[Mahayana] Il Sutra del Loto e la Scuola Tien t'ai.



"Il Sutra del Loto è il re dei sutra: riconoscetelo come il vostro grande
maestro. Comparato a questo sutra tutti gli altri si pongono soltanto come
suoi contenuti, perché esso soltanto esprime la Verità ultima. Gli altri
presentano soltanto insegnamenti provvisori, non le vere intenzioni del
Buddha".

Dogen Zenji, Shobogenzo, tr.ingl. vol.IV Nakayama Shobo, Tokyo 1983, p.40.
("Lo Shobogenzo sembra un commento al Sutra del Loto"
Fausto Taiten Guareschi -Zen notiziario, anno V, n.2, 1998 p.4-.)

Non c'è commento più esaustivo di come viene vissuto in molte delle
principali scuole Mahayana questo sutra.

Il suo nome in sanscrito è 'Saddharmapundarikasutra'
in tibetano è 'Ddam-pa' i chos padma-dkar-po' i mdo'
in cinese 'Fahuajing'
in giapponese 'Hokkekyo'

Secondo alcuni Nagarjuna lo citerebbe nel suo 'Trattato sulla grande
perfezione' mentre un 'Trattato sul Sutra del Loto' è attribuito a
Vasubandhu (il 'vecchio' secondo la distinzione dell'indologo E.
Frauwallner).

Si ritiene sia stato messo per iscritto tra l'inizio della nostra era e il
II sec. d.C. con alcune aggiunte più tarde.

Esistono diverse versioni sanscrite di questa opera scoperte in Nepal, nel
Kashmir e nel Gilgit.

Fu tradotto in tibetano dall'indiano Surendra con l'aiuto di Yeshe De.

In cinese è stato tradotto sei volte anche se solo tre di queste traduzioni
sono giunte a noi:

quella di Dharmaraksha nel III sec. d.C.
quella di Kumarajiiva agli inizi del V sec. d.C.
quella di Jnanagupta e Ddharmagupta agli inizi del VII sec. d.C.

Quella di Kumarajiiva è stata ampiamente diffusa in Cina e in Giappone.

E' proprio a partire dalla traduzione del Sutra del Loto da parte di
Kumarajiiva che prende piede la scuola Tien t'ai.

La figura di Kumarajiiva è estramente importante per lo sviluppo del
buddhismo estremo orientale. Egli non tradusse solo il Sutra del Loto ma
moltissime opere sia hinayana che mahayana.

Conosciamo la vita di Kumarajiiva grazie alla 'Biografia di monaci eminenti'
redatta nel VI sec. d.C. da Hui-Chiao.

Secondo l''Elogio postumo del mestro del Dharma Kumarajiiva' redatta dal suo
discepolo diretto Seng-Chao egli morì nel 413 all'età di 69 anni, quindi
dovrebbe essere nato nel 344. Ma secondo Hui-Chao sarebbe nato nel 350 e
morto nel 409, quindi a 59 anni.

Si sa che il padre, Kumarayana, era indiano e di nobile casata, ed era
destinato a cariche politiche ma non si sa per quale motivo ad un certo
punto si fece monaco buddhista itinerante e decise di attraversare le
montagne del Pamir per portare il Buddhadharma fuori dall'India.
Siamo in un periodo interessantissimo della Storia dell'umanità che solo in
questi ultimi decenni sta venendo alla luce.

Di certo, oggi sappiamo che il mondo intorno al III sec. d.C. era diviso tra
quattro superpotenze: Roma, Partia (non Persia perché ancora non
Sassanide), Kushana (Centro Asia) e Cina.

Tra questi i Kushana sono, ai fini della storia del buddhismo, l'impero più
interessante.

Sono indoeuropei, combattono e inseguono gli sciti; entrando in India dal
nord-ovest spingendo davanti a loro gli sciti (che chiamano shaka), arrivano
a conquistare la città di Sarnath. Si convertono al Buddhismo quasi subito e
nasce un impero raffinato e davvero multiculturale avendo in sé delle
combinazioni europee (greche) ed asiatiche (indiane e cinesi).

Nel frattempo i sassanidi sostituiscono con Ardashir i parti, è l'inizio
della crisi per Roma e per i Kushana. E' accertata ormai l'alleanza dei due
imperi in versione antisassanide, tant'è che l'imperatore dei Kushana arriva
fregiarsi del titolo di Kaisar (Cesare).

Non basta, l'impero dei Kushana crolla sotto la spinta Sassanide e la
frantumazione di questo impero produrra una serie di piccoli regni in attesa
dell'arrivo dei Gupta (da qui la rinascita del Sanatana-Dharma e declino del
Buddha-Dharma già trattato in Hinayana/Mahayana) e poi dell'impero tibetano.

E' dunque l'inizio dell'era Gupta il periodo di cui sto parlando.

Kumarayana, padre di Kumarajiiva, nel suo peregrinare verso oriente giunge
nel regno di Kucha che due secoli dopo Xuangzang testimonierà come uno dei
regni più buddhisti che egli abbia visitato. Kucha è lungo la via della seta
e come è costume per i re devoti, è lo stesso re di Kucha a ricevere
Kumarayana. Colpito dalla preparazione e dalla devozione del monaco indiano
il re gli offre di restare in qualità di 'Maestro della nazione' giungendo
ad offrirgli la figlia come sposa (anche Xuangzang incontrerà problemi
simili finendo per essere sequestrato da vari regnanti, e più volte.).
Kumarayana (a differenza di Xuangzang) accetta e dall'unione nasce
Kumarajiiva, il cui nome, secondo le cronache del 'Raccolta di memorie
riguardante i tre canestri' deriva da quello del padre e da quello della
madre, Jivaka.

