Origine e sviluppo del buddhismo
Mahayana.
(Contiene alcuni errori di OCR.)
Fra il I secolo a.c. e il I d.C.,
quandol'India passò dalla cultura
orale a quella scritta, sviluppi interni ed
esterni al buddhismo
fecero sì che la religione subisse una delle spaccature
di maggiore
portata nella sua storia. A livello interno, i canoni antichi
furono
affidati alla scrittura, fissando così una versione uniforme
e
definitiva degli insegnamenti. Gli studiosi dell'abhidharma riuscirono
a
far accettare i loro testi come parte di questo corpus stabilito,
sullo
stesso piano del Siitrapi{aka e del Vinayapi{aka, ma si sviluppò
gradualmente
una reazione (concentrata in larga misura in Andhra,
nell'India meridionale)
fra coloro i quali ritenevano che l'analisi
dell'Abhidharma non avesse
afferrato il cuore dell'insegnamento. Essi
si trovarono a fronteggiare la
convinzione che l'Abhidharma fosse,
direttamente o no, la parola del Buddha e
dunque iniziarono a comporre
di propria mano nuovi siitra, ponendo i loro
argomenti contro
l'abhidharma in bocca al Buddha e ai grandi arhant, e
li
giustificarono come testi scoperti di recente che erano stati
nascosti
all' epoca' del Buddha. Il disaccordo sull' accettare o no
questi
nuovi siitra come normativi sembra aver generato la prima
incrinatura
che avrebbe condotto poi alla scissione più grande.
A livello
esterno, nel suo ambiente di espansione tutto il buddhismo
stava incontrando
una moltitudine di nuovi movimenti religiosi
teistici. Mentre in India si
stava sviluppando il culto di Vi\>1fu,
culti di salvazione ellenistici e
zoroastriani si stavano diffondendo
nel Gandhara, nell'India nord-occidentale
e lungo le maggiori rotte
commerciali dell' Asia centrale, le stesse aree in
cui erano attivi i
missionari buddhisti. Non si sa con certezza come e
perché, ma da
queste fonti i buddhisti accolsero elementi cultuali e
dottrinali.
Forse si trattò di una reazione a critiche esterne che li
volevano
orfani di un dio morto, non più in grado di offrire la
salvezza,
oppure di una risposta a pressioni interne, frà le loro stesse
fila,
in quanto l'ascesa della cultura scritta aveva indebolito la
loro
coesionecorpora. tiva e aveva incoraggiato un maggiore
individualismo,
tanto che i laici e i monaci più giovani si consideravano
liberi di
combinare elementi di tra. dizioni diverse.
A ogni modo, dato
che i monaci buddhisti giravano l'India in lungo e
largo, i partigiani
dell'anti-Abhidharma unirono infine le loro forze
a quel. le dei nuovi culti
di salvazione buddhisti e ad altre fazioni
con idee analo. ghe, per evolversi
in un esteso movimento che si
definì 'Mahayana' (la 'Grande Via' o 'Grande
Veicolo' - yana: andare,
via, viaggio, veicolo) Tale designazione era in
opposizione a HInayana
(la 'Via Inferiore'), peggiorativo usato dal nuovo
movimento per
definire quei conservatori che non accettavano le loro dottrine
come
autenticamente buddhiste. Questi ultimi risposero alla
propaganda
mahayana in larga misura con il silenzio e dunque non
scelsero
autonomamente alcun nome da opporre a quello degli awersari,
e
HInayana è stato perciò il nome usato anche dagli stu. diosi
moderni,
senza naturalmente alcuna connotazione negativa. I Thera.
viidin
attuali non amano essere chiamati 'HInayana' (chi lo vorrebbe?),
ma
non c'è altro termine corrente per designare l'intero gruppo di
scuole
che sorsero tra il I e il IV secolo dopo il parinirva1Ja e
che
continuarono dopo la nascita del Mahiiyana. La definizione
di
'buddhismo del nikiiya', a esempio, si può applicare correttamente
alle
scuole precedenti la nascita del Mahiiyana, ma non a quelle che
seguirono,
poiché il Mahayana formava un sottogruppo entro ciascuna &
loro. L'uso
continuato del nome I-linayana, comunque, può far
espungere tutti i tratti
dispregiativi del termine. 'Quacchero',
'mormone', e anche 'cristiano',
d'altronde, nacquero analogamente come
etichette applicate in tono sarcastico
da estranei.
Bisogna osservare che i gruppi hInayana e
mahiiyana vissero l'uno
accanto all'altro fra il II e il VII secolo d.C., e
che lo Hinayana
mantenne la maggioranza in quasi tutta l'India. Sebbene ci
fossero
ancora diversità tra le scuole antiche, non fu creato nessun
nuovo
vinaya per i monaci mabiiyiina. Il pellegrino cinese I -ching, nel
VII
secolo, elencò le quattro maggiori sette del tempo
(Mahiisanghika,
Sthavira, Sarviistiviida, Sammafiya) e notò che ciascuna
setta
comprendeva sia gruppi hInayana sia mahayana, che spesso
vivevano
nello stesso monastero. Nonostante le differenze dottrinali,
la
pratica hInayana si discostava ben poco da quella mahayana (almeno
fino
al VII secolo d.C. in India), e la differenza principale
consisteva nella
motivazione.
Il Mahayana, il 'grande veicolo', conduceva secondo i suoi
seguaci
alla buddhità (supremo, perfetto risveglio), laddove il
'veicolo
inferiore' conduceva soltanto allo stato di arhant. Tutte le
scuole
antiche riconoscevano tre possibili mete per la pratica
buddhista:
diventare un arhant friivaka (discepolo), un pratyekabuddha (un
buddha
solitario, che non insegna), o un buddha completamente
svegliato.
Tutte e tre le figm:e erano ugualmente arhant; la loro
differenza
principale consisteva nella capacità di raggiungere la meta con
o
senza un corpus dottrinale stabilito da seguire, nella capacità
di
insegnare ad altri e nei poteri sovramondani che accompagnavano o no
il
risveglio. Poiché gli insegnamenti del Buddha erano ancora ben
presenti, le
scuole antiche sostenevano che il cammino fravaka fosse
il più efficace e lo
descrivevano nel minimo dettaglio. Anche il
Mahiiyana riconosceva queste
stesse tre mete, ma sosteneva che solo la
terza era davvero valida in quanto
rendeva capaci di beneficare
maggiormente l'intero regno senziente.
Rifiutando la possibilità di
ottenere il risveglio qui e ora come fravaka, si
sviluppano virtù più
ampie aiutando un numero maggiore di esseri viventi,
così da
realizzare la buddhità suprema dopo eoni.
Sembra che il Mahiiyana
abbia avuto origine nelle sette
mahiisiinghika, che fin dall'inizio avevano
denigrato l'arhant e
sostenuto innovazioni dottrinali e insegnamenti che più
tardi saranno
tipici del Mahiiyana, come 1'affermazione che il Buddha storico
è una
mera apparizione del vero buddha, in realtà oltremondano.
Le
innovazioni fondamentali del Mahiiyana furono di proporre per tutti
i
buddhisti la via del bodhisattva; di tracciare un sentiero
dettagliato
per gli aspiranti bodhisattva; e di creare un nuovo pantheon con
un
culto di bodhisattva sovrumani e di buddha cosmici che
rispondevano
alle suppliche dei devoti bisognosi di aiuto.
