Nichiren (1222-1282) è sicuramente, a mio avviso s'intende, tra le figure
più complesse e più interessanti del buddhismo giapponese.
Era, come il fondatore dello 'Jodoshu' Honen (1133-1212), il suo più
importante discepolo e riformatore della scuola Shinran (1173-1262),
il fondatore dello Zen soto Dogen (1200-1253) e il fondatore dello Zen
rinzai Eisai (1141-1215), un monaco Tendai.
Per capire Nichiren, monaco coltissimo, bisogna essere quantomeno profondi
conoscitori del Sutra del Loto. Sutra mahayana considerato il più
importante e completo nell'esposizione del Dharma, persino
dall'"iconoclasta" Dogen fondatore della 'silente' scuola Soto Zen.
Nella tradizione buddhista mahayana estremo orientale e proprio secondo il
Sutra del Loto si ritiene che via siano tre ere per il Dharma:
l'era shobo (cin. zhengfa, era della vera Legge)
l'era zobo (cin. xiangfa, era della Legge apparente)
l'era mappo (cin. mofa, era della fine della Legge).
Nella scuola Tendai si discuteva intorno a questo argomento proprio in
quel periodo, un periodo veramente devastante per il Giappone, e ciò
ineriva agli upaya perché nell'era mappo non sarebbe stata possibile la
'salvezza con le proprie forze' (jiriki) ma solo per mezzo di un potere
'esterno' (tariki).
Nichiren, Honen, e Shinran erano tra quelli persuasi di essere nell'era
mappo.
Altri come Dogen, Eisai e gli esponenti della scuola Shingon(fondata da
Kukai, 774-835) no. Per questi ultimi infatti vi è sempre la possibilità
di ottenere in questo corpo e in questa vita l'illuminazione grazie alla
propria pratica personale.
Nichiren
È il più giapponese tra tutti i fondatori dei movimenti buddhisti del
Giappone. L'unico che non andò in Cina a formarsi nelle scuole
tradizionali del buddhismo. L'unico che non ci ha lasciato nessuno
scritto in cinese. È di un tenace nazionalismo, e le sue teorie
religiose sono legate alla prosperità della Nazione e alla sua grandezza.
Indirizzò lettere ai reggenti e ai governanti responsabili, denunciando i
loro peccati, tra i quali quello di non operare in favore dell'ortodossia,
per aprire così una via alla soluzione dei problemi. Religiosamente,
rigettò le scuole dell'amidismo, non accettando il ‘nembutsu’, formula di
invocazione del nome di Amida. Fece del Sutra del Loto la base del suo
sistema salvifico e della sua dottrina morale. Nella ripetizione del
titolo (daimoku) di questo Sutra vide il segno della salvezza. Alla fine
della vita si presentò come l'ultimo Buddha venuto per custodire e
propagare il Sutra del Loto e difendere la Nazione. Per tutti questi
motivi, nella storia religiosa e politica del Giappone, i seguaci di
Nichiren sono stati sempre in primo piano, da veri protagonisti. Anche
oggi, la setta Nichiren è la più numerosa del Giappone. I buddhisti
giapponesi sono circa 85 milioni, dei quali 35 milioni appartengono al
gruppo Nichiren. Tra essi sono compresi i membri di alcuni movimenti
religiosi che si ispirano chiaramente a Nichiren e seguono il Sutra del
Loto, come la Risso Koseikai con più di 6 milioni di aderenti. Alcuni
movimenti politici laicali, seguono le orme del profeta Nichiren, come la
Soka Gakkai (Società dei valori creativi). Ne vedremo i motivi.
1. La vita
Nichiren nacque nel 1222 nella provincia di Awa nella prefettura in cui si
trova l'isola di Ise con i santuari shintoisti più antichi e venerati di
tutta la Nazione. Questa vicinanza impresse un profondo senso
reverenziale e allo stesso tempo nazionalistico nei primi anni della vita
di Nichiren. Era figlio di un povero pescatore, come lui stesso ricorda
più di una volta. Prima di proseguire, occorre ricordare i suoi «nomi».