E' da notare che Kumarayana violò i voti sposando Jivaka e ciò accadrà più
tardi anche per Kumarajiiva.

A sei anni Kumarajiiva entro in un monastero. Anche la madre, Jivaka prese i
voti nello stesso periodo.

Si narra che Kumarajiiva fin da giovanissimo espresse delle doti
particolari, peraltro imparò facilmente a memoria l'Abhidharma hinayana.
Dopo tre anni la madre decise di approfondire il proprio studio e di tornare
nel Kashmir da dove era partito il marito così, insieme al figlio di nove
anni, rientrò in India. In questa regione Kumarajiiva ebbe maestri di
tradizione Hinayana, il più importante dei quali fu Bandhudatta che gli fece
accuratamente approfondire il Sutrapitaka.

Si narra che non ancora dodicenne si fece notare in una disputa come
profondo conoscitore della dottrina soprattutto in termini di comprensione
profonda. Il fatto che ciò accadde davanti al sovrano Chipin lo rese famoso
in tutta la regione. Quando ebbe dodicianni con la madre inizia il rientro
verso Kucha.
E' durante il viaggio di ritorno che Kumarajiiva ebbe la predizione da parte
di un arhat che incontrò durante il cammino che se non avesse infranto i
voti da monaco entro i trentacinque anni sarebbe divenuto eguale a Upagupta.

Secondo alcune tradizioni Upagupta è considerato il terzo secondo altre è il
quarto patriarca del buddhismo indiano. Sarebbe comunque colui che ebbe il
merito di aver convertito l'imperatore Asoka.

Kumarajiiva e la madre raggiunsero quindi lo stato di Kashgar dove restarono
un anno e dove Kumarajiiva approfondirà l'Abhidharma ed altri testi dei
Sarvastivada. Studiò anche importanti testi del Sanatana-Dharma, anche testi
di astronomia e di scienze dell'epoca. Durante un altro dibattito pubblico
sul 'Sutra della messa in moto della Legge' ebbe modo ancora di far notare
la sua profonda erudizione e intuizione.

Fino a questo momento Kumarajiiva è un monaco hinayana, sarà l'incontro con
un altro monaco, Sutyasoma, seguace del grande veicolo che ne modificherà le
vedute religiose. Con Sutyasoma Kumarajiiva inizia lo studio della
letteratura mahayana, dei testi di Nagarjuna e di Aryadeva.

Molti anni dopo Kumarajiiva così ricorderà il suo rapporto con Sutyabaddha:
"Nel passato quando ero in India, ho percorso le cinque regioni del paese
alla ricerca degli insegnamenti del Mahayana. Quando ebbi modo di studiare
presso il grande maestro Sutyasoma, riuscii finalmente ad assaporare il
gusto dell'autentica sapienza. Egli mi affidò i testi in sanscrito e,
incaricandomi di divulgarli, disse -Il sole del Buddha è tramontato dietro
le montagne occidentali, ma i suoi raggi si attardano a illuminare le
regioni nordorientali. Questi testi sono destinati proprio a quelle
regioni. Tu ne devi assicurare la trasmissione!-"
Nonostante i numerosissimi post che mi invitavano a continuare anzi ad
approfondire la storia di Kumarajiiva ho deciso di tagliarla nella mia
esposizione.
Taglio anche un approfondimento sui pellegrini buddhisti cinesi che
partirono alla volta dell'India.

Quello che mi preme tuttavia sostenere è il metodo di lavoro di Kumarajiiva
una volta giunto in Cina.

Prima dell'arrivo di Kumarajiiva era uso in Cina prendere a prestito
terminologie taoiste o confuciane per tradurre i testi buddhisti. Ad esempio
sunyata veniva tradotto wu.

Inoltre sia i sutra hinayana sia quelli mahayana iniziavano con la formula
'così ho udito' e per i dotti cinesi era incomprensibile come mai il Buddha
Shakyamuni avesse insegnato così differenti dottrine.

Fu Kumarajiiva che, non dimentichiamolo, era anche maestro di dharma oltre
ad essere un profondo conoscitore sia della lingua cinese che di quella
sanscrita a chiarire ai dotti cinesi tutte le contraddizioni e le confusioni
a cui erano andati precedentemente incontro.

Certamente egli era mahayana ma era stato per lungo tempo anche maestro di
dharma hinayana e profondo conoscitore del suo abhidharma.

Hui-kuan, suo discepolo diretto così narra come lavorasse Kumarajiiva: "Egli
poteva prendere in mano un sutra scritto in una lingua straniera e tradurlo
oralmente in cinese. Poteva poi spiegarlo in modo perfetto sempre in
cinese". Alle sue riunioni partecipavano fino a 500 dotti cinesi che dopo
essersi convinti che la traduzione di Kumarajiiva era migliore di quelle
precedenti prendevano il pennello e la riportavano in cinese.

Sempre Hui-kuan ci narra: "Nell'estate dell'ottavo anno dell'era Hung-shih
(406 d.C.), sotto la dinastia dei Ch'in posteriori, oltre duemila monaci
provenienti dalle quattro direzioni si riunirono in uno dei grandi templi di
Chang-an. Venne lì recitata la nuova versione del Sutra del Loto e tutti i
membri dell'assemblea si unirono per esaminarla e verificarla. Kumarajiiva
si esprimeva con parole semplici eppure colme di profondi concetti; faceva
uso di esempi familiari ma il significato era di grande portata. Spiegava
quanto era nascosto sotto il livello superficiale del testo sforzandosi di
portarne alla luce le idee fondamentali".