Segno distintivo del Mahayana, però, non è
tanto una certa dottrina o
pratica, quanto la sua vasta letteratura di
siitra. Come le scuole
mahasanghlka sue progenitrici, il movimento trovò
un'unità nella
libertà che diede ai suoi seguaci di essere diversi gli uni
dagli
altri. Scritti in sanscrito e non nel pracrito delle scuole antiche,
i
nuovi siitra dichiaravano di riferire dialoghi del Buddha. Poiché
erano
il prodotto di una cultura scritta e non orale, erano molto più
lunghi e
dallo stile più raffinato rispetto ai discorsi brevi e scarni
delle scuole
antiche. Il loro stile, infatti, costituisce una
caratteristica distintiva
del movimento. Tutto serviva a riaffermare
il primato dell'aspetto
visionario, sciamanico, del buddhismo, in
genere trascurato dall'Abhidharma:
gli scenari surreali, misurati in
dimensioni stupefacenti e pieni di
apparizioni abbaglianti; il cast
smisurato composto di personaggi di primo
piano; l'assoluta
stravaganza del loro linguaggio. La realtà apparente della
percezione
,quotidiana è qui considerata una modalità parziale e limitata
per
esperire un universo pieno di livelli poliyalenti, così vari
e
complessi che quanto sembra reale in uno si dissolve nella
maya
(illusione) di un altro. L'effetto è oscurare la linea di
demarcazione
fra il reale e l'illusorio, facendo sembrare il linguaggio
totalmente
inadeguato alla descrizione della verità. In questo senso, lo
stile di
tali siitra ampliati illustra vividamente un' assunzione che è
alla
base dell'impresa mahiiyana: data la complessità del reale e
le
limitazioni del linguaggio, gli insegnamenti possono servire al
massimo
come un abile mezzo per trasformare la mente dell'
ascoltatorellettore,
prigioniero della parzialità di una visione
particolare. Una volta
abbandonata tale visione, dovrebbero essere
abbandonati anche gli
insegnamenti destinati a sanarla, rimpiazzandoli
con altri, magari in
apparenza contraddittori, ma appropriati a
qualsiasi nuova visione cui
l'individuo si affidi nel livello
successivo della pratica (cfr. § 2.3.1).
Questa visione del linguaggio
è così dominante negli insegnamenti del
Mahayana che alcuni testi
sostengono che la dottrina stessa del bodhisattva è
soltanto un abile
mezzo. Nella prospettiva mahayana, i fautori
dell'Abhidharma hanno
sbagliato a proporre un unico sistema per descrivere
tutta la realtà e
ad aderire a insegnamenti che alla fine dovranno essere
abbandonati.
Lo stile dei siitra ampliati serve così ad affermare che i loro
autori
hanno accesso a una modalità di percezione più elevata che li
pone
oltre la portata delle critiche scolastiche.
Nei siitra ampliati più
antichi che ci sono rimasti, come La piccola
perfezione della saggezza, gli
interlocutori sono figure ben note del
buddhismo antico e non denigrano i
rappresentanti dello Hinayana. Alla
fine, però, poiché i seguaci del Mahayana
non riuscirono a convincere
la maggioranza dei fratelli, la frattura tra le
due vie si allargò. TI
Vimalakirti-nirdefa, per esempio, un siitra
leggermente più tardo,
mette in ridicolo gli arhant, dipingendoli come
irrimediabili perdenti
di fronte al talento di Vimalakirti per la vittoria.
Anche il peggior
peccatore ha ancora la possibilità di diventare un buddha,
dichiara
questo siitra, mentre l'arhant è a un punto morto in un
nirvii1Ja
inferiore. TI Siitra del loto (Saddharmapundarika-siitra), che è
più
tardo, del 200 d.C. circa, è ancora più palesemente ostile
allo
Hinayana ma adotta un atteggiamento in apparenza conciliante, se
non
condiscendente, asserendo che l'arhat non è in effetti condannato
a
una meta intenore, perch~ in realtà un solo nirvii1Ja, quello di
un
buddha, che anche gli arhant possono a suo tempo raggiungere.
La
retorica di parte raggiunge il suo culmine con
il
Mahiiyiina-parinirvii1Ja-siitra (circa 200-{OQ d.C., noto anche
come
Nirvii1Ja-siitra), che affermava di contenere gli ultimi
insegnamenti
'segreti' del Buddha. Secondo questo siitra, chiunque diffami
gli
insegnamenti del Mahayana è destinato a una severa punizione,
persino
all'esecuzione capitale. Nel 200 d.C., dunque, quella che
era
cominciata tre secoli prima come una piccola incrinatura fra due
linee
diverse, ampliandosi gradualmente, era divenuta ormai una
chiara
scissione.
La composizione di siitra mahayana continuò fino
all'VIII secolo d.C.
Non ci sono fonti storiche di prima mano sulle
circostanze di tale
composizione, ma la tendenza del Mahayana trova
corrispondenza in
altri sviluppi dell' epoca, in quanto tutta la cultura
indiana fu
trasformata dalla diffusione della scrittura. In molte tradizioni
si
produssero spaccature fra coloro che cercavano di limitare
la
trasmissione scritta entro i modi della trasmissione orale,
ovvero
stabilire testi antichi con i relativi commenti, e coloro
che
sostenevano, invece, le possibilità creative della
nuova
modalitàscritta. Gli hindii componevano nuovi puriÙ:za,
agama,
upanÙjad attribuendoli a dèi e ad antichi saggi. La
filosofia
brahmanica subì una spaccatura simile a quella buddhista, fra
la
scuola conservatrice della MImiirpsii e quella più innovativa del
V
aise~ika.
Nel II secolo della nostra era, gli autori del Mahiiyana
iniziarono a
pubblicare fastra (trattati) con il loro nome, citando come
prove i
siitra, allo scopo di presentare la posizione buddhista ai
non
buddhisti e la dottrina più recente ai seguaci dello Hinayana,
che
negavano l'autenticità dei siitra mahiiyana. Questo nuovo rispetto
per
la figura dello scrittore, un altro effetto del passaggio alla
cultura
scritta, aveva il suo corrispettivo anche in altri campi,
dalla
letteratura secolare (narrativa, poesia e cronaca) alla scienza,
la
filosofia non buddhista, le tecniche del dibattito e della
logica.
I primi scorci storici del Mahiiyana sono
offerti dalle cronache
cinesi che descrivono i missionari serindiani del II
secolo d.C. A
quel tempo l'India del nord-ovest e le regioni adiacenti dell'
Asia
centrale erano sotto la potente dinastia Kusana, il cui grande
monarca
Kaniska (fine del I o inizio del II secolo d.C.) è celebrato
nelle
fonti buddhiste come protettore del dharma (c/r. § 4.4). li
dominio
dei Kusana è stato una roccaforte buddhista fin dal II
secolo
a.C:Comprendeva il Kasmir e il Gandhiira, entrambi cen
ili Clei
Sarviistiviidin, e il regno dell' oasi del Khotan, un potente
centro mahayana
dove forse hanno avuto origine certi testi e
determinati aspetti del
movimento e da cui i testi mahayana più
antichi sono giunti in Cina (cfr. §
8.1.1). Dovunque il Mahiiyana sia
nato, è certo che inizialmente conobbe una
grande fioritura nell'India
del nord-ovest, dove raggiunse il suo apice nel
400 d.C., quando il
pellegrino cinese Fa-hsien la visitò.
L'INSEGNAMENTO DELLA VACUITÀ
I primi testi mahiiyana furono intesi
innanzitutto come terapia per le
persone intrappolate nell'impostazione
mentale dell'abhidharma. Sembra
che i loro autori abbiano tratto ispirazione
dai passi del
SiitraPitaka che elencano le visioni speculative fra gli
oggetti di
attaccamento che alimentano il divenire (cfr. § 1.4.3), e indicano
la
retta visione come il mezzo per abbandonare tale attaccamento.
Questi
autori senza dubbio ritenevano che le idee della scuola
abhidharmika
alimentassero la sofferenza anziché essere uno strumento
di
liberazione e, per non limitarsi a sostituire un sistema di idee con
un
altro, presentarono i loro insegnamenti in modo tale da indurre il
lettore ad
abbandonare ogni infatuazione per un'impostazione mentale
che crei un sistema
di pensiero. I mezzi con cui cercavano di compiere
questa azione terapeutica
variavano da testo a testo, ma ogni
approccio si incentrava sulla nozione di
sunyata (vacuità).
li concetto di sunyata (vacuità era in genere ignorato
dai
sistematizzatori del1'Abhidharma, pur essendo presente
nel
Siitrapi[aka, dove stava a significare due cose: 1. una modalità
della
percezione in cui niente viene aggiunto o sottratto ai
dati
effettivamente percepiti, essendo il nirviitJa, così come
viene
esperito nella vita presente, la forma più alta di fiinyatii (M.
