Di seguito, per gli interessati, una breve biografia di Maugdalyayana (in pali Moggallana) scritta da p. Jesus Lopez-Gay. Con l'occasione auguro un 2004 di pace e serenità per tutti.

In gassho, stalker

ps. Ricordo che questa come altre biografie 'buddhiste' sono consultabili nell'opera: "Le grandi figure del Buddhismo" edita dalla Cittadella Editrice.



Fra i discepoli del Buddha, Moggallana viene considerato il più eminente nei poteri straordinari. È uno dei grandi discepoli e per questo viene chiamato Maha-Moggallana. Possiamo incominciare ricordando un canto di lode fatto un giorno dal suo amico Sariputta, eminente per la sua sapienza e conoscenza della dottrina:

"Guardate quante deità [si affollano], Misticamente potenti e gloriose, Dieci volte mille, tutti cappellani di Brahma! Reverenti, osannano Moggallana, Stanno in piedi con le mani giunte. Salute a te, aristocrate fra gli uomini, Salute a te, supremo fra gli uomini! Perite sono in te le contaminazioni, Tu sei, o Signore, degno di offerta sacrificale! Onorato fra gli uomini e del pari fra gli dèi, Esaltato come vincitore della morte. Come un loto non viene unto dall'acqua, Così altrettanto tu non aderisci a questo composito mondo. Colui che in un solo momento in mille modi Può contemplare il mondo, come fosse Brahma in persona, Questo bhikkhu versato nel magico potere, Che [come una divinità] vede il tempo del dissolversi e del rinascere [degli esseri]"l. (Theragatha, canto 263)

1. La giovinezza di Moggallana Kolita Moggallana nacque in una città del regno di Magadha. Kolita era il suo nome proprio, Moggallana quello del suo clan. Ebbe la formazione propria della casta superiore, quella brahmanica. Presto diventò amico di un altro giovane, Upatissa, conosciuto nelle fonti buddhiste con il nome di Sariputra, amicizia che durò per ben ottant'anni. Erano due caratteri diversi, benché complementari e sempre uniti; Kolita era più pacifico, Upatissa più coraggioso. Una volta si recarono insieme alla "festa delle colline", che si celebrava nella capitale del regno, Magadha. Kolita si trovò a riflettere sul significato di tali feste, così superficiali e insignificanti per la loro vita (durante la festa venivano rappresentate molte leggende antiche ed eseguiti vari giochi, alcuni di tipo sensuale). "Entrambi i ragazzi furono allevati nel lusso, e divennero eccellenti in ogni specie di arte, essendo dotati di talento. Ma, vedendo un giorno le folle riunite presso Rajagrha alla fiera in cima alla collina, tutti e due, avendo raggiunto maturità in seguito alla loro intuizione, considerarono come entro un secolo tutta quella gente sarebbe caduta nelle fauci della morte e, profondamente turbati, decisero di cercare una dottrina di liberazione. E così, lasciando il mondo, diventarono discepoli dell'errante Sanjaya, essendo d'accordo fra loro che il primo il quale sarebbe giunto all'immortalità lo avrebbe detto all'altro ". Vestiti da asceti, rasati i capelli e la barba, cominciarono una vita errante sotto la guida del loro maestro Sanjaya. Nell'India di quel tempo era facile trovare un maestro come guida spirituale e filosofica. Sanjaya sembra essere stato uno dei sei grandi "maestri non buddhisti" ricordati nel canone della letteratura pali. Che cosa insegnò loro Sanjaya ? Non conserviamo il testo delle sue lezioni ai nostri due giovani, ma possiamo leggere alcuni discorsi che egli era solito fare a quelli che venivano a lui. Per esempio, il re Ajatassu, dopo l'illuminazione conseguita seguendo la dottrina del Buddha, raccontò tutto quello che precedentemente aveva sentito da Sanjaya. Alle domande che gli facevano i discepoli, Sanjaya rispondeva in modo agnostico e scettico. Quasi sempre rispondeva: "Non lo so", e i suoi discepoli avevano imparato a ripetere: "Noi non sappiamo". È in questo ambiente che si trovarono Moggallana e Sariputta, essi che cercavano la risposta a tante domande, particolarmente a quelle che concernevano l'immortalità, come abbiamo visto, e l'esistenza di un'altra realtà oltre quella della nostra esperienza empirica. È in questo stesso periodo di tempo che il principe Siddharta, il futuro Buddha Gotama, si sposava, continuando a condurre la vita mondana propria dei re e dei principi indiani dell'epoca. Ma ritorniamo ai nostri due giovani. Quale fu la loro reazione dinanzi all'insegnamento di Sanjaya? Delusi, ritornarono alla vita degli asceti erranti, alla ricerca di un nuovo maestro e di una nuova dottrina. Non sappiamo se abbiano trovato altri maestri o se si siano dedicati alla meditazione profonda, come tanti facevano allora in India. Uno dei testi canonici del buddhismo ci offre questo riassunto: "Nell'insegnamento di Sanjaya non trovarono nulla di genuino, quindi continuarono la loro ricerca, interrogando samana e brahmana, finché, per mezzo di Assaji il bhikkhu, trovarono il Beato, che li ordinò stendendo la mano e dicendo: "Venite, o bhikkhu". Divenuti "vincitori del flusso" [delle esistenze], esercitandosi sull'epitome del Dhamma fatta da Assaji, essi non ebbero bisogno di studiare ciascuno degli altri tre sentieri. E perché? A causa della loro profonda conoscenza, pur essendo essi soltanto dei discepoli. Quindi il venerabile Moggallana, al settimo giorno, nel villaggio di Kallavala, nel Magadha, ascoltando un esercizio sugli elementi, conquistò il punto supremo...".