In un altra cronaca dello stesso evento, quella di Seng-jui si legge "i
membri dell'adunanza si colmavano di gioia ricevendo la nuova traduzione,
sentendosi come se, in una giornata limpida, avessero potuto dominare con lo
sguardo il mondo sottostante dalla cima dei monti Kunlum".

Kumarajiiva come ho già detto non tradusse solo il Sutra del Loto ma
moltissimi prajnaparamita e sutra hinayana.

Fu il suo discepoli diretto Seng-jui a mettere per iscritto la valutazione
di preminenza del Sutra del Loto rispetto agli altri: "Il Sutra del Loto è
il segreto ricettacolo di tutti i Buddha e la massima espressione fra tutti
i sutra".

Perché una dichiarazione così inusuale e forte?
E' davvero difficile spiegare il successo del Sutra del Loto in Cina e in
Giappone.
E' quasi impossibile se non lo si è prima letto. Per quanto mi riguarda ho
l'esperienza di alcuni libri che dopo averli letti mi hanno reso
qualcun'altro. E' come si mi avessero aggiunto 'vita ai giorni'. Uno di
questi, a titolo di esempio, l'ho letto circa venti anni fa ed è stato 'La
montagna incantata' di Thomas Mann.
Spesso per quel che mi riguarda i libri che più mi hanno cambiato erano
quelli che ritenevo incomprensibili, astrusi, noiosi, difficili. C'è una
ragione per questo: i libri o gli insegnamenti che ci piacciono in genere
confermano già le cose che più o meno pensiamo o che siamo disposti a
pensare. Per questo quando incontriamo un insegnamento nuovo difendiamo i
nostri punti di vista.
Questo perché i nostri punti di vista siamo noi.
Con questo non voglio sostenere che i nuovi punti di vista siano
necessariamente migliori di quelli vecchi, solo suggerire sempre e comunque
curiosità e mente da principiante (come diceva Shunruy Suzuki).

Tornando al Sutra del Loto nella Cina del V sec. d.C., vorrei sottolineare
come con Kumarajiiva e il ritorno di diversi dotti cinesi dal viaggio in
India e Sri Lanka, i testi buddhisti e il loro apparato critico era
decisamente vasto e pertinente.

Nella grande e pressoché completa mole dei sutra hinayana e mahayana e loro
commentari, i cinesi furono colpiti dagli insegnamenti di tre sutra
mahayana in particolare:

- Il Sutra del Loto di cui ho già accennato in precedenti post.

- Il Grande Sutra di ornamento fiorito dei Buddha (meglio consciuto come
Amavatmsakasutra o il Sutra della Ghirlanda)
sans.: Buddhavatamska maha-vaipulyasutra
tib.: Sangs-rgyas phal-po-che'i mdo
cin: Huayanjing
giap.: Kegonkyo

- Il Sutra della Grande passaggio al di là della sofferenza (o Sutra della
grande estinzione)
sans: Mahayana Mahaparinirvana sutra
tib.: bdag-nyid chen-po
cin.: Dawo
giap.: Daiga
Quest'ultimo sutra non va confuso con il Mahaparinibbana sutta (pali, tib.
Yong-su
mya-ngan das pa i mdo; cin. Panniayuanjing, giapp. Hatsunaiongyo) che è
invece un sutra del canone pali e quindi non mahayana.

Il 'Sutra della Grande passaggio al di là della sofferenza' era di grande
eco per la cultura cinese da sempre concentrata ai problemi dell'aldilà e
della ricerca dell'immortalità.
In questo sutra, introdotto dall'India dal pellegrino cinese Fa-hsian
all'inizio del V sec. d.C., tuttavia gli elementi importanti erano altri.
In questo sutra vengono sostenute due cose importanti:
1. L'esistenza della natura di Buddha (sans. buddhata) presente in tutti gli
esseri, e la realizzazione nel raggiungimento del nirvana di un Grande Sé
(sans. mahatmya, tib. bdag-nyid chen-po, cin. dawo, giap. daiga; che nulla
ha a che fare con il sé dei personalisti e nemmeno con l'assenza di sé degli
hinayana). Oggi potremmo definirlo un Sé transpersonale.
2. La possibilità per gli 'icchantika' di poter diventare dei Buddha.

In realtà questo secondo punto non era presente nella prima traduzione di
questo sutra, fu solo quando Dharmaksema, un monaco indiano del V sec. d.C.,
ne tradusse alcuni capitoli mancanti ritrovati nel Khotan che fu chiara la
presa di posizione di questo sutra rispetto alla tesi dei Cittamarin (la
scuola fondata da Asanga e cara anche a Xuangzang) per cui vi erano degli
esseri che mai avrebbero ottenuto la buddhità non possedendo nemmeno la
natura di Buddha.

Eppure uno dei discepoli di Kumarajiiva quando ancora non si conoscevano i
capitoli mancati di questo Sutra sostenne che chiunque poteva ottenere la
buddhità e ciò gli costò persino un esilio.

Chi era questo importantissimo discepolo di Kumarajiiva che facendo leva sul
capitolo di Devadatta del Sutra del Loto anticipò con grande intuizione per
l'epoca i capitoli mancanti del Mahaparinirvana sutra?