121);
e 2. la mancanza di sé, o di qualsiasi cosa riguardi un sé, nei
sei
sensi e nei loro oggetti (S. xxxv.85). In altre parole, la
sunyata
(vacuità era sia una modalità di percezione sia un attributo
degli
oggetti percepiti. I primi testi mahiiyana adottarono entrambi
questi
aspetti combinandoli, però, con cambiamenti nel concetto di
fiinya
(vuoto) che si erano verificati fin dal parinirviitJa. Nel IV
secolo
a.c. il grammatico PiiQini, nella sua analisi del sanscrito,
aveva
sviluppato il concetto di zero (fiinya, in sanscrito)
per
simboleggiare posizioni vuote ma funzionali: per esempio, ogni
parola
era composta da una radice e da un suffisso, e dunque le parole
senza
suffisso avevano in realtà un suffisso zero. I matematici
poi
mutuarono questo concetto per soddisfare un principio essenziale
della
numerazione decimale che oggi usiamo, owero che una posizione in
un
sistema può essere vuota (come gli zero in 10.000) e
tuttavia
funzionare in relazione al resto del sistema.
L'Abhidharma degli Sthaviraviidin e dei Sarviistiviidin, fra gli
altri,
sosteneva che ciascuno dei dharma irriducibili costituenti i
componenti
elementari dell'esperienza erano provvisti di svabhava,
owero di un'esistenza
o natura propria. I primi pensatori mahiiyana
attaccarono questa nozione dei
dharma e, sulla base della linguistica
e degli antichi concetti buddhisti di
fiinya, affermarono che essi
erano vuoti di svabhiiva. Le relazioni
condizionate funzionavano come
descritto nella dottrina della produzione
condizionata, ma non c'erano
'essenze' che fungevano da nodi delle relazioni,
proprio come le
relazioni matematiche potrebbero funzionare fra numeri interi
della
numerazione decimale anche se fossero tutti zeri. Infatti, se i
dharma
avessero una essenza, i principi della causalità e le quattro
nobili
verità non potrebbero operare, dato che le essenze per loro
stessa
natura non possono mutare e dunque essere soggette a
condizioni
causali. È cosa controversa se 1'Abhidharma volesse intendere con
il
concetto di svabhiiva un'essenza immutabile, ma nel corso del tempo
la
dottrina della vacuità divenne un appiglio per il rifiuto
dell'intera
struttura dell' Abhidharma.
li Mahayana sosteneva che la sua
interpretazione della vacuità fosse
il vero significato della dottrina del
non sé insegnata dal Buddha.
Gli Abhidharmin avevano compreso soltanto il
concetto dell' assenza di
sé dell'individuo (pudgala-nairiitmya), mentre in
verità tale nozione
doveva essere estesa fino a includere la comprensione
dell' assenza di
natura propria dei dharma (dharma-nairatmya). Ai loro occhi,
gli
Abhidharmin erano ancora attaccati a una nozione sottile di 'sé'
nei
dharma e questo impediva loro di comprendere la vera meta
buddhista.
Soltanto vedendo l'esperienza in termini davvero assoluti,
come una
matematica dello zero, si poteva perdere ogni attaccamento
alle
visioni di sistemi e di esistenti e I pervenire così alla
liberazione
ultima. Questo nuovo approccio considerava quindi tutti i dharma
come
semplici verità convenzionali, laddove la verità ultima era una:
la
vacuità in entrambe le sue modalità. Anziché abbandonare il
samsara
considerandolo ancora essenzialmente reale, come raccomandavano
gli
Abhidharmin, il Mahayana invitava a vedere il samsara come vuoto e
a
raggiungere la liberazione proprio lì dove si era.
TI modo in cui essi usarono la dottrina della sunyata (vacuità
per
condurre a questa nuova concezione del samsara variava da testo
a
testo. I discorsi principali dell' antico Mahayana
(i
Prajiiaparamita-siitra, o 'Slitra della perfezione della
saggezza')
tentavano, in genere, di colpire la
mentalitàabhidharmin
rappresentando il ripudio degli insegnamenti
fondamentali del
Siitra-pitaka da parte del Buddha e dei suoi discepoli
principali.
Tale ripudio prendeva la forma di motti paradossali che mettevano
in
gioco il livello convenzionale della verità contro quello
assoluto,
cancellando la dualità fra soggetto e oggetto, condizionato
e
incondizionato, puro e impuro, convenzionale e assoluto,
addirittura
uguale e diverso (o separato, che è forse il significato di
'diverso'
in questi testi). Poiché i dharma non hanno un' esistenza propria,
nel
saf?1sara non vi è nulla di vincolato, nel nirvana non vi è nulla
di
liberato; non c'è nulla che si vede sorgere, non c'è nulla che si
vede
cessare. Non ci sono esseri da salvare dal saf?1sara, e tuttavia
il
bodhisattva rimane fermo nel suo voto di salvare tutti gli esseri.
TI
mondo è un'illusione evocata dall'azione del karma, il mago, ma
chi
costruisce l'illusione è esso stesso maya (illusione). Quando
si
raggiunge la 'perfezione della saggezza' contemplando la
produzione
condizionata, si è senza etichette o convenzioni, realizzando così
la
tathata (quiddità) di tutte," le cose, che equivale alla tathata
del
Buddha, alla propria tathata, alla tathata del nulla.
È facile
immaginare che questo tipo di presentazione avrebbe dovuto
avere un grande
successo fra i buddhisti già disillusi dallo
scolasticismo dell'Abhidharma,
ma gli Abhidharmin, come la regina
Vittoria quando vide Nijinski danzare in
calzamaglia, non si
divertirono affatto. Perciò alcuni assertori dello
sunyavada
(insegnamento della vacuità) utilizzarono i metodi stessi
dell'
Abhidharma per smantellarne dall'interno il sistema. L'esempio
più
insigne fu Nagarjuna (150-250 d.C. circa), che fondò la scuola
del
Madhyamaka, così detta perché affermava di sostenere la vacuità
come
madhyama pratipad (via di mezzo) fra essere e non essere. L'opera
più
nota di Nagarjuna è costituita dalle Miilamadhyamaka-karzka,
le
'Stanze della via di mezzo', un trattato polemico di 448 versi in
cui
egli confuta una vasta gamma di idee errate, fondate sulla tesi
dello
svabhiiva, usando quattro metodi fondamentali tratti dalla
struttura
dell' Abhidharma: l'asserzione di due livelli di verità, citazioni
dal
Siitrapitaka, richiami all'esperienza e un metodo logico,
chiamato
priisangtka, in cui dimostra le incoerenze interne delle posizioni
dei
suoi oppositori.
Testo fondamentale di Nagarjuna è un passo del Siitrapitaka che
definisce
la retta visione: "Colui che vede il sorgere del mondo [i
fenomeni
sensoriali] così com'è realmente, con retta saggezza, non
pensa al 'non
essere' in riferimento al mondo. Colui che vede la
cessazione del mondo così
com'è realmente, con retta saggezza, non
pensa all"essere' in riferimento al
mondo" (S. XII. 15). Questo passo,
nel suo contesto originale, sembra
riferirsi alla fenomenologia dello
stato mentale lungo il sentiero, ma
Nagarjuna lo cita per provare che
né 'essere' né 'non essere' si possono
applicare ai fenomeni
condizionati. Poiché la tesi dello svabhiiva,
nell'affrontare essenze
astratte, è inevitabilmente intessuta dei concetti di
essere e non
essere, è una descrizione inaccurata del samsara.
