste, i Mahisasaka, si
trovava
nella valle di Narbada, fra Sanci e Ajanta, da dove si diffuse a
sud,
nel Deccan e nelle coste dell'Andhra. Già nel v secolo, i suoi
monaci,
che avevano gradualmente aderito al Mahayana, avevano perso la
loro
originaria identità settaria.
I Dharmaguptaka si separarono dai
Mahisasaka piuttosto presto e sembra
che fossero concentrati per lo più nel
nord-ovest dell'India e nell'
Asia centrale, da dove esercitarono la loro
influenza in Cina, tanto
che ci sono pervenute ampie sezioni del loro canone.
Erano specialisti
nell'arte della dharani, o mantra (formule magiche di
protezione), che
dovevano essere popolari fra coloro che viaggiavano su
strade
pericolose. A questo riguardo, svilupparono una pratica che aveva
un
ruolo del tutto minore nei sutra antichi ma che fiorì con la
nascita
del tantrismo (cfr. cap. 6).
Ciò che rimase del gruppo
sthaviravadin continuò a essere potente
nella valle del Gange fino al XIII
secolo. Il solo gruppo che
sopravvisse, della sua linea, o meglio di
qualsiasi linea hinayana, è
un gruppo arcaico di Vibhajyavadin (che
mantengono la versione pali
del nome originale, Theravadin), che si stabilì
nello Sri Lanka, al
Grande Monastero di Anuradhapura, intorno al 240 a.c. Per
gran parte
del II secolo a.c. lo Sri Lanka fu governato dai Tamil, non
buddhisti,
che l'avevano invaso dall'India del sud, tagliando fuori !'isola
dallo
sviluppo continentale. Quando lo Sri Lanka divenne di
nuovo
indipendente, il buddhismo theravadin si era ormai affermato
nello
stampo arcaico che ha mantenuto da allora.
Gli elenchi dei nomi
delle scuole, che hanno l'apparenza ingannevole
di paradigmi grammaticali,
danno un'impressione di ordine e di
esclusività che non corrisponde alla
realtà. Nei primi anni, quando i
canoni dovevano essere memorizzati, un
monaco apparteneva
esclusivamente alla suola di cui aveva memorizzato i
testi. Con il I e
II secolo d.C., però, quando la cultura scritta soppiantò.
quella
orale e i testi furono messi per iscritto, i monaci e i
monasteri
furono liberi di studiare e anche di adottare dottrine specifiche
di
scuole rivali senza rischiare l'espulsione dalla propria. Le
iscrizioni
rivelano che i vari monasteri 'appartenevano' a determinate
scuole, ma spesso
ospitavano membri di scuole diverse, che vivevano
dunque gli uni accanto agli
altri, e davano asilo temporaneamente a
monaci itineranti di ogni credenza.
Anche se le affiliazioni
scolastiche potevano essere importanti per i monaci
dotti,
probabilmente lo erano ben poco per monaci e monache che si
dedicavano
a una tranquilla vita di
meditazione.