Alla nascita ricevette quello di Zanninchi maru. Finiti i primi studi
in un monastero buddhista e ammesso all'«ordinazione» monastica, nell'anno
1238, prese il nome di Rencho. Dopo la scoperta della sua Via, nel 1253,
lui stesso scelse il nome di Nichi ren (sole loto) come sintesi
dell'ideale di vita che iniziava, vita tutta dedicata al Giappone, il
«Sole», e al Sutra del Loto. Quando fu esiliato nell'isola di Sado, nel
1271, fu ancora lui ad assegnarsi il nome di Nichiren Daishonin (dai =
grande; shonin = sapiente), titolo giapponese il quale designa il Buddha
che verrà negli ultimi tempi per salvare il genere umano. Prima di
assumere questo titolo, Nichiren si presentava come il bosatsu o
bodhisattva Jogyo (sans. Visistacaritra), uno dei primi discepoli di
Sakyamuni. Ma verso la fine della sua vita, volle superare questa sua
identificazione. Finalmente, nel 1922, in pieno slancio militarista, il
governo del Giappone gli concesse il nome postumo di Rissho Daishi, ossia
«gran maestro che stabilisce quello che è retto». E interessante vedere
nel cambiamento dei suoi nomi l'evoluzione della sua vita. Nichiren non
si presentò mai come fondatore di una nuova scuola buddhista. Tutto il
suo movimento incominciò con la ricerca della risposta da dare a due
questioni fondamentali sulle quali molto meditò nel monastero di Kiyosumi,
dove era entrato all'età di undici anni. La prima questione concerneva
la famiglia imperiale, che Nichiren credeva protetta dagli dèi
(convinzione formatasi in lui durante l'infanzia trascorsa vicino ai
santuari di Ise): perché l'imperatore, che in quel tempo era Go Toba,
viveva nell'esilio, senza potere, usurpato dagli shogun della famiglia
Minamoto Yoritomo ? La seconda questione veniva posta dalle tante calamità
che succedevano a livello nazionale: perché gli dèi le permettevano? Si
parlava anche del pericolo di una invasione dei mongoli che avrebbero
distrutto il Giappone. Negli anni di noviziato nel monastero del monte
Kiyosumi, la seconda questione si fece più pressante di fronte alla
visione di tante scuole buddhiste così diverse e contraddittorie nelle
loro dottrine, e anche in guerra tra di loro. Si imponeva la ricerca del
testo buddhista che fosse quello «vero» e, come tale, principio di unione
e di pace. Nichiren si convinse che ci doveva essere un solo testo
autentico e pertanto una sola setta professante la vera dottrina
buddhista. In questo contesto, fece il voto di «diventare il più
eminente sapiente del Giappone». Da questo momento si dedicherà, in una
forma tutta speciale, agli studi. Nel monastero nessuno sapeva
rispondere alle sue domande. Il livello scientifico era basso, anche se
Nichiren poteva contare su un ottimo maestro, Dozen, che lo iniziò alla
pratica del nembutsu. Questa pratica suppone che il corpo, la mente e la
parola dell'uomo, durante la ripetizione del nome del Buddha, si
identifichi con il corpo, la mente e la parola del Buddha universale,
presente in tutti gli esseri, e fa risvegliare la forza infinita della
buddhità latente in ogni uomo. All'età di sedici anni Nichiren fu
ordinato monaco e, con la tònsura monastica, ricevette il nome religioso
che già conosciamo, Rencho. Sotto la forza del voto, che aveva fatto,
di diventare il primo «sapiente», abbandonò quel piccolo monastero e se ne
andò a Kamakura, che all'epoca era il centro buddhista di studi e anche la
sede del governo, tanto corrotto. A Kamakura studiò le scuole del
buddhismo giapponese e i loro testi. Da Kamakura passò al monte Hiean,
che . tutt'oggi costituisce un centro di ricerca; a quel tempo contava
quasi duemila monasteri e quasi tutti con una impostazione universitaria.