Nagarjuna,
inoltre, usa per lo più argomenti di tip~ priisangika per
dimostrare che la
tesi dello svabhiiva porta ad assurdità logiche
quando prova a spiegare
causalità, tempo, moto e molte altre realtà
basilari dell'esistenza. Ad
esempio, egli sostiene che i dharma dotati
di una propria natura inerente non
potrebbero essere causati, perché,
se lo fossero, la loro natura non sarebbe
né inerente né propria.
Dunque, la sola alternativa è accettare che i dharma
siano vuoti di
una propria esistenza, perché solo allora la causalità,
eccetera,
potrebbe manifestarsi. Se è così, categorie di base come 'identico'
e
'diverso', 'esistente' e 'non esistente', 'sia esistente sia
non
esistente' e 'p.é esistente né non esistente' non si
possono
applicare, perché tutto è vuoto. In senso assoluto, non ci
sono
'nature proprie' a cui poter applicare queste categorie. Questo
vale
sia per il samsara sia per il nirvana. Nagarjuna equipara la
vacuità
nella sua modalità di attributo alla produzione condizionata,
il
modello causale che è alla base degli eventi del saf!1siira;
ed
equipara la vacuità in quanto modalità percettiva al nirviifJa.
Dunque
ogni visione, anche quella retta, può avere solo una
validità
prowisoria. Una retta visione ha il vantaggio di aiutare
ad
abbandonare il proprio attaccamento alle idee, ma una volta svolto
il
suo compito, anch' essa deve venire abbandonata, perché anch' essa
è
vuota. In senso ultimo, le categorie di base, da cui sono costruite
le
idee, sono del tutto inadeguate a spiegare la vera natura di
una
qualsiasi cosa.
Questo ultimo punto costituisce un fondamentale
allontanamento dalla
posizione del Siitrapitaka, per il quale il linguaggio è
adeguato a
descrivere l'esperienza condizionata e crolla solo di fronte
al
tentativo di descrivere l'incondizionato. Eppure, l'impatto
terapeutico
nagarjuniano somiglia a quello del Siitrapi{aka quando
affronta le visioni
metafisiche: fare in modo che l'ascoltatore
abbandoni il suo attaccamento a
modalità di pensiero inappropriate e
raggiunga quella liberazione che è
frutto della libertà
dall'attaccamento. Nagarjuna insiste sulla impossibilità
di correggere
chi si aggrappi alla nozione della vacuità. L'uso della logica
per
presentare l'insegnamento della vacuità ha lo scopo di mandare
in
corto circuito qualsiasi modello di pensiero che, attraverso
categorie
quali essere e non essere, identico e diverso, fornisca una base
per
l'attaccamento. Così facendo, provoca l'acquietarsi di tutte
le
preoccupazioni e le proliferazioni mentali. In tale modalità
di
percezione non c'è in qualsiasi momento nessuna visione di una
persona
o cosa, e neppure dell'insegnamento del Buddha. Nagarjuna
definisce
questa modalità, simile alla tathatii dei
Prajiiiipiiramitii-siitra,
semplicemente tattva (realtà); è la meta del
cammino buddhista, che
non si realizza cercando di ottenere una visione
globale della realtà,
ma utilizzando la retta visione per abbandonare
l'abitudine della
mente a produrre opinioni e lasciando semplicemente che la
realità
sia.
Alcuni studiosi hanno messo in dubbio che Nagarjuna appartenesse
al
Mahayana, soprattutto perché nessuna delle opere che gli
sono
attribuite con certezza parla mai dei Prajiiiipiiramitii-siitra
o
dell'ideale del bodhisattva. Sebbene molte delle sue idee non
vadano
oltre ciò che noi sappiamo delle dottrine mahasanghika ed egli
esprima
in modo favorevole molti antichi insegnamenti buddhisti, come il
karma
e la produzione condizionata, di fatto il suo uso terapeutico
dell'
approccio alla vacuità è cosìvicino a quello dei siitra mahayana che
è
difficile non considerarlo come parte deUo stesso movimento. Dato
il
compito che si era prefisso, ovvero convertire gli Abhidharmin
dall'
attaccamento a certe visioni utilizzando i loro stessi metodi,
non
sarebbe stato saggio da parte sua fare riferimento a testi che
essi
avrebbero rifiutato o denigrare un qualsiasi insegnamento
del
Siitrapi{aka.
A ogni modo, qualunque fosse il suo orientamento, i suoi
discepoli
diretti ben presto affermarono la sua appartenenza al Mahayana e
fino
a oggi egli ha influenzato per lo più la tradizione mahayana. Pur
non
essendo riuscito ad arrestare lo scolasticismo dell'Abhidharma,
ha
indubbiamente creato una scuola fondamentale del pensiero buddhista.
li
suo discepolo diretto, Aryadeva, portò avanti la tradizione
polemica e il
Madhyamaka divenne piuttosto popolare fra i dotti. Però
non fece progressi
fino al 500 circa, quando Bhavaviveka fondò la
sottoscuola sviitantrika
('Indipendente'), unendo l'approccio
madhyamika con l'epistemologia e la
logica di Dignaga (clr. § 6.2) e
affrontando una moltitudine di problemi che
la scuola aveva fino ad
allora ignorati. Candraklrti (VII secolo circa)
criticò la posizione
di Bhavaviveka che impiegava la logica per arrivare a
verità positive,
sostenendo che il solo uso propriamente 'vuoto' della logica
è quello
che riduce all' assurdo la posizione dell' avversario, senza
assumere
una posizione positiva propria. La sottoscuola di Candraldrti prese
il
nome di priisangika, dal tipo di argomentazione utilizzata, e giunse
a
dominare il pensiero madhyamika non solo in India ma anche in
Tibet
(clr. § 11.3.3).
La dottrina della vacuità, come insegnata negli antichi siitra
mahayana e
nei trattati madhyamika, ebbe conseguenze di lunga portata
per la vita
religiosa mahayana. Tali conseguenze furono elaborate e
ampliate soprattutto
nei siitra successivi della 'vacuità', come il
Vimalakirti-nirdefa, il Siitra
del loto, lo Srimiilii-siitra. Gli
antichi SUnyavadin, sostenitori della
vacuità, facevano riferimento
agli insegnamenti del Buddha come abili mezzi
dotati di una verità
solo provvisoria, ma gli unici abili mezzi che
menzionavano erano
quelli tradizionali: le quattro nobili verità, il nobile
ottuplice
sentiero, la dottrina della produzione condizionata. A ogni modo,
se
tutte le verità provvisorie sono ugualmente vuote, si può obiettare
che
quasi tutto, se inteso come strumento per brillanti realizzazioni,
può essere
considerato come un abile mezzo adatto alla meta.
Questo argomento è in
effetti presentato nei siitra più tardi sulla
vacuità. Per esempio, il Siitra
del loto (cfr. § 5.5.2) afferma
esplicitamente che le menzogne possono essere
'abili mezzi' (sebbene
eviti di chiamarle menzogne), cosa che probabilmente
spiega
l'inclinazione mahayana ad attribuire i suoi siitra al Buddha
storico.
Anche Vimalakirti, il bodhisattva laico, ricorre a mezzi
non
convenzionali, basati sulla motivazione razionale ch~ "la
vera
meditazione è entrare nel nirvii1Ja senza recidere le passioni
del
mondo". li bodhisattva può agire a suo piacimento nel mondo
secolare
senza paura di essere contaminato dagli oggetti dei sensi,
perchéanche
puro e impuro sono fondamentalmente vuoti di una essenza
permanente.
Può stare in compagnia di mercanti, re, prostitute e ubriaconi
senza
cadere nell' avarizia, nell' arroganza, nella lussuria o
nella
dissolutezza. Può assumere il ruolo del laico anziché del monaco,
e
può scegliere di nascere come donna, per confermare che distinzioni
come
laico/monaco, uomo/donna, sono essenzialmente vuote. Di fatto,
molte
affermazioni del Vimalakirti-nirdefa-siitra implicano che è
meglio vivere una
vita immersa nel mondo che ritirarsi nell'isolamento
del sentiero
tradizionale, perché "solo nella palude della passione ci
sono le creature
viventi per produrre le qualità della buddhità".