Il vostro stalker riparte per la tangente e come in precedenza affermò che
il Tipitaka fu messo in pali per l'intervento di Buddhaghosha oggi con lo
stesso spirito 'tangenziale' vi dice che quel discepolo era....
Bodhidharma.... Perché mi sento di sostenere questa possibile ipotesi?
Perché il primo patriarca Ch'an (Quarto patriarca cinese secondo la
tradizione Zen) di cui si abbia contezza storica è Tao-hsin nato nel 580
d.C. nella provincia dell'Honan il cui vero nome era Ssu-ma. Di lui sappiamo
che entrò in un monastero buddhista a sette anni e divenne successivamente
monaco della scuola Tien t'ai in un tempio guidato da un allievo diretto di
Chi-i. In questo tempio avrebbe incontrato Seng-ts'an a 18 anni circa (il
Terzo patriarca, quello ammalato di lebbra) di cui però non sappiamo
assolutamente nulla. Peraltro se abbiamo testimonianza di Tao-hsin e
conserviamo i suoi scritti, dei suo predecessori non sappiamo nulla e la
loro attribuzione è tarda e sicuramente dimentica di altri importanti
personaggi della stessa scuola. Nei suoi scritti Tao-hsin cita volentieri i
sutra e Chih-i, il grande maestro della scuola Tien t'ai, ma suggerisce ai
suoi discepoli di mettere da parte le scritture.

E' il primo Maestro di Dharma nella storia del buddhismo che dà questa
indicazione. Perché?

Così quando si legge l'opera di Tao-hsin come dimenticarsi di quell'allievo
di Kumarajiiva di nome Tao-sheng? Questo è il nome di colui che non ancora a
conoscenza dei capitoli completi del Mahaparinirvana sutra difese la
buddhità dei 'privi di fede' di coloro che hanno reciso le radici salutari
che alcuni volevano privi persino della natura di Buddha.
Per questa sua difesa degli icchantika, Tao-hsin venne cacciato e condannato
all'esilio su una montagna.
Tao-sheng (355-434) infatti sostenne che i privi di fede (coloro che non
vogliono ascoltare il Dharma, ovvero non vogliono conoscere le scritture)
non solo hanno la natura di Buddha ma possono raggiungere l'illuminazione,
anche se solo improvvisamente non gradualmente. Solo attraverso attraverso
la pratica dell'illuminazione improvvisa scorgeranno che la natura di Buddha
(vedi Mahaparinirvanasutra) e Sunyata (vedi Prajnaparamitasutra) sono la
stessa cosa e sono la stessa cosa con il Nirvana e che il Nirvana è identico
al Samsara. Tao-sheng rimase sulla montagna dell'esilio e morì in modo
tipicamente zen, facendo cadere il bastone mentre era seduto ben eretto
nella postura della meditazione.
E' forse lui la versione storica di Bodhidharma?

Vediamo che è l'inizio del V secolo con Kumarajiiva l'origine delle più
importanti scuole cinesi e poi dello zen e del tendai...
Sono principalmente tre le scritture sui cui questi antichi maestri si
cimentano insieme al Lankvatara e ai Prajnaparamita.

Ma non è che l'inizio...

Gli antichi maestri cinesi avevano una profonda conoscenza della letteratura
mahayana e hinayana, essi sapevano che il Buddha Shakyamuni non aveva
lasciato nessuna eredità nell'insegnamento del Dharma e che il Dharma era
impronunciabile e inconcepibile con i pensieri, sapevano che senza
l'insegnamento era difficile la salvezza e che tale insegnamento non era di
una dottrina verbale ma che la dottrina verbale aveva lo scopo di liberare
(non era la liberazione) e che per questo il Buddha storico aveva insegnato
in modi diversi a diversi allievi.

Erano convinti che i sutra mahayana fossero il compendio di insegnamenti che
il Buddha storico aveva pronunciato ad altri allievi di altro lignaggio
rispetto agli hinayana e così via. Così se l'Abhidharma era dimentico del
Sunyata presente nei Prajnaparamita sutra questi erano dimentichi della
'natura di Buddha' presente nel Mahaparinirvana sutra e così via per le
diverse scuole. Ed è proprio dal cercare di capire quale insegnamento
riassumesse quelli precedenti in una lettura più profonda del Dharma che
nacquero le diverse scuole cinesi.
Tradizionalmente si suddividono le scuole cinesi dopo il 'lavoro' svolto da
Kumarajiiva e dai suoi dotti allievi in scuole del Nord e scuole del Sud.

Ora non voglio entrare nel dettaglio di queste scuole piuttosto vorrei
entrare nel dibattito che le differenziava.

Come tra hinayana e mahayana l'argomento di 'discussione' era il ruolo dello
'shunyata' allo scopo del risveglio (da qui poi l'opposizione tra arhat e
bodhisattva e le altre differenze sostanziali tra i due veicoli), in Cina
si svilupparono dei dibattiti sul ruolo della natura di Buddha, il ruolo
degli upaya e sulle
tecniche meditative per raggiungere la buddhità.

Non erano dei dibattiti, come immaginiamo noi, filosofici. Non c'era alcuna
filosofia da propugnare. Davvero nessuna. Gli scritti non avevano lo scopo
di dimostrare il vero rispetto al falso da un punto di vista logico o
'dotto'. Non c'è un sutra che si esprima con logicità o realismo, ad
incominciare con il ridondante e per certi versi oscuro Sutra del Loto.
Gli stessi scritti di Chih-i, come vedremo, sono molto concreti, trattano di
pratiche
meditative e leggono i passi dei sutra alla luce della sola esperienza
meditativa. Esattamente come gli autori dei sutra stessi fecero: redassero i
sutra in base a ciò che avevano precedentemente 'ascoltato' e ciò che
avevano verificato direttamente con anni di severa pratica.