2. La scoperta e l'approfondimento della vera Dottrina. Il resoconto dell'incontro còn il Buddha, sopra citato, si deve considerare piuttosto come il riassunto di un lungo cammino di ricerca. Sappiamo che intercorrono circa venti anni tra la separazione dalla scuola di Sanjaya e l'incontro con il Buddha Gautama. In questo secondo momento i due giovani avevano quarant'anni, e il Buddha già da tempo aveva "posto in movimento la ruota della dottrina" a Benares, e aveva organizzato l'ordine dei monaci. Inoltre, il signore di Magadha aveva donato al Buddha il bosco di Jetavana, dove organizzare i monasteri. E proprio in questo parco avrà luogo l'incontro dei due giovani, Moggallana e Sariputta, con il Buddha, incontro che segna l'inizio del loro nuovo e definitivo itinerario spirituale e dottrinale. Innanzitutto, quale fu l'"epitome del Dhamma fatto da Assaji", sul quale si esercitarono i nostri due giovani prima dell'incontro definitivo con il Buddha? Assaji spiegò loro le "cause" donde derivano tutti i fenomeni, e il mezzo per ottenere la "cessazione"; Moggallana, che aveva già una esperienza di ricerca, sentendo questa dottrina, ebbe la visione della verità, o, come dice il testo, si aprì in lui "l'occhio della dottrina". Fu un evento mistico. E quando il Buddha vide i due giovani avvicinarsi a lui, rivolto ai suoi discepoli, esclamò: "Ecco, o monaci, che vengono da me due amici, Upatissa e Kolita. Essi saranno i miei migliori discepoli, la mia coppia eccelsa". I due giovani salutarono il Maestro con queste parole: "Sarà possibile per noi lasciare tutto ed essere ammessi pienamente fra i tuoi discepoli, come autentici monaci?". La risposta del Buddha fu chiara: "Venite, o monaci, la verità vi sarà perfettamente insegnata, vivrete la vita di completa purità, e così finirà la sofferenza". Da questo momento, Kolita viene chiamato sempre Maha-Moggallana, " il Grande del clan dei Moggallana". Dopo questo avvenimento, Moggallana si ritirò per qualche tempo nella foresta che è vicino alla città di Kallavalaputta. Lì si dedicò con impegno alla meditazione, notte e giorno, seduto o passeggiando. Ma lo sforzo fu tale che ne risentì, al punto che non poteva più mantenere il corpo dritto e la testa eretta e spesso si addormentava. Furono giorni di lotta in un clima caldo, finché decise di andare alla ricerca del Maestro per chiedergli consiglio. Già al primo incontro con lui ricuperò tutte le sue forze. Tuttavia il Maestro lo istruì con queste indicazioni pratiche: Quando tu senti la sonnolenza e l'aridità, non preoccuparti; non devi dare importanza a questi fatti o pensieri, e subito tutto svanirà; se non svanisce, rifletti sulla dottrina che un giorno hai appreso, approfondendone le implicazioni; e se la sonnolenza e l'aridità non svaniranno ripeti a memoria e minuziosamente la dottrina; e se ancora l'aridità non cessa, lava con acqua fresca i tuoi occhi perché possano vedere tutto quello che è nei dintorni e, rivolgendoli in alto, possano vedere le stelle e costellazioni; se nondimeno l'aridità perdura, fai attenzione alla luce, in tal modo che la luce illumini te stesso durante il giorno come durante la notte, e così la tua mente rimarrà chiara e senza nuvole e tu potrai usufruire di una mente piena di splendore: se fai questo è possibile che l'aridità spirituale e la sonnolenza spariscano; se lo stato di prova e di lotta persiste ancora è il momento di prestare speciale attenzione alla vita interiore, dirigere i tuoi sensi verso l'interno e fare in modo che la tua mente non si rivolga verso il mondo esterno, mantenendo sempre questo atteggiamento. Allo stesso tempo devi essere diligente: quando ti riposi pensa al momento di alzarti, e quando al mattino i tuoi occhi si aprono ripeti: Non mi abbandonerò mai al conforto del riposo o al piacere del sonno. Queste istruzioni dirette dal Maestro a Moggallana sono di un valore straordinario, perché ci rivelano le sue crisi e ci informano sui metodi di guida spirituale usati dal Buddha nei riguardi dei suoi discepoli più vicini. Sono norme concrete e di un profondo valore ascetico. Alcuni termini possono essere interpretati in senso simbolico: per esempio, quando si parla dell'"acqua", della "luce", ecc., più che di elementi naturali si tratta di doni mistici, nel senso ampio della parola. Infatti, la "percezione della luce" (aloka-sanna) è ricordata nei testi canonici come una delle quattro forme in cui si può sviluppare l'illuminazione (samadhi) per arrivare alla "visione" propria delle divinità brahmaniche. Si conservano ancora altre istruzioni del Buddha a Moggallana, che riflettono la posizione del discepolo. La prima ricorda a Moggallana la necessità dell'umiltà dinanzi all'atteggiamento di stima da parte di tante famiglie e monaci che riconoscono le virtù e i gradi superiori ai quali è giunto il nostro discepolo; la seconda raccomanda un linguaggio sempre pacifico: "Dove sono parole contenziose nasce la mancanza di autocontrollo, incompatibile con la concentrazione mentale". Ci sono qua e là nei libri canonici dialoghi del Buddha con Moggallana. Quasi sempre sono risposte del Maestro alle domande del discepolo. "Come un monaco arriverà a liberarsi da ogni desiderio e ottenere la meta al di là di ogni limite?", chiede Moggallana. Risposta: "Nessuna cosa è degna di essere oggetto del nostro attaccamento". Molte risposte spiegano problemi profondi della vita di contemplazione, propria dei discepoli più avanzati. Un giorno, lo stesso Moggallana raccontò ai monaci: "Una volta io ero in meditazione solitaria, e pensavo al significato del silenzio degli arya. Pensavo che un fratello libero dagli impedimenti, lasciando il ragionamento e la deliberazione, entra nel secondo dei jhana [grado di contemplazione], che è uno stato di pace mentale perché, cessata ogni attività della mente, questa rimane elevata senza i pensieri propri della concentrazione [ossia del primo jhana]: questo è il silenzio degli arya. Ma, amici, la mente ricominciò a lavorare. In quel momento venne presso di me lo stesso Buddha e mi disse: "Moggallana, Moggallana! Non essere negligente, o brahmin, rispetto al silenzio degli arya. Colloca la tua mente in questo stato; eleva il tuo cuore ivi; pianta i tuoi pensieri là". Dopo queste parole, o amici, io sono entrato e rimasto nel secondo dei jhana. Certamente, o amici se alcuno dice, "sostenuto dal Maestro il discepolo ha ottenuto la grande scienza", questo si deve applicare a me". Il testo è molto denso. L'ultima fase del cammino insegnato dal Buddha si centra nella "meditazione estatica" o samadhi, che si accompagna al conseguimento dei quattro jhana. La tradizione cino-giapponese non ha voluto tradurre questo termine e ha usato un carattere che suona chan, simile a jhana, che in giapponese si legge zen. Nel primo jhana, il buddhista ha superato gli impedimenti di tipo morale e ha tolto tutti gli ostacoli che potevano perturbare la sua pace. Non c'è nessun attaccamento. La sua meditazione procede ancora in forma discorsiva, con il ragionamento e la deliberazione, ed è accompagnato da una profonda consolazione interiore. Nel secondo jhana, nel quale si fermò Moggallana, prosegue ancora lo stato di pace e di consolazione, frutto non tanto del distacco, ma di un movimento ascensionale di elevazione; questa elevazione (ekodhivaba) - ripetuta due volte nel testo citato di Moggallana - è il frutto della cessazione di ogni ragionamento e deliberazione. La contemplazione è intuitiva ed è accompagnata da una profonda sensazione di unità. Nel terzo jhana viene superata qualsiasi forma di compiacenza gioiosa, e appare l'equanimità (upekkha) che significa uno stato di imperturbabilità e di luce. Il quarto jhana è una esperienza pura, interiore, senza nessun oggetto, della coscienza. Certamente, di tutti questi gradi di contemplazione, il secondo è il più fondamentale perché diventa come il ponte verso l'autentica contemplazione buddhista. Dopo la morte di Sariputta e di Moggallana, Sakyamuni spiegò che tutti i Buddha del passato hanno avuto un "attendente" e una "coppia eccelsa". Anch'egli li ha avuti, e precisamente in Ananda ha avuto l'attendente, in Sariputta e Moggallana la coppia eccelsa: soltanto questi due potevano insegnare la dottrina, quando il Maestro era impedito. E in questo contesto, il Buddha aggiunse: "Questi due sono eccellenti tra tutti i monaci, eccezionali tra tutti i miei discepoli. Essi agiscono secondo le istruzioni del Maestro e seguono fedelmente i suoi avvertimenti. Sono cari alle quattro classi dei miei fedeli [monaci, monache, laici, laiche], e in verità meritano la stima e il rispetto di tutti". In un'altra occasione comparò Sariputta a una madre e Moggallana a una "nutrice" perché allattava tutti con la dottrina e si preoccupava di assisterli. La funzione di Moggallana è complementare a quella di Sariputta. In alcuni momenti, per esempio all'ora della formazione dei monaci neo-ordinati, il Buddha stesso preferì la funzione di Moggallana.