Lo Srimiilii-siitra è ancora
più esplicito riguardo alla relatività
degli abili mezzi, affermando che
delle quattro nobili verità una
soltanto, la cessazione, è effettivamente
vera, mentre le altre sono
fittizie, in quanto tutte le cose composte sono
fittizie. Dunque il
sentiero non ha uno status di verità che lo
contraddistingu~ da
qualsiasi cosa proposta come abile mez
zo. Questo
insegnamento, anche se probabilmente era inteso come una
'''e' ".semplice
terapia per atteggiamenti mentali ristretti, alla
fine fornì la base
razionale per sostenere che qualsiasi comportamento
motivato da compassione,
put violando palesemente il nobile ottuplice
sentiero, poteva essere
qualificato come mezzo per la meta. Questo,
nei secoli seguenti, aprìla
strada al tantrismo buddhista (cfr. §
6.3).
Quando l'approccio della
vacuità non fu più così innovativo, i nuovi
siitra mahayana iniziarono a
prendere le distanze dagli antichi siitra
e trattati sulla vacuità,
trasformando la vacuità, vista come modalità
percettiva, in un assoluto
metafisico, denominato dharma-kiiya
(letteralmente, 'corpo del dharma'). Nei
testi hInayana il termine
dharma-kiiya denotava semplicemente il corpo degli
insegnamenti
riconosciuti del Buddha, ma i nuovi siitra rimodellano il
termine per
denotare sia il potenziale del risveglio sia la fonte da cui
hanno
origine tutte le cose. In contrasto con questo assoluto metafisico,
la
vacuità come attributo dei dharma sembrava diventare sempre più
vicina
al nichilismo. La dicotomia che ne risultava costituì la
dialettica
che diede poi origine a una nuova scuola del mahayana, lo
yogacara.
LO YOGACARA
All'inizio del IV secolo d.C. fu composta una nuova
serie di siitra
che riuniva vari elementi metafisici provenienti dagli
antichi siitra
mahayana e li riorganizzava in uno schema che rappresentava il
ruolo
giocato dalla coscienza nella formazione
dell'esperienza
dell'universo. Fra questi c'era l'Avataf!Zsaka-siitra
('Ghirlanda di
fiori'), il Lahkiivatiira-siitra ('Discesa nel Latika'), e il
più
importante, il Saf!Zdhinirmocana-siitra ('Risoluzione degli
enigmi').
Gli autori di questi siitra consideravano le loro opere
così
importanti da proclamare che costituivano il terzo giro della
ruota
del dharma. I primi due giri della ruota (l'insegnamento delle
quattro
nobili verità come sistematizzato nella letteratura dell'Abhidharma
e
l'istituzione della scuola madhyamika) rappresentavano le due
estremità
di essere e non essere, fra le quali i nuovi pensatori
proponevano una via di
mezzo. Secondo il Saf!Zdhinirmocana, i giri
precedenti della ruota erano
stati espressi in una forma enigmatica il
cui significato necessitava di
spiegazione. Questo terzo giro era
dedicato a rendere esplicita ogni
cosa.
Nell'arco di un secolo, alcuni teorici (Asanga innanzitutto, con
il
suo maestro Maitreyanatha e suo fratello Vasubandhu) formarono
una
nuova scuola che sistematizzò le visioni offerte in questi
siitra,
sintetizzando elementi dal Siitrapi{aka, dall' Abhidharma,
dal
Madhyamaka, allo scopo di creare una cornice teorica che svolgesse
una
funzione terapeutica nella pratica meditativa lungo il sentiero
del
bodhisattva. Per questo la scuola fu chiamata Yogacara, ovvero
scuola
della pratica meditativa. Poiché alcuni siitra e alcuni
teorici
successivi della scuola espressero visioni che confinavano
con
l'idealismo filosofico, negando la realtà di oggetti esterni
alla
mente, la scuola acquisì anche altri nomi:
Vijiiiinaviida
('sostenitori della coscienza'); Cittamiitra ('sola
mente');
Vijiiiinamiitra ('sola coscienza'); Vijiiaptimiitra ('solo
concetto').
L'originale formulazione teorica dello Y ogacara, però, negli
scritti
di AsaIiga e Vasubandhu, non corrisponde a una dottrina idealista,
ma
piuttosto a una fenomenologia della mente, incentrata soprattutto
sul
ruolo che questa svolge nella formazione dell' esperienza, in quanto
è
il fattore principale nell' origine della sofferenza. AsaIiga
e
Vasubandhu volevano delineare una mappa del ruolo creativo
della
coscienza, una mappa che potesse essere utilizzata per demolire
quel
ruolo. Dato che anche le mappe di questo tipo sono creazioni
della
mente, anche esse dovevano essere scartate nel corso
dello
smantellamento, ma il loro valore terapeutico sarebbe servito
a
produrre il risveglio. In questo, i due fratelli seguivano una
modalità
di insegnamento che risale alle origini della tradizione,
fino al Buddha
stesso (cfr. § 2.3).
L'approccio yogacarin, come già detto, combinava
caratteristiche dei
due estremi, Abhidharma e Madhyamaka, fra i quali
affermava di voler
disegnare un nuovo corso. Da un lato, essi accettavano la
premessa
dell' AQhidharma per la quale è necessario un diagramma
sistematico
dei processi dell' esperienza per poter capire adeguatamente
il
problema della sofferenza e trattarlo efficacemente. Dal loro punto
di
vista, la dialettica madhyamika da sola non era sufficiente
per
abbandonare l'attaccamento alle opinioni. Era anche
necessario
praticare la meditazione, compreso il dhyiina. Poiché la
meditazione è
principalmente un rimedio che ci si somministra da sé, il
praticante
ha bisogno di una visione retta ed esauriente delle cause
della
sofferenza, che funzioni come ipotesi operativa in una
adeguata
somministrazione della cura. Dunque, gli Y ogacarin assunsero
la
struttura dell' Abhidharma e vi aggiunsero nuove categorie
elaborando
sviluppi originali nella logica formale, in modo da creare quella
che
consideravano una presentazione più efficace della retta
visione.
D'altro canto, gli Y ogacarin accettavano l'affermazione
madhyamika,
che si può far risalire al Siitrapi{aka, che le idee hanno valore
solo
nella misura in cui inducono a ottenere uno stato in cui tutte le
idee
vengono -abbandonate. In questo senso, corlservarono la dottrina
della
vacuità sia come modalità percettiva (libertà ultima dalle idee)
sia
come attributo dei dharma. Accettavano anche l'insegnamento
madhyamika
sul ruolo della mente nella creazione di una realtà illusoria.
Qui, di
nuovo, ci sono prodromi nel Siitrapi{aka, in particolare nel
primo
verso del Dhammapada:
"Tutti i dharma sono predeterminati dalla
mente (manas), condotti
dalla mente, prodotti dalla mente" (Dhp. 1). Né
l'Abhidharma, né il
Madhyamaka, però, avevano studiato in modo esauriente i
meccanismi con
cui la mente dava origine ai dharma, e questo era esattamente
ciò che
gli Y ogacarin si proponevano di fare.
Asatiga e Vasubandhu trassero dal Saf!'Zdhinirmocana-siitra
un'analisi
della realtà in tre tratti caratteristici: il parini!;panna
(perfetto
o compiuto), il paratantra (dipendente o relativo), il
parikalpita
(immaginario o costruito mentalmente). TI livello compiuto
corrisponde
alla quiddità e ad altre definizioni della vacuità come modalità
di
percezione; il livello dipendente corrisponde ai dharma nel senso
dell'
Abhidharma; il livello immaginario denota l'atto di assegnare
nomi e
concetti, come la distinzione soggett%ggetto, ai dharma a
livello dipendente,
dando così forma all' esperienza quotidiana. Si
può fare l'analogia con uno
stereogramma: il livello perfetto
corrisponde alla carta bianca sulla quale
si stampa lo stereogramma;
il livello dipendente ai disegni bidimensionali
stampati su carta; il
livello immaginario, infine, all'immagine
tridimensionale che appare
quando si concentra lo sguardo sulla superficie
del disegno o al di
là. Questi livelli furono chiamati dagli Y ogacarin i tre
svabhiiva, o
nature proprie, pur essendo in effetti tre livelli di vacuità.