Le 'polemiche' vertevano quindi su ben altro.

Che cosa percepisco io quando faccio entrare la consapevolezza della vacuità
dell'impermanenza e della non soggettività nella mia vita? E' un fatto
concreto, una esperienza e null'altro.
Così se incomincio a scorgere la natura di Buddha ovvero la consapevolezza
che qualsiasi essere senziente possa percepire il Dharma, che cosa accade in
me? E' un fatto concreto, una esperienza e null'altro.

Eppure molti monaci preparati non valutarono l'importanza dello shunyata ai
fini della percezione del Dharma. Altri propugnarono l'importanza dello
Shunyata ma rifiutarono il fatto che ognuno di noi può accedere alla
illuminazione, per loro alcuni uomini potevano non raggiungerla mai per il
semplice
fatto che erano ostili ad ascoltare gli insegnamenti.

Da qui nasce il rifiuto di altri monaci che difendevano invece la
possibilità per tutti di accostarsi al Dharma a costo di cancellare le
scritture e propugnare l'illuminazione attraverso una esperienza improvvisa.

Il periodo delle scuole cinesi viene considerato dal 402 data di arrivo di
Kumarajiiva nella citta di Chang al 573 quando si scatenò la durissima
persecuzione antibuddhista dell'imperatore Wu.

Si parla di scuole settentrionali e meridionali perché allora la Cina era
divisa: al sud divisa in 'piccoli regni' mentre il nord era unificato da una
casa regnante non cinese.

Tradizionalmente si parla di sette scuole settentrionali e tre meridionali:
diecisuddivisioni.

Tale divisione e diffusione di scuole fu determinato dal fatto che nel 420
la città di Chang, dove risiedevano i numerosi discepoli di Kumarajiiva, fu
invasa e ciò provoco la diaspora per tutta la Cina dei suoi allievi.

Ma non dobbiamo pensare a scuole 'impermeabili', come accadde nei primi
dieci secoli tra mahayana e hinayana, così gli stessi monasteri cinesi
ospitavano diverse scuole e spesso i monaci passavano da un insegnamento ad
un altro al solo scopo di 'capire' di più.
Riassumendo:

1. L'arrivo di Kumarajiiva in Cina consente ad una civiltà enormemente
sofisticata di accogliere e apprendere pertinentemente una pressocché
completa serie di scritti e di studi buddhisti e di farne il punto
complessivo della situazione; Kumarajiiva non è solo uno studioso e un
traduttore è anche un maestro di Dharma mahayana, un uomo che ha compreso
profondamente i contenuti dei testi da lui tradotti.

2. Kumarajiiva spiega ai suoi dotti allievi che la comprensione completa ed
intuitiva dei testi mediante la pratica delle paramita, ha lo scopo di
trasformare chi vi si accosta. Trasformarlo interiormente non renderlo
'dotto'. Questa trasformazione è la realizzazione della buddhità.

3. I testi pur trasmettendo molte esperienze in comune, si differenziano per
alcuni contenuti esperienziali particolari.
Da qui la nascita delle scuole cinesi. Esse non sono opposte l'una
all'altra, similarmente al mahayana e all'hinayana indiano, esse convivono
negli stessi monasteri e gli allievi passano da una scuola all'altra per
'capirne' di più. L'invasione di Chang nel V sec. d.C. porterà alla diaspora
i numerosi allievi di Kumarajiiva quindi e comprensibile che in alcune
regioni cinesi erano prevalentemente insegnati alcuni sutra rispetto ad
altri.

Il termine cinese con cui vengono suddivise per grado di profondità i
diversi sutra è "p'an-chiao". Fu il discepolo diretto di Kumarajiiva
Hui-kuan ad operare per primo questa distinzione. Presto anche gli altri
discepoli del maestro indiano si adeguarono a questa classificazione.

E' un secolo dopo, nel VI d.C., che in alcuni grandi monasteri buddhisti
cinesi si dà avvio ad una grande opera di riflessione riassuntiva di queste
scuole, soprattutto ai fini della formazione monastica, e quindi pratica,
dei bodhisattva.

In questo periodo nasce la scuola Tien t'ai (Terrazza celeste) così
denominata dal nome del monte dove sorgeva il suo monastero.

Il Tien t'ai considera suo fondatore Nagarjuna. Questo perché il suo primo
patriarca cinese, Hui-wen (di cui non sappiamo null'altro nemmeno date di
nascita e morte) monaco e maestro di Dharma, ne era un grande studioso e
grande praticante della meditazione (dhyana).
Di lui si narrà che raggiunse la Liberazione svegliandosi ai tre tipi di
saggezza e alle tre Verità di Nagarjuna.

I tre tipi di Saggezza e le tre Verità:
1. Comprensione della non sostanzialità dei fenomeni (Verità assoluta,
Saggezza dell'Hinayana e dei Pratyekabuddha).
a cui va aggiunta
2. Comprensione degli aspetti individuali dell'esistenza (Verità relativa,
Verità dell'esistenza temporanea) ai fini della salvezza di tutti gli esseri
senzienti (Saggezza dei Bodhisattva).
3. La compenetrazione delle due Verità in una unica Mente è la Verità dei
Buddha (Verità della Via di mezzo).