3. I poteri sopranormali di Moggallana. Un giorno il Buddha indicò le caratteristiche dei suoi principali discepoli. "Il primo nei poteri sopranormali è Moggallana". Alcuni di questi "poteri" appartengono al piano fisico, altri al piano psichico, ma non mancano quelli, più interessanti, di tipo spirituale. Ricordiamone alcuni: a) Potere sopranormale fisico. Moggallana poteva trasferirsi, in un momento, in un luogo molto distante. Quando il suo amico Sariputra si ammalò, Moggallana sparì e subito si trovò nel lago Mandakin a nord dell'Himalaya, per cercare alcuné fibre e radici medicinali di una specie di fior di loto. Accanto al lago un elefante lo salutò reverentemente, e lui subito ritornò con la medicina efficace presso il suo amico. Sappiamo anche che in un'altra occasione trasferì l'albero della sapienza per piantarlo nel giardino del monastero di Jetavana. b) L'occhio supremo (occhio divino, proprio degli dèi). Questo potere appartiene a un piano più spirituale. Con questo occhio poteva contemplare il Buddha dovunque questi si trovasse, anche a molta distanza. Poteva anche vedere i demoni che tentavano i suoi compagni, e subito veniva ad aiutarli. Vide la vittoria del re Pasenadi sui Licchavi. In particolare, poteva vedere le operazioni del Dharma e quelle del karma e tutti i suoi frutti. Così ha potuto vedere come i peccatori erano sottomessi a nuove reincarnazioni in corpi malvagi. Grazie a questo potere, egli penetrava nel mondo degli spiriti: ci sono molte descrizioni di questa visione soprannaturale. c) L'orecchio divino. Un giorno spiegò a Sariputra uno dei punti essenziali della Dottrina, come se fosse stato spiegato direttamente dal Maestro, benché questi si trovasse lontano, in Savatthi. "Come è possibile che tu mi spieghi questi argomenti in questo modo?", chiese l'amico. E Moggallana rispose che tutto era possibile perché egli aveva un "orecchio divino" con il quale poteva sentire direttamente il discorso del Buddhat. Con questo orecchio, Moggallana poteva udire le voci delle divinità, degli spiriti e ricevere messaggi da loro.