TI
livello perfetto è 1'assenza ultima di natura propria; i dharma
al
livello dipendente sono eventi vuoti, mentr~ i concetti applicati
al
livello immaginario sono caratteristiche vuote. Scopo della pratica
è
depurare il livello immaginario dal livello dipendente, così da
lasciare
soltanto quello perfetto. Continuando la n01'tra analogia,
ciò equivale a
concentrare lo sguardo sul disegno bidimensionale,
anziché sulla superficie o
al di là e poi lasciare che l'inchiostro
svanisca dalla carta quando si vede
che nel modello non c'è nulla di
sostanziale. Per realizzare questa
depurazione, però, è innanzitutto
necessaria un' analisi del modo in cui
vengono creati il livello
immaginario e quello dipendente.
Qui l'analisi
yogacarin enuncia otto livelli di coscienza: sette
livelli attivi (il manas o
mente e i sei livelli di coscienza
corrispondenti ai sei sensi [cfr. §
1.4.3]) e un iilaya-vijiiiina
(coscienza come' deposito' o 'granaio'
subliminale, passivo) che
contiene i semi del karma passato insieme a semi
puri che alla fine
condurranno al risveglio. (La nozione di semi, qui, deriva
dai
Sautrantika [clr. § 3.2.4]). La coscienza deposito spiega
la
continuità personale attraverso la morte e altri periodi in cui
la
coscienza attiva è assente, anche se gli Y ogacarin negano che
si
tratti di un sé poiché, in ultima analisi, è vuota. .
Secondo il
Lahkiivatiira-siitra i livelli attivi della coscienza sono
simili a onde
sull'oceano della coscienza deposito. Nella descrizione
di Asatiga e
Vasubandhu i diversi livelli interagiscono in questo
modo: quando una persona
compie un' azione, nella coscienza deposito
si depositano semi, che qui sono
infusi ('profumati') con attaccamenti
inveterati alle costruzioni mentali.
Così maturati, danno origine a un
flusso ininterrotto di esperienza, al
livello dipendente, sotto la
forma degli altri livelli di coscienza e degli
oggetti che
rappresentano. Il manas, poi, crea il livello immaginario
operando la
distinzione fra 'colui che afferra' e 'ciò che può essere
afferrato'
(colui che conosce e ciò che è conosciuto) e imponendo
altre
costruzioni mentali su questo flusso. La dicotomia sé/altro che
ne
deriva predispone lo scenario per desiderare tutto ciò che può
essere
afferrato. Il desiderio, a sua volta, dà luogo ad atti di volontà
che
depositano nuovi semi nella coscienza deposito, dove continuano
a
riprodursi di momento in momento fino a che sono maturi e pronti
a
ricominciare il ciclo.
Così la dottrina del karma e della produzione
condizionata è
completamente rimaneggiata in termini di attività della
coscienza, sia
come causa sia come effetto.
Se non fosse per i semi puri
nella coscienza deposito, non ci sarebbe
via d'uscita da questo ciclo. Essi
possono maturare attraverso le
pratiche buddhiste tradizionali di
meditazione, come i fondamenti
della consapevolezza, riformulati in modo tale
da essere incentrati
sul dissolvimento del confine fra sé e altri. Questa
pratica può
essere combinata con altre tecniche, come la creazione di
immagini
mentali che poi si dissolvono, per infrangere la tendenza
ad
attaccarsi a una qualsiasi costruzione mentale. In seguito, altri
stadi
della meditazione di quiete e di visione profonda, basati sulle
quattro
nobili verità, conducono progressivamente a una 'conoscenza
senza segni',
fino al punto in cui i dharma contaminati sono
totalmente soppiantati da
dharma puri e avviene una iifraya-pariivrtti
(rovesciamento della base della
mente). Tale rovesciamento è il
traguardo di salvazione yogacarin, in quanto
costituisce un
cambiamento radicale dell'orientamento mentale. Il mondo
rimane lo
stesso, ma l'esperienza del mondo è purificata fino a trasformarsi
in
un' esperienza di totale vacuità. A questo punto si abbandona
anche
l'analisi dei tre svabhiiva e delle otto coscienze e
tutta
l'esperienza è lasciata alla sua quiddità.
Gli antichi sutra
yogacarin aggiungevano una dimensione cosmologica a
questa analisi della
coscienza, equiparando il livello purificato
della coscienza deposito al
tathiigata-garbha (grembo del tathiigata),
termine preso a prestito da un
sutra della vacuità. 'Garbha' ha un
duplice significato: in primo luogo,
grembo, e, per estensione, un
luogo interno, il calice di un loto, e, in
secondo luogo, il contenuto
del grembo, un embrione, un feto, un bambino. Nel
primo significato,
la coscienza deposito purificata è il grembo in cui il
tathiigata
viene concepito, nutrito e fatto maturare. I
Prajiiiipiiramitii-sutra
avevano già introdotto la metafora dell'utero quando
avevano
dichiarato che la Prajfiaparamita era la madre di tutti i buddha.
li
nuovo termine tathagata-garbha rende il concetto ancora più
esplicito.
Nel secondo significato, il grembo del tathiigata è il buddha
in
embrione, costituito dai dharma puri nella coscienza deposito
della
persona.
l siitra yogacarin specificavano che il grembo del
tathagata è innato
in tutti gli esseri viventi, poiché questi sono irradiati
dal potere
pervadente del buddha e, sotto l'influenza di questa grazia che
si
irradia, hanno accumulato, in un tempo infinito, una riserva di
dharma
positivi. Questo insegnamento sembra derivare dalla
dottrina
mahasanghika sull'abilità del Buddha a ispirare la mente degli
altri.
Se questo grembo non esistesse, affermavano gli yogacarin, una
persona
non potrebbe prendere alcuna iniziativa religiosa, né distogliersi
dal
sa1?2siira e aspirare al nirvii1Ja. Esso èsempre intrinsecamente
puro
ed è sinonimo della tathatii (quiddità), che è identica in
ciascuno.
Negli esseri comuni, è ricoperto di contaminazioni temporanee;
nei
bodhisattva è in parte puro e in parte impuro; nei buddha
è
perfettamente puro.
l siitra descrivono il grembo del tathiigata con una
serie di
similitudini: è analogo al Buddha in un loto appassito, a
miele
coperto da api, a un chicco di grano nella pula, a oro nel minerale,
a
un tesoro nascosto sotto terra, al frutto in un piccolo seme, a
una
immagine del Buddha avvolta in stracci, a un grande re nel grembo
di
una donna di casta bassa, a una statua preziosa coperta di
sporcizia.
Queste similitudini possono essere grosso modo suddivise in
due
categorie: quella organica e quella inorganica. Della prima,
due
implicano crescita: il piccolo seme si trasforma in un albero
da
frutto; il feto si trasforma in un grande re. Le altre connotano
una
cosa immutabile che emergerà incontaminata quando verrà liberata
dal
rivestimento o lavata. Non sorprende che gli autori
del
Lankiivatiirasiitra dovettero dichiarare che il grembo del
tathiigata
è diverso dall'iitman (sé eterno) brahmanico. Per le persone
comuni,
gemme, oro e statue sono cose durevoli, che si avvicinano a ciò che
è
eternamente immutabile per quanto è possibile a un'immagine dei
sensi.