Del secondo patriarca Tien t'ai ed erede del Dharma di Hui-wen, Nan-Yueh
Hui-ssu (515-577 d.C.) sappiamo invece molto di più sia grazie al monaco
Tao-hsuan (596-667) autore di una raccolta biografica dei monaci e dei
maestri di allora, sia proprio grazie a Hui-ssu autore di una sua
autobiografia dal titolo Li-shih-yuan-wen (Il mio voto).
Hui-ssu, secondo patriarca cinese del Tien t'ai, nacque nel 515 a Wu-chin
(provincia del Honan) allora governata dalla dinastia Wei settentrionali.

Hui-ssu vive in un periodo particolarmente tormentato della Cina.
Il susseguirsi sui vari troni di imperatori perlopiù poi assassinati fa da
alternanza a gravi rivolte popolari sistematicamente soffocate nel sangue
con feroci massacri.

Hui-ssu vede con i suoi occhi tutto questo. Assiste personalmente ad
assassini e massacri. Riconosciuto dalla sua stessa famiglia come persona di
animo particolarmente gentile, a 15 anni decide prendere i voti monastici.
Nel monastero Hui-ssu torna all'antica pratica di mangiare una sola volta al
giorno, rifiuta encomi e onorificenze e si getta a capofitto nella pratica
del dhyana e nello studio dei sutra.

A 25 anni decide di intraprende un viaggio lungo i monasteri cinesi per
trovare un maestro.

Mentre nella Cina meridionale lo studio dei sutra era di carattere esegetico
in quella settentrionale si invitava alla pratica della meditazione
silenziosa e alla semplice recitazione dei sutra.

Hui-ssu fu formato dalla scuola settentrionale e nei suoi scritti invita i
monaci a non apprendere intellettualmente il dharma ma, attraverso la
pratica delle paramita e tra queste del dhyana, di sperimentarlo
direttamente attraverso la propria vita quotidiana.

A 33 anni, dopo aver incontrato diversi maestri, inizia a studiare sotto la
guida di Hui-wen.

Dopo un anno di intensa meditazione sotto la severa guida di Hui-wen e dopo
aver attraversato un periodo di terribile sfiducia sulle proprie capacità,
finalmente in un giorno d'estate Hui-ssu raggiunse la Liberazione e il
profondo significato del Sutra del Loto e degli altri testi mahayana gli si
schiuse 'improvvisamente'.

Per diciotto anni aveva letto ripetutamente il Sutra del Loto e numerosi
testi mahayana e hinayana, ma non ne aveva compreso il profondo significato:
ora finalmente tutto era chiaro.

In un suo commentario sul cap. XIV del Sutra del Loto egli spiega che per
comprendere questo sutra occorre dedicarsi a due tipi di meditazione: la
recitazione del testo e la meditazione silenziosa. Raccomandando
quest'ultima come la più importante.

Da qui nasce la pratica del Fa-hua-san-mei (Meditazione sul Sutra del Loto)
una pratica meditativa della durata di ventuno giorni.

Ora prima di continuare sulla vita del secondo patriarca Tien t'ai vorrei
far notare che Tao-hsin (580-651) quarto patriarca Ch'an, l'unico
storicamente accertato e comunque fondatore del primo monastero della scuola
Ch'an (eretto sulla montagna di Shuang-feng) è della provincia di Honan, la
stessa di Hui-ssu che insieme a Chih-i lo precede di mezzo secolo secolo.

Tao-hsin è allievo di un allievo diretto di Chih-i, questo spiega la grande
importanza che la scuola Ch'an darà alla illuminazione improvvisa, alla
pratica del dhyana, alla natura di Buddha e allo stesso Sutra del Loto.

Eppure Tao-hsin non seguirà la pratica della recitazione dei sutra, ecco
cosa scrive in uno dei suoi testi:
"... Sta' seduto in meditazione con sforzo zelante! Lo star seduti in
meditazione è il fondamento... Chiudi la porta e sta' seduto! Non leggere
Sutra, non parlare con gli uomini. Se tu pratichi così e ti sforzi per molto
tempo, allora il frutto è dolce, come per la scimmia che prende il gheriglio
dal guscio. Di costoro ne esistono poche.". Ciononostante per oltre 7 secoli
nei monasteri Ch'an verrano conservati e letti sia i sutra mahayana sia gli
scritti di Chih-i.

Qui sta la differenza fondamentale tra la scuola Tien t'ai e la scuola
Ch'an.
Per il Tien t'ai la meditazione (dhyana) è una pratica importante e
raccomandata, sicuramente la più raccomandata, come insegnava già Hui-wen.
Ma non è il 'fondamento'. Il fondamento per il bodhisattva (attenzione, per
il bodhisattva non per l'arhat), secondo il Mahayana e quindi per la scuola
Tien t'ai sono 'tutte' le paramita, non una sola.

Solo Tao-sheng, l'allievo diretto di Kumarajiiva aveva affermato che la
pratica dell'illuminazione improvvisa avrebbe salvato coloro che rifiutavano
le scritture, gli icchantika. La natura di Buddha si esprime sempre e
comunque, anche al di là delle scritture. Questo non è mai stato
contraddetto dalla scuola Tien t'ai, ma con Tao-hsin e il suo insegnamento
nel monastero di Shuang-feng diviene la pratica di una importante scuola
mahayana. Scuola per monaci 'ordinati' non per icchantika.