Come frutto di tutte le sue ricerche, Nichiren arrivò ad alcune
conclusioni importanti, cui accenneremo nel presentare, più avanti, i suoi
libri. In filosofia accettò che tutti gli esseri senzienti e mortali
partecipano alla stessa natura di Buddha. Ma soprattutto si convinse che
c'è una unione fondamentale tra l'osservanza della vera Legge buddhista e
la salvezza della Nazione e che, per conseguenza, i problemi e le calamità
nazionali erano dovuti alla molteplicità delle false dottrine,
all'ignoranza dei monaci e alla negligenza dei governanti che permettevano
questo stato di cose. Nichiren era altresì convinto di vivere
nell'ultima epoca, quella della degenerazione della Legge (mappo), che
precede la venuta di un Buddha definitivo e la restaurazione della vera
Legge. Il tema del mappo compare in quasi tutti gli scritti di Nichiren.
Nel campo della soteriologia e della ortodossia, accettò soltanto il Sutra
del Loto o Hokekyo, in concreto la traduzione cinese che ne aveva fatta
Kumarajiva nel 406 sotto il titolo Myoho rengekyo fece di questo testo la
base della sua dottrina. Le dottrine del Buddha anteriori al Sutra del
Loto erano considerate «provvisorie» e preparatorie. Al posto del
nembutsu, recitato dagli amidisti (Namu Amida Butsu) che Nichiren
condanna perché si erano allontanati dal Sutra del Loto per cercare la
salvezza nella ripetizione del nome di Amida propone la recita o canto
del titolo del Sutra: Nam myoho renge kyo. Il Sutra del Loto, secondo
Nichiren, propone la dottrina ultima e definitiva, e Nichiren vede nel suo
titolo ciò che di essa è l'essenziale: Myo significa la natura essenziale
della vita, o le sue manifestazioni fenomenologiche, renge è il fior di
loto, e kyo diventa la parola dello stesso Buddha. Avremo, più avanti,
occasione di scorrere alcuni testi radicali che illuminano questa
dottrina. Dopo dieci anni di studio e di ricerca, il 28 aprile 1253,
nel tempio di Seicho, Nichiren, che da allora assume questo nome, cantando
il Nam myoho renge kyo dichiara che l'autentico buddhismo è quello
stabilito da lui. Come metodologia missionaria utilizza lo shakubuku che è
un modo di propagare il buddhismo consistente nel rifiutare le teorie
false e nel sottomettere tutti con la forza alla vera dottrina, cioè alla
conoscenza del Sutra del Loto e all'invocazione del suo titolo mistico.
Nel rifiutare le altre scuole, Nichiren incominciò col denunciare quella
della Terra Pura per aver cambiato i valori del buddhismo collocando Amida
all'apice di essi; subito dopo attaccò lo Zen perché dimenticava le
«Scritture» e tra esse il Sutra del Loto. Con questa metodologia
percorse molti monasteri. E facile immaginare la reazione negativa che
ovunque incontrava. È di questo periodo, 1255, il suo primo libro, molto
breve, Per arrivare alla buddhità, ossia per conseguire la salvezza e
ottenere la luce della vera vita; per Nichiren l'unico mezzo è cantare o
recitare il Nam myoho renge kyo: in questa sentenza si trova l'essenza del
Sutra del Loto, che contiene la Verità. Dall'anno 1256 al 1258, su
tutto il territorio del Giappone ci furono epidemie, terremoti (nel 1257
tre terremoti quasi distrussero la città di Kamakura e molti templi),
inondazioni (come quella dell'agosto del 1258) che uccisero molte persone
e devastarono i raccolti. La fame si fece sentire ovunque. E mentre il
governo comandava di pregare in tutti i templi e i santuari per la
cessazione di tutte queste calamità (giugno 1260), Nichiren presentò un
mese dopo al reggente del paese il suo libro sul mezzo per ottenere «la
pace e la tranquillità del paese», che esamineremo. Ma l'ostilità del
governo e delle scuole buddhiste tradizionali contro Nichiren divenne
forte, tanto che Nichiren, un anno dopo, fu esiliato nella penisola di
Izu. Alcuni suoi discepoli divennero fanatici nell'attaccare le altre
scuole buddhiste e persino il governo, reo, ai loro occhi, di non mettere
in atto mezzi efficaci per imporre la dottrina del Maestro. Nel 1263,
Nichiren fu perdonato e ritornò dall'esilio a Kamakura. Arriva intanto
la prima delegazione del Gran Kan dei mongoli chiedendo la sottomissione
del Giappone all'impero mongolo. Nel 1271 arriva una nuova delegazione
con le stesse richieste. Mentre i governanti del Giappone incominciano a
fortificare le coste occidentali del paese, Nichiren insiste nel sostenere
che non è questo il mezzo per salvare il paese, essendo l'unico mezzo
quello di stabilire la sua dottrina e sopprimere tutte le altre. Sorgono
violente persecuzioni e anche il governo tenta di uccidere il Maestro, ma
invano. Di nuovo viene esiliato nell'ottobre del 1271, questa volta
nell'isola di Sado. In questo esilio Nichiren scrive molte lettere e il
lungo trattato sull'«apertura degli occhi». Soltanto tre anni dopo viene
perdonato, ma lui si ritira a Minobu, vicino al monte Fuji, dove edifica
un grande tempio, che diventerà il centro del movimento da lui iniziato.