TI più tardo Nirvii1Ja-siitra affermava che l'insegnamento
'segreto'
del Buddha descriveva l'essenza di buddha innata, propria di tutti
gli
esseri, come un 'grande atman', ma questa visione non
guadagnò
l'approvazione degli Y ogacarin.
Anche gli Y ogacarin
identificavano il grembo del tathiigata con il
dharma-kiiya (corpo di dharma
del Buddha), perciò dovettero adattare
la loro teoria della buddhità in modo
da spiegare non soltanto il
Buddha storico e il buddha personale trascendente
dei Mahasanghika, ma
anche il potenziale del risveglio che è innato in tutti
glj esseri. A
tale scopo svilupparono la dottrina dei tre corpi del buddha.
Il primo
è il nirmii1Ja-kiiya (corpo di apparizione), che corrisponde
al
riipa-kiiya (corpo fisico) del Siddhartha dei primi insegnamenti e
alle
sue apparizioni agli esseri umani in visioni o in sogno. Il terzo
è il corpo
del dharma, o nirvii1Ja come realtà perfettamente. pura,
innata in
ciascuno>:ecDnilll è il sambhoga-kiiya (corpo di ricompensa
o di
godimento), che costituisce l'innovazione yogacarin nello schema.
1
tratta corpo g or lcato c e uddha ottiene come ricompensa
per le
sue pratiche da bodhisattva; è il corpo trasfigurato che i
grandi bodhisattva
percepiscono quando vedono il buddha. Per esempio,
il Buddha Amitabha, nella
sua Terra pura (cfr. § 5.5.4), è percepito
nel suo corpo di godimento dai
bodhisattva lì presenti, mentre appare
nel suo corpo di apparizione a persone
privilegiate in questo mondo.
La teoria yogacarin dei molteplici corpi del
buddha, come mostrano le
testimonianze archeologiche, si sviluppò al tempo in
cui nei monasteri
di tutta l'India si cominciarono a costruire 'stanze
profumate' (cfr.
§ 3.4.2), dove venivano poste le immagini del Buddha e dove,
in un
certo senso, si pensava che il Buddha risiedesse. Queste
stanze
agivano da punti focali per i devoti, laici e monaci, che
volevano
guadagnare quel merito che poteva derivare dall' offerta diretta
di
doni al Buddha. Alla luce di questa evidenza, si può vedere la
teoria
del buddha yogacarin non solo come risultato della logica interna
alla
teoria medesima, ma anche come tentativo di spiegare il senso di
un
'buddha' che poteva letteralmente essere qui, lì, dovunque,
risiedendo
nei monasteri di tutto il subcontinente.
L'imponente equazione
di coscienza deposito depurata, livello perfetto
dell' esperienza, grembo del
tathiigata, e dharma-kiiya creò parecchi
problemi agli Y ogacarin.- Fra
questi, 1'accusa, da parte di altri
buddhisti, che tale equazione fosse poco
più di una rieEiborazione
dell'equazione delle Upant~ad fra sé essenziale e
brahman, il
principio universale che è alla ba
- se del cosmo. Un altro
problema riguardava la seguente questione: se
il perfetto lo è sempre stato,
come può essere coinvolto nella
creazione della sofferenza? Questo problema
era stato abilmente
evitato dalle scuole hInayana e madhyamika, insistendo
sulla natura
totalmente trascendente del nirviit}a, o rifiutando di
discutere
problemi di ordine temporale, oppure in entrambi i modi. A metà del
VI
secolo, quando cominciarono a interessarsi del loro sistema più
come
sistema che come strumento per i meditanti, gli ,y ogacarin stessi
si
divisero su tale questione, discutendo se la coscienza deposito
potesse
dawero essere identificata con il perfetto. Sembra invece che
i primi Y
ogacarin non si lasciassero sconcertare da tali problemi,
forse perché
consideravano la loro intera teoria come una mappa sul
livello immaginario
della realtà che si sarebbe dissolta, insieme alle
questioni cui voleva dare
risposta, quando il livello dipendente fosse
stato depurato da quello
immaginario, lasciando solo la vacuità ultima
del perfetto. Dunque la
questione poteva essere risolta solamente
attraverso la pratica
meditativa.
Dato il talento yogacarin per la sintesi filosofica, non
sorprende che
nei secoli seguenti esso assorbì e fu assorbito da molte
altre
tendenze del suo ambito. Dal lato dello Hfuayana inglobò la
tradizione
vaibhasika (cfr. § 4.4) e con essa l'intero Abhidharma. Riunì
tutte le
classificazioni, sottoI classificazioni, elenchi e numeri che
c'erano
nei siitra e nei trattati, e procedette a inventarne di nuovi. Uno
dei
grandi paradossi del Mahayana èI che cominciò come reazione contro
la
tradizione dell'Abhidharma e finìI per sviluppare la più
elaborata
tradizione di abhidharma di qualsiasi scuola ! buddhista. Dal lato
del
Mahayana, la scuola yogacarin prese parte a molte
I sintesi fra
Yogacara e Madhyamaka che da allora hanno preoccupato la
scolastica mahayana.
Alla grande università di Nalanda (cfr. § 6.2),
il Madhyamaka assunse un
ruolo dominante nelle sintesi, laddove
nell'università occidentale di Valabhi
era preponderante il pensiero
yogacarin. In I tutte queste sintesi ci sono
parecchi ostacoli: il
Madhyamaka metteva in riI dicolo la formulazione
yogacarin della
natura 'dipendente' in quanto unione del reale e
dell'irreale, mentre
lo Yogacara replicava chiedendo dove mai l'illusione
potrebbe avere
origine se non nella realtà. Ma queste difficoltà servirono
soltanto a
infiammare gli intelletti con il desiderio di risolvede. Il
tantrismo
buddhista, nella sua radicale riformulazione del sentiero, utilizzò
la
pratica yogacarin della creazione e distruzione di immagini
mentali,
accanto al concetto di rovesciamento meditativo (cfr. § 6.3.3).
In
seguito, le scuole cinesi del Ch'an e dello Hua Yen e quella
tibetana
dello Dzogchen si ispirarono ampiamente alle opere yogacarin.
4.4. SVILUPPI TARDI DELLO HINAYANA
Leggendo storie del buddhismo in India,
è facile ricavarne
l'impressione che, con l'avvento del Mahayana, lo Hinayana
scomparve
oppure fu confinato a una minoranza, o, per lo meno, perse il
suo
impulso creativo, ma niente è più lontano dalla realtà. I
resoconti
dei pellegrini cinesi nel VII secolo testimoniano che le scuole
dello
ffinayana erano ancora in maggioranza in India. Secondo gli
storici
tibetani, esse mantennero tale posizione fino alla scomparsa
del
buddhismo nell'India del nord, nel XIII secolo. Ben prima di
allora
avevano sviluppato proprie università, simili alla grande
università
di Nalanda (cfr. § 6.2). Per esempio, la scuola deL Sammatlva
era
potente nell'università occidentale di Valabhi, che era
considerata
seconda solo alla stessa Nalanda, mentre i
Sarvastivadin
era~~~q()miQ.il~ti.11~Ue...due J-miYçLsjtà del KasmIr. Gli
studiosi
moderni ritengono che i Sautrantika fossero ben rappresentati
li
Nalanda, che comunque era una roccaforte del Mahayana. La
riuscita
campagna missionaria di Nalanda in Tibet e nel Sud-est
asiatico
assicurò la sopravvivenza della sua tradizione intellettuale
anche
dopo la distruzione dell'università, all'inizio del 1200.
Le
università dello Hinayana, invece, non intrapresero opere
missionarie,
o forse non ebbero altrettanto successo. Di conseguenza, quando
le
loro biblioteche furono distrutte, ogni testimonianza dei loro
ultimi
insegnamenti venne distrutta con loro. Ciò nonostante, si
possono
delineare alcune tendenze più tarde dello Hlnayana per dare
un'idea
dell' energia creativa che riuscì a mantenere durante il
primo
millennio.
