Discorso sulla Rinascita nel Buddhismo.



Premesso che il messaggio logico-discorsivo del e sul  buddhismo è solo
un mezzo abile per realizzare la mente-Buddha (Illuminazione) e premesso
che la validità di questo mezzo abile si misura esclusivamente sulla sua
effettiva capacità di aiutare a realizzare la mente-Buddha, oggi il
passaggio più impervio per la comprensione “discorsiva” del buddhismo
corrisponde ai concetti di anatman, karma, e rinascita.
D’altronde, dal punto di vista “dottrinale” proprio la combinazione di
questi concetti rende il buddhismo unico nel panorama delle cosiddette
“teologie” nate nel subcontinente indiano e nel più generale panorama
delle religioni mondiali.

1. L’ ANATMAN.
E’ il concetto buddhista di più “difficile” comprensione. Afferma, a
differenza delle altre credenze religiose dell’epoca (e di oggi) che non
esiste in realtà nell’individuo un sé, un io. Quel sé o quell’io a cui
convenzionalmente ci riferiamo è semplicemente una credenza utile per
dare unitarietà all’esperienza. E’ un concetto astratto del tipo “il
cerchio” il quale “esiste” solo quando qualcuno decide di descrivere una
qualità di alcuni oggetti. Così il sé “esiste” solo concettualmente e
quindi solo nel momento in cui decidiamo che debba esistere e di
caricarlo di credenze,  di aspettative e di significati emotivi. Gli
animali, d’altronde e probabilmente, non hanno un Sé perché non si sono
mai posti il problema di crearselo. Se non esiste in realtà un io o un
sé ricettacolo principe dell’esperienza nella vita attuale, figuriamoci
se per il buddhismo può esistere un anima o uno spirito ovvero un Sé-Io
immateriale ed eterno. E’ come dire che avendo qualcuno pensato al
cerchio per descrivere una qualità di alcuni oggetti, quel cerchio
decidesse da quel momento di avere una esistenza propria reale ed
eterna, pronto per il paradiso o per la reincarnazione.
Ma come risolvere la intima contraddizione dell’esistenza di un “me” che
non c’è ma che è stato creato proprio per distinguere “me” dal resto. Il
paradosso è forte ma non difficile da risolvere. Il buddhismo Mahayana
(Nagarjuna) ha trovato una “Via di mezzo” tra questi due “me”. Ha
definito “Verità assoluta” il fatto che non esiste quel me e “Verità
convenzionale” il fatto che c’è un me da distinguere dal resto. Così la
cellula del mio dito esiste e si distingue dal resto, altresì esiste una
molecola della cellula e perché no l’atomo che compone la molecola, il
suo neutrone, etc.  tutti a tutti i livelli si possono distinguere dal
resto ma non hanno necessariamente un io, un me o un’anima eterna a meno
che, a loro livello, disponendo di funzioni corticali superiori non
decidano invece di attribuirselo.

1.1. L’ANATMAN E L’INTERDIPENDENZA DELL’UNIVERSO.
La pianta nel vaso fuori il terrazzo è una combinazione continua della
terra-acqua dove posano le radici, dell’aria dove aleggiano le foglie e
della luce che l’avvolge. Una riorganizzazione dell’ambiente che la
circonda e di cui fa parte. Una delle caratteristiche fondamentali di
tutto l’universo consiste infatti nel procedere continuo di
combinazioni-scombinazioni.
L’animale è anch’esso una combinazione di combinazioni di elementi ma
percepisce il dolore e il piacere come strumento di difesa per
perpetuare la propria transitoria “combinazione” (la pianta ha per
questo le spine, gli atomi la legge di gravità). L’uomo aggiunge a
questo la capacità di concettualizzare gli eventi e di dargli un nome.
Con queste capacità ha assoggettato il pianeta e si accinge a tentare di
conquistare altre parti dell’universo. Ma questa capacità di
rappresentazione della realtà gli ha fatto percepire la morte, ovvero la
scombinazione, come pervasiva della vita. Ed è dura per “me”,
combinazione continuamente transitoria, che combatto quotidianamente per
assimilare il mondo circostante e farlo diventare me, per difendermi dal
freddo e dal caldo, dalle malattie e dalla stanchezza, dal capoufficio
invidioso o dal vicino scorbutico, accettare che dopo tutta questa
fatica e questo dolore da “me” chiaramente rappresentato, comunque “io”
morirò come tutto ciò che mi circonda. E’ difficile soprattutto se mi
dimentico che quell’ “io-me”  è stato creato ad hoc proprio da me
durante il primo periodo della mia esistenza da “combinato di elementi
con mappa genetica come guida” solo per distinguermi dal resto, ma che
in realtà non esiste, non c’è non mai stato e quindi per questo non
potrà mai morire.
Se non ho chiaro questo, la mia unica speranza per sconfiggere la paura
della mia presunta scomparsa (presunta perché l’io in realtà non è mai
apparso se non nelle mie aspettative) è credere, essere convinto più o
meno intimamente, che esso c’è, ma è eterno, andrà in paradiso o si
reincarnerà da qualche parte. Insomma ci sono e non mi perdo.