Qui scrisse molti libri e molte lettere e qui morì nel 1282.
2. Gli scritti
Gli scritti di Nichiren arrivano al numero di 426. Alcuni sono veri
trattati, altri sono semplici lettere; ma alcune di queste sono in realtà
piccoli trattati per la loro densità. Centocinquanta opere furono
scritte di sua mano e se ne conservano ancora i manoscritti. La lettura
delle sue opere ci mostra che possedeva una profonda e accurata conoscenza
dei testi buddhisti, anche di quelli scritti in cinese, che cita spesso.
Ciò è frutto dei suoi anni di studio. La calligrafia conferma il suo
carattere forte, tenace. Il suo stile è ripetitivo, talvolta aggressivo,
come quando, parlando di Honen (uno dei fondatori dell’amidismo
giapponese), lo chiama «stupido, criminale, menzognero ». Alcune delle
sue opere sono state scritte per spiegare ai discepoli e amlci alcuni
eventi particolari della sua vita. Quando era perseguitato dal reggente
(1274), inviò a tutti i suoi amici una lettera per provare, sulla base
delllo stesso Sutra del Loto, che «ogni autentico predicatore della Legge
del Loto sarà perseguitato ». Le sue opere principali, che hanno avuto un
influsso definitivo nella storia del buddhismo giapponese, sono il Rissho
Ankokuron, e il Kaimoku-sho. Il titolo della prima si traduce così:
«Stabilire l'ortodossia per ottenere la pace della nazione». Fu scritta
durante il suo esilio a Izu (1260) ed è indirizzato al già reggente Hojo
Tokiyori, che di fatto ancora governava il paese. La tesi principale di
questo libro, scritto in forma di dialogo tra un viaggiatore e il padrone
di una casa, sta nel dimostrare che tutte le calamità allora cadute sulla
nazione giapponese, erano dovute al ritorno al cielo di tutti gli dèi
protettori del paese, come conseguenza della propagazione della dottrina
della Terra Pura o Amidismo. Per salvare il paese si doveva frenare la
diffusione di queste eresie e prendere rifugio nella dottrina del Sutra
del Loto. Se non si procedeva così ci sarebbero state invasioni esterne
e calamità interne. Il secondo libro è la più lunga opera di Nichiren,
scritta durante l'esilio a Sado (1272). Il titolo giapponese Kaimaku sho
può essere tradotto «Trattato che apre gli occhi». Ha undici capitoli e
all'inizio dell'ultimo, il più importante di tutti, Nichiren, dopo aver
promesso di essere il maestro di tutto il Giappone, fa i suoi tre voti:
«Io sarò la colonna del Giappone, io sarò l'occhio del Giappone, io sarò
la grande nave del Giappone». Lui stesso si presenta come il bodhisattva
Jogyo (sans. Visistacaritra), che secondo il Sutra del Loto diventa il
difensore e propagatore della Legge. L'essenza di questo lungo trattato
sta nel provare che in «questa epoca di degenerazione», l'unica via di
salvezza è la dottrina del Loto. Il Buddhismo è superiore a tutte le
religioni (cap. I), e Shakyamuni fu il primo e autentico maestro, ma
attualmente lo è Nichiren (cap. II). Buddha è in tutti gli esseri e
tutti attraverso la dottrina del Loto arrivano alla buddhità (cap. III);
in questo contesto spiega la formula espositiva della scuola Tien T’ai (g.