Nel I secolo d.C. il grande poeta Asvaghosha (membro
della sottoscuola
nlallasanghika dei Bahusrutlya) compose in sanscrito poemi
epici e
drammi su temi buddhisti, fra cui uno dei primi poemi sulla vita
del
Buddha, il Buddhacarita (qui usato come fonte per gran parte del I
e
II 'capitolo). ~ho~a volle mettere al servizio della causa buddhista
le
sofisticate tecniche del kavya, la tradizione indiana di belle
lettere. Le
sue opere erano una sorta di tour de force, poiché
presentavano anche le
antiche dottrine buddhiste più tecniche, come la
produzione condizionata,
nelle forme rigidamente controllate della
poetica sanscrita.
Sembra che
l'uso del sanscrito letterario da parte di Asvagho~a
facesse parte di una
tendenza generale, poiché la nascita del kavya e
i gusti esigenti che esso
generò ebbero un forte effetto sulle scuole
dello Hlnayana e del Mahayana
dell' epoca. Molte scuole antiche in
questo periodo tradussero i loro canoni
in sanscrito per non far
sembrare le loro dottrine rozze o antiquate, mentre
le scuole del
Mahayana componevano i loro nuovi siitra in sanscrito, molti
dei quali
pure attenti ai rinnovati gusti letterari. Anche parecchi altri
grandi
poeti buddhisti che composero in sanscrito appartengono a
questa
epoca. Tra questi, Maq:ceta, autore di quelli che furono
molto
probabilmente gli inni buddhisti indiani più sobriamente raffinati,
e
Aryasura, autore di una elegante stesura di alcuni jataka,
Aryasura
compose anche un trattato mahayana sulle perfezioni.
L'interpretazione
del dharma-kaya di Marcetra potrebbe farlo classificare
come hlnayana,
ma egli era rispettato dai buddhisti di entrambe le correnti.
Un
contemporaneo di Asvaghosa, Sangharakista, compose una
replica
sarvastivadin al Buddhacarita che ci è rimasta nella
traduzione
cinese.
':1 harak~a, però, fu molto iù famoso come maestro del
re . ka,
l'imperatore u. . a c e regnò su gran parte ell'lndia del nord
nel
I-I!
~. Kanl~ka patrocinò il cosiddetto 'quarto concilio', o nella
sua
capitale nel Gandhara o in Kasmlr, per risolvere le
differenze
dottrinali tra i buddhisti del suo regno. Dato che i suoi
consiglieri
monastici erano sarvastivadin, non sorprende che furono proprio
queste
idee a dominare. I Sautrantika (cfr. § 3.2.4), trovandosi
in
minoranza, si separarono dai Sarvastivadin subito dopo. li lavoro
del
concilio ebbe come risultato la composizione di alcune opere,
prima
fra tutte la Mahavibha~a, o 'Grandi opzioni'. Era un commento al
primo
libro dell'Abhidharma sarvastivadin, ed elencava le idee
più
importanti presentate durante il concilio su certi punti
controversi,
tentando di pervenire a una conclusione ragionata. li
problema
principale era come spiegare le idee sarvastivadin sull' essere e
sul
tempo. La conclusione definitiva è interessante, poiché mostra,
come
il concetto di Nagarjuna di vacuità operativa,
l'influenza
intellettuale della numerazione decimale che si stava diffondendo
all'
epoca: un dharma mantiene sempre la sua natura propria, ma è
designato
diversamente in base alla sua posizione nel passato, nel presente
o
nel futuro, proprio come un numero, ad esempio il due, conserva il
suo
'essere due', pur essendo designato diversamente a seconda se si
trova
nella colonna delle unità, delle decine .o delle centinaia.
La
Mahiivibh(4ii attrasse un grande numero di commentatori,
chiamati Vaibhasika,
che provarono a risolvere quei punti lasciati
irrisolti dal testo.
~Le
loro controversie culminarono nel IV-V secolo nell'opera di un
certo
Vasubandhu, forse il Vasubandhu fratello di Asanga. Vasubandhu
compose una
delle più grandi sintesi della dottrina buddhista,
l'Abhidhar=makofa, lavoro
gigantesco che riformula tutte le questioni
della tradizione vaibha~ika nella
forma più logica possibile. Egli
stesso compose poi un
bhii~ya (commento)
all' opera, demolendola dal punto di vista
sautrantika. Questo commento segnò
una grande svolta nell' Abhidharma.
Da un lato, i suoi attacchi ebbero un
tale successo da diventare il
centro del dialogo in corso, sostituendosi alla
Mahiivibhii!fii.
D'altro canto, era un sunto così elegante e completo dell'
analisi
abhidharmin che, per secoli, costituì la base
dell'abhidharma
yogacarin. Inoltre, l'opera è sopravvissuta fino a oggLçome
pietra
angolare del curriculum monastico tibetano (cfr. § lI.3.3).
La
tradizione mahayana ne identifica l'autore con il fratello di Asanga
e
afferma che Asanga stesso lo convertì alle idee yogacarin subito dopo
la
composizione dell'Abhidharmakofa. Gli studiosi moderni hanno messo
in dubbio
questo fatto, ma non si può negare la conversione
dell'Abhidharmakofa e del
suo commento a favore dello Y ogacara.
Sembra che Dignaga, l'allievo più
eminente dell'autore
dell'Abhidharmakofa, sia rimasto un sautrantika, e
certamente
contribuì allo sviluppo di un altro campo in cui la scuola
dello
Hinayana continuò a eccellere: la logica formale e
1'epistemologia.
Infatti le opere di Dignaga rivoluzionarono queste materie
e, nei
secoli seguenti, ebbero un effetto duraturo sul dibattito
filosofico
di tutte le maggiori tradizioni indiane (cfr. § 6.2).
In linea
di massima, le scuole hinayana ignorarono le polemiche
mahayana, eccettuato
il fatto di rilevare che i siitra mahayana non
erano ovviamente gli
insegnamenti del Buddha storico e che la dottrina
della vacuità andava a
colpire il valore effettivo del sentiero. Il
termine con cui i seguaci dello
Hinayana definivano quelli del
Mahayana era Vaitulika, che vuoI dire'
espansionista' o
'illusionista', in riferimento all'espansione dei sutra
mahayana o ai
loro insegnamenti sulla compenetrazione di realtà e illusione.
Una
branca dei Sarvastivadin, i Miilasarvastivadin, ricomposero il
loro
caiìom:in una forma letteraria simile ai grandi siitra mahayana, ma
è
impossibile dire se lo fecero in risposta al movimento mahiiyana
o
semplicemente per mantenersi al passo con i gusti letterari
dell'
epoca.
La volontà di entrambe le scuole, Hinayana e Mahiiyana, di
tradurre
gli insegnamenti in sanscrito e di essere al passo con altre
tendenze
intellettuali del tempo era ovviamente uno sforzo per mantenere
il
messaggio del Buddha moderno e competitivo, non solo internamente
ma
anche in relazione all'induismo e ad altre religioni che si
stavano
ugualmente conformando a tali tendenze. Nei secoli seguenti
questa
volontà di adattamento provocò però una piccola reazione, in
quanto
alcuni monaci ritennero che gli insegnamenti originali erano
stati
adulterati e perduti. Tale convinzione li portò a ricercare copie
del
canone precedenti a quelle in sanscrito, una ricerca che nel v
secolo
d.C. condusse Buddhaghosa, monaco dell'India del sud, nello Sri
Lanka,
dove trovò non soltanto quella che era evidentemente
un'antica
recensione del canone pali, ma anche gli aiitichi commenti
singalesi,
che egli considerò coevi al canone. Li tradusse in pali,
scrivendo
contemporaneamente una grande summa della posizione theraviidin
(clr.
§ 7.2). Così ebbe inizio una rinascita degli studi theraviidin
che,
indirettamente, portò questa scuola a essere l'unico ramo
dello
Hinayana a sopravvivere relativamente intatto alla' s'comparsa
del
buddhismo in India (clr. § 7.3).