Lungi da me, ovviamente, fare una critica della scuola Ch'an, non è
assolutamente il caso, non è il luogo, non ne ho né il diritto né tantomeno
la preparazione. E' peraltro la scuola (zen rinzai) dove ho studiato per
alcuni anni. Quindi le mie note di cui sopra non sono critiche ma pure e
semplici osservazioni.

Così come osservo con curiosità quando incontro, a dire il vero soprattutto
in Occidente più che in Oriente, i praticanti zen con i loro richiami alla
pratica meditativa, a non speculare...: Il Tien t'ai (Tendai) specula... fa
filosofia... Bisogna stare zitti... Tutto è vuoto... e incoraggiamenti in
questo senso che ho incontrato a volte anche in questo niusgruppo. Io
davvero non so cosa rispondere. Perché non ho mai incontrato un'opera del
Mahayana, non dico del Tien t'ai, che speculi. Così il Ch'an e poi lo Zen
non hanno mai 'accusato' le altre scuole di speculare o di filosofeggiare
(non ho mai letto un'opera in tal senso) piuttosto, coerentemente con
l'insegnamento del quarto patriarca Tao-sheng affermano semplicemente che il
dhyana è il 'fondamento' della pratica. S
ul fatto che il cuore del Buddhismo sia una esperienza e non una dottrina
logico-verbale, non discuto nemmeno, perché non ho mai letto qualcosa che
affermasse diversamente.

Con rispetto per tutti.
Spero di non aver offeso nessuno con le mie osservazioni sulle origini del
Ch'an e del Tien t'ai.

Ora per non incorrere in rischi di polemica ricordo solo che è con il
secondo patriarca della scuola Tien t'ai, Hui-ssu, che emerge che le
"passioni terrene non sono altro che illuminazione".

E' una frase forte che forse solo i praticanti il Ch'an, oltre ovviamente i
Tien t'ai, possono capire nella sua corretta interpretazione avendone avuto
l'insegnamento all'alba della loro storia. D'altronde per i Tien t'ai, e
quindi per i Ch'an, il Vimalakirti Nirdesa Sutra ha un grande ruolo.

Al Vimalakirti (credo che voi tutti conosciate altrimenti posto qualcosa)
aggiungo ora un breve sutra Tien t'ai che può rendere comprensibile
l'affermazione di Hui-ssu. Affermazione tipicamente Mahayana in linea con
gli insegnamenti di Nagarjuna.

En-don Shi-Kan

[Perfetta e immediata meditazione di calma-e-discernimento]

Il metodo perfetto e immediato della pratica di calma-e-discernimento
prende, fin dall'inizio, come oggetto la Realtà ultima.
Qualunque sia l'oggetto del discernimento, esso è visto come identico al
Mezzo. Non c'è nulla che non sia la Realtà ultima.

Fissando la mente sulla Realtà universale e unificando la propria
consapevolezza colla Realtà universale [realizza che] non c'è un solo
colore o odore che non sia la Via di mezzo.

Mente, Buddha, esseri senzienti sono, parimenti, [la Via di mezzo].

Poiché tutti gli aggregati e le forme di sensibilità sono la realtà
così come è, non c'è alcuna sofferenza da cui liberarsi.

Poiché la nescienza e le afflizioni sono identiche al corpo illuminato,
non c'è alcuna origine della sofferenza da sradicare.

Poiché i due punti di vista estremi sono il Mezzo e le visioni erronee
sono la Verità, non c'è alcun percorso da praticare.

Poiché il samsara è identico al nirvana, non c'è alcuna estinzione
[della sofferenza] da realizzare.

Non essendoci né sofferenza né origine della sofferenza, nulla vi è di
mondano; non essendoci né sentiero né estinzione, nulla vi è di
sopramondano. C'è una sola, pura Realtà; non c'è nessuna entità al di
fuori di essa.

La tranquillità della natura ultima di tutte le entità è detta "calma";
il suo perenne splendore è detto "discernimento".

Benché noi parliamo di inizio e fine in termini di pratiche meditative,
non c'è nessuna dualità, nessuna distinzione tra essi. Questo è ciò che
è chiamato [il metodo] "perfetto e immediato [di pratica] di
calma-e-discernimento".

A questo scopo, dobbiamo realizzare la natura [del rapporto tra il
microcosmo] del nostro corpo e [il macrocosmo] dell'ambiente: tremila
mondi sono in un momento della vita. Compiendo il cammino si diviene
consapevoli dell'essenza della realtà. Il nostro corpo-mente individuale
permea la Realtà universale.
Dopo aver realizzato il Risveglio Hui-ssu ottemperò alle raccomandazioni
contenuto nel capitolo 14° del Sutra del Loto ovvero si dedicò anima e
corpo per la salvezza degli esseri senzienti peregrinando per tutta la
regione e proclamando la Dottrina. Ma in un periodo di alternate gravi
persecuzioni imperiali, egli incorse in diversi pericoli. In particolar modo
i taoisti avversavano attivamente la dottrina buddhista vista come una
religione barbara, così alcuni sacerdoti taosti cercarono di avvelenarlo. Si
rifugiò quindi nella Cina meridionale, sul monte Ta-su, dove rimase per
undici anni. In questo periodo Hui-ssu copiò in oro sia il Sutra del Loto
che i Prajnaparamita. Su questa montagna avvenne l'incontro da Hui-ssu e
Chih-i. Per otto anni Chih-i studiò e praticò con il suo maestro, poi, a
cuasa di un'altra imminente guerra, Hui-ssu riparti per il monte Nan-yueh
dove morì nel 577 all'eta di sessantadue anni.