Grazie a questi poteri, Moggallana diventò uno dei predicatori più famosi del buddhismo primitivo. Spesso, istruiva i monaci insieme con il suo amico Sariputra. La vocazione e il ministero non sciolsero la loro amicizia. Soltanto la morte separò i due amici. Sei mesi prima della morte o parinirvana del Buddha, morirono i due monaci amici. Così, l'Illuminato ebbe tempo di fare grandi lodi di questi due uomini, come abbiamo visto. Sariputra, morì il giorno della luna-piena del mese di Kattika (ottobre-novembre), fra i suoi parenti, nel suo proprio paese, lontano da Moggallana. Due settimane dopo, nel giorno della luna-nuova dello stesso mese, morì Moggallana. Entrambi morirono all'età di 84 anni, mentre il Buddha morì a 80 anni nella notte della luna piena del mese di maggio, probabilmente dell'anno 483 a.C.

Ecco alcune circostanze della morte di Moggallana. Negli ultimi giorni ebbe a sostenere delle lotte spirituali con Mara, il demonio o nemico, e delle lotte dottrinali con alcuni gruppi di giainisti, invidiosi della vita eccellente di Moggallana e dei suoi poteri. Ma le sue forze fisiche e spirituali mantenevano una grande vitalità. E fino all'ultimo momento rimase in piena lucidità. Spirò alla presenza del Maestro, nel luogo più santo della terra. Per le generazioni future dei buddhisti, in concreto dei monaci, Moggallana è rimasto come l'ideale da imitare e colui che indica allo stesso tempo la strada da seguire.





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