Tendai) di 'ichinen sansen', secondo il quale in un solo pensiero ci sono
tremila mondi o tutto l'universo; «Buddha è sempre Buddha (cap. IV), ma
adesso in questa epoca di degenerazione, sono io, Nichiren, l'unico
salvatore» (cap. V); nei capitoli seguenti viene spiegato il concetto di
mappo, o epoca della degenerazione, nella quale soltanto il Sutra del Loto
può offrire la salvezza, e vengono respinte altre scuole che, dimenticando
il Buddha eterno, hanno introdotto il culto di Amida. Ci interessa
particolarmente l'ultimo capitolo (cap. IX) nel quale l'autore sostiene
che è necessaria spesso la violenza per far trionfare la Legge autentica
prendendo spunto dallo stesso Sutra del Loto. Queste idee vengono esposte
in tutti i suoi libri e in tutte le sue lettere. Il Sutra del Loto
costituisce, secondo Nichiren, il testo definitivo negli attuali tempi
calamitosi, e chi canta o recita il suo titolo, Nam Myoho renge kyo,
diventa Buddha. Eccone alcuni esempi. Il primo è la sua lettera in
forma di dialogo, equivalente a un trattato, Come quelli che cominciano
possono ottenere la buddhità attraverso il Sutra del Loto. È indirizzata
a una donna, e dopo aver rifiutato le scuole che non hanno come unica base
il Sutra del Loto, chiarifica che la dottrina di questo Sutra non è
difficile e neppure complicata: il titolo rappresenta il cuore e l'essenza
del libro che può salvare tutti, in concreto la Nazione; anche quando il
Sutra viene predicato a uno che non ha capacità di capire, dal momento che
le mistiche sillabe del titolo sono identiche alla natura del Buddha
presente anche nella nostra vita, quando noi veneriamo e cantiamo il
titolo (daimoku) la natura di Buddha si manifesta presente in noi e in
tutto il mondo. Ecco un altro esempio: a una fervente discepola che gli
chiese quali capitoli del Sutra doveva leggere, Nichiren risponde: il
secondo e il sedicesimo, che sono come le radici di tutto il Sutra. La
lettura di questi due capitoli era la pratica raccomandata da Nichiren.
La stessa donna chiede se durante l'impurità relativa al periodo della
mestruazione sia lecito alla donna leggere il Sutra del Loto, in concreto
i due capitoli raccomandati (secondo lo shintoismo, in questo periodo
occorre una purificazione prima di qualsiasi atto rituale). Nichiren
risponde che per il vero buddhismo non esistono queste impurità morali.
E così recitare il Sutra o cantare il daimoku sono sempre pratiche
meritevoli.
3. L'eredità di Nichiren
Il ricordo di Nichiren è tuttora vivo e la sua dottrina riconosciuta come
la più autenticamente buddhista e giapponese. Ma egli ha introdotto nel
buddhismo un forte nazionalismo e un fondamentalismo radicale. Il suo
buddhismo è esclusivista, non accetta nessun'altra scuola. Su questa
linea, i seguaci di Nichiren hanno preso un atteggiamento critico e ostile
dinanzi ad altre scuole, come lo Zen o la Terra Pura. Quanto allo
shintoismo, essi vedono nei suoi dèi», protettori del Giappone, una
manifestazione (suijaku) della vera natura (honji) del Buddha eterno di
cui parla il Sutra del Loto. Nichiren parla dei kami o «dèi» shintoisti
in modo ambivalente; spesso scrive che sono fuggiti al cielo nella
presente epoca di degenerazione. Nella storia religiosa del Giappone, il
carattere bellicoso di Nichiren si impose. Abbiamo menzionato il suo
metodo di diffusione della dottrina, cioè lo shakubuku (o rifiuto delle
altre dottrine). In seguito impose la pratica del fuse fuse (non dare,
non ricevere), ossia, isolare quelli che non accettano la dottrina del
Loto. Nel capitolo IX della sua opera Kaimoku sho, accetta la teoria
della «diffusione violenta» che consiste nel «distruggere in sette pezzi
la testa» di quelli che non accolgono la sua dottrina. Di fatto, durante
la vita di Nichiren molti dei suoi discepoli distrussero le immagini di
Amida e di Kannon. Nel medioevo, i monaci buddhisti partecipavano
spesso ai movimenti rivoluzionari, e venivano chiamati so hei (bonzi
soldati); possiamo ricordare la rivoluzione degli Ikko, portata avanti dai
seguaci della Terra Pura. Il gruppo di Nichiren entra prontamente in
scena. Sono essi i protagonisti delle rivoluzioni (ikki) per la legge
del Loto (hokke). Possiamo collocare il momento culmine di queste
rivoluzioni nel 1532, quando occupano la capitale del Giappone, mentre
altri gruppi religiosi si ritirano sul monte Hiei, dove si fortificano.