Se  scelgo la via dell’io eterno-Anima, resta comunque da decidere
con chiarezza a quale livello di combinazioni o di combinazioni di
combinazioni collocarlo.
Per i cristiani-cattolici (per gli altri cristiani, per gli ebrei e per
i musulmani le credenze differiscono ma risultano alla fin fine
piuttosto simili) l’io eterno-Anima risiede solo nell’uomo, gli dà unità
di esperienza, è il luogo del libero arbitrio e si salverà o si
condannerà di fatto da solo (insieme al corpo che lo contiene) in base
alle proprie “colpe” e alle proprie decisioni all’ultimo istante della
vita.
Nell’infinito panorama delle c.d. “teologie induiste” ci sono varie
credenze, le più diffuse separano il corpo fisico, involucro perituro,
inferiore e potenzialmente dannoso, dall’anima (atman), eterna pura e
immateriale. Se l’anima si libera dalla schiavitù del corpo può entrare
nel mondo spirituale da dove era partita prima della caduta nel corpo
fisico. L’operazione “purificatrice” può richiedere milioni di vite in
vari corpi (umani, animali, vegetali, superiori ovvero di dei, semidei
etc.).

Per alcune scuole buddhiste (ma solo per alcune come i Tibetani, gli
Shingon, i Nichiren che si differenziano dai concetti buddhisti
riportati più su di derivazione Tendai, Ch'an, etc.) la persona è fatta
di pensieri, sensazioni e percezioni che interagiscono con il corpo in
modo dinamico. Alla morte questo flusso di “energia mentale” è
ristabilita in un nuovo corpo. Ciò, secondo queste scuole, sarebbe
capace di spiegare la continuità di acluni aspetti dell'individuo senza
far ricorso alla
fede in un'anima eterna, un'idea che contraddice le verità buddhiste
dell'impermanenza e dell'anatman. Alcune di queste scuole affermano così
che la
rinascita in nuovo corpo del flusso impermanente di energia mentale ha
luogo immediatamente. Altre che ci vogliono invece, ad esempio,
quarantanove giorni.

2. IL KARMA.
Tutti noi condividiamo la convinzione che una persona sana qualora
immergesse la mano nell’acqua bollente ne soffrirebbe. Ecco l’esempio
più banale del karma ovvero della legge del “causa-effetto”.
In realtà la legge del karma si muove anche su un piano morale: chi farà
del bene avrà del bene, chi farà del male subirà il male.
Per i cristiani il peccatore imperdonabile si macererà, dopo il Giudizio
universale,  nel suo stesso corpo resuscitato nell’inferno della
disperazione. Per alcuni indù la sua anima trasmigrerà in una esistenza
di punizione ma pur sempre con possibilità di difficile e lenta
purificazione.
Anche per il buddhismo chi compirà del bene avrà del bene, chi farà del
male subirà il male.
Il problema è il “chi”. Se non c’è l’io-sé-anima-atman-spirito, chi
subirà il male? chi beneficerà del bene? Anche qui il paradosso c’è ma è
di facile soluzione. Tutto quello che io compio nella mia esistenza
viene immesso nell’ambiente che mi circonda segnandolo più o meno
evidentemente. Io “subisco” la presenza degli altri e dell’ambiente più
in generale. Stessa cosa accade all’inverso. Alla mia morte resteranno
sempre e comunque i segni del mio passaggio. Nel bene e nel male. Alla
mia nascita ho peraltro trovato un ambiente (e delle persone) già
segnato dal passaggio di altri. Il karma nel buddhismo c’è a tutti i
livelli di combinazione dell’esistente, il suo modo di incidere la
realtà è la realtà stessa.

3. LA RINASCITA
Nel buddhismo conseguenza della legge del karma è la rinascita. Ma anche
qui se non c’è l’io-sé-anima-atman-spirito chi può rinascere? Chi
rinasce se non c’è mai stato nessuno che sia nato o morto?
La legge del combinato-scombinato-combinato (a tutti i livelli di
realtà) seguendo la legge della causa e dell’effetto corrisponde alla
rinascita buddhista.
Interrompere il ciclo delle nascite e delle rinascite significa dunque
nel buddhismo smettere di credere di essere nato e che quindi morirò,
smettere di pensare di possedere un atman (anima, spirito, sé, etc.),
smettere di immettere nell’ambiente azioni governate da queste credenze
che risultando false, producono dolore in quanto in perenne
contraddizione con la realtà dell’Universo.

Saluti,
Stalker




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