Recentemente abbiamo nuovi movimenti e «nuove religioni» che si presentano
come collegate al gruppo di Nichiren. Per esempio, la Soka Gakkai, che
come metodologia di espansione utilizza molto lo shakubuku; esso non vuole
essere compreso tra le «nuove religioni», perché si considera
un'attualizzazione della setta di Nichiren. E penetrato nell'area della
politica, e la sua riorganizzazione ebbe luogo nel 1946, dopo la guerra
mondiale. La sua strutturazione è di tipo militarista e utilizza termini
militari. Non accetta il dialogo e attacca il cristianesimo. Un'altra
nuova religione è il Rissho Koseikai, il cui cofondatore, Nikkyo Niwano
vive ancora. Esso opera per la pace fomentando l'amicizia e il dialogo.
Promuove il ritorno alla dottrina del Sutra del Loto, nella convinzione
che la radice di tutti i mali si trovi nella dimenticanza di questa
dottrina.
NOTA BIBLIOGRAFICA.
Per le opere di Nichiren, l'edizione completa delle
sue opere è stata possibile grazie agli sforzi del presidente del Soka
Gakkai, nel 1952: Nichiren Daishonin Gosho zenshu. Di alcune opere
abbiamo una edizione critica nel vol. 84 del Taisho, Tokyo 1963. Una
trad. franc. di alcune, poche, in G. Renondeau, La Doctrine de
Nichiren, suivie de la traduction annotée de six de ses onvrages, Paris
1953. Una ottima trad. ingl. è quella in sei volumi, The Major
Writings of Nichiren Daishanin, The Gosho Translation Committoe, Tokyo
1979 1990; le nuove edizioni di questa opera si moltiplicano; la
traduzione è di Taisekiji; dopo ogni opera ci sono due pagine con il
contesto, la data, ecc. , ottimi indici di testi e di concetti buddhisti.
Sulla sua vita e dottrina, oltre i testi nelle storie del buddhismo
giapponese, vedere ANESAKI MASAHARU, Nichiren, the Buddhist Saint,
Cambridge 1916; G. RENONDEAU, La Doctrine de Nichiren, suivie de ta
traduction annotée de six de ses ouvrages, Paris 1953; G. SAMSOM,
«Nichiren», in Ch. Eliot, Japanese Buddhism, London 1953, PP. 416431;
K. SATOMI, Japanese Civilization: Its Significance and Realization,
Nichirenism and the Japanese National Principles, London 1923. Una
bibliografia più dettagliata, in A Bibliography on Japanese Buddhism,
Tokyo 1958, PP. 152 159.
Sul tema la guerra e il buddhismo, si può leggere: M. Demieville, «Le
bouddhisme et la guerre», in Mélanges de Renondeau, I, Paris 1957, pp.
347 385, riprodotto in a"Choix d 'etudes boudd.", Leiden 1973, pp. 261
299 (è una risposta a uno studio dello stesso Renondeau, Histoire des
moines guerriers du Japon, pubblicato anche in Mélanges, I, pp. 159
345); per l'attualità, vedi J. R. Jayewardene, Buddhism and Marxism,
Colombo 1957; T. Ling, Buddha, Marx, God, New York 1966 (ottima
bibliografia).