Tra le opere di Hui-ssu ricordiamo: Sishierzimen (Introduzione ai
quarantadue punti); Wuzheng xing men (L'attività autentica); Sui ziyi sanmei
(L'attività serena e piacevole) oltre che la sua biografia.

Dell'incontro tra Hui-ssu e Chih-i sappiamo che il maestro non esitò fin da
subito ad introdurre l'allievo nella sala di Samantabhadra e a trasmettergli
la meditazione sul Sutra del Loto.

Finalmente arriviamo a quello che è considerato il vero e proprio fondatore
della scuola Tien t'ai: Chih-i.

Di Chih-i conosciamo la vita grazie a tre opere: la biografia redatta da un
suo discepolo diretto Chang-an (561-632). Il Kuo-ch'ing pai-lu di Kuang-ting
e 'Le biografie di monaci eminenti' di Tao-hsuan.

Egli nacque a Hua-jung nella regione del Lago Tung-t'ing probabilmente nel
538 il suo cognome era Ch'en.
Figlio di un ufficiale governativo si avvicinò al Sutra del Loto all'eta di
sei anni quando ascoltò la recitazione del XXIV capitolo (quello di
Avalokiteshvara) in un tempio, rimanendone profondamente impressionato. (In
questo capitolo del sutra vengono descritte le caratteristiche di un
bodhisattva che agisce per portare al Risveglio l'intero genere umano).

All'età di diciotto anni, nel 555, dopo aver perso entrambi i genitori e
contro la volontà del fratello maggiore Ch'en Chen, allora alto ufficiale
dell'esercito, Chih-i prende i voti monastici nel tempio di Kuo-yuan a
Hsiang-chou prima sotto la guida di Fa-hsu poi di Hui-kuang sul monte
Ta-hsien.

All'età di ventitre anni Chih-i raggiunge il monte Ta-su dove insegnava il
maestro Hui-ssu.

Sia Chih-i che Hui-ssu erano convinti assertori della superiorità del Sutra
del Loto sulle altre scritture buddhiste. Così come lo sarà sette secoli
dopo Dogen, fondatore del Soto Zen in Giappone.

Dopo appena quattordici giorni dall'incontro con Hui-ssu sul monte Ta-su,
Chih-i ebbe il profondo Risveglio e Hui-ssu ne riconobbe subito
l'autenticità riconoscendogli un livello di 'conoscenza' pari alla sua.
Chih-i rimase sul Monte Ta-su per altri sette anni. Lasciò il monastero di
Hui-ssu nel 567 e.v. dirigendosi verso Nanchino capitale della dinastia
Ch'en (dinastia meridionale). Risiedette nel tempio Wa-Kuan-ssu per otto
anni, lì le sue lezioni sul Sutra del Loto furono raccolte nel 'Significato
profondo del Sutra del Loto'.

Nel 575 all'età di trentotto anni sentì la necessità di tornare alla vita
eremitica quindi si diresse verso Sud verso una catena montuosa isolata e
selvaggia situata sul versante costiero della provincia di Chekiang nota
solo per essere stata nei tempi remoti un centro di attività religiose
taoiste e buddhiste. Tale catena montuosa era allora denominata Tien t'ai
(Terrazza Celeste), lì praticò la meditazione sulla vetta più alta della
catena, il monte Hua-ting.

Una notte mentre imperversava una tempesta ebbe una profonda illuminazione
realizzata dopo un continuo 'assalto' di demoni.

Lo raggiunse un pugno di seguaci e grazie alla fama spirituale che ne seguì
l'opera ebbe un aiuto finanziario dall'imperatore Xuan Di (nome familiare
Chen Xu, data regno 568-582). Parte di questi finanziamenti furono
utilizzati per convincere i pescatori del luogo a cambiare l'attività
economica la quale consisteva nella continua uccisione di esseri viventi.

Dopo dieci anni passati sulle vette fu convinto dall'imperatore Hou-zhu
(nome familiare Chen Shubao, ultimo imperatore della dinastia Chen, data
regno 582-589) a rientrare a Nanchino. Lì tenne una seconda serie di lezioni
sul Sutra del Loto che furono raccolte nelle 'Parole del Sutra del Loto'.
Nel 587 sempre Nanchino Chih-i incontrò un giovane monaco Kuan-ting che
divenne in seguito il suo principale allievo e che divenne poi consciuto con
il nome Grande maestro Chang-an.
Chih-i aveva allora cinquanta anni, Kuang-tin ventisette.

Nel 588 Nanchino fu attaccata dalle armate settentrionali della neonata
dinastia Sui (già dinastia Zhou del Nord), Chih-i si diresse prima sul Monte
Lu poi sul Monte Heng dove aveva risieduto fino alla morte il suo maestro
Hui-ssu. Rovesciata la dinastia Chen, Chih-i si recò nella regione
Ching-chou dove era nato e vi fondò il Tempio Yu-chuan-ssu. Lì nel 594
espose la sua terza opera maggiore il Mo-ho-chih-kuan (g. Makashikan - Il
Grande Samatha-Vipasyana).

Tornò quindi sui monti Tien-t'ai dove morì nel 597 all'età di sessanta anni.

Mentre era ancora in vita il primo imperatore della dinastia Sui, Wen Di
(nome familiare Yang Jian, data regno 581-604), lo insignì del titolo di
Chih-che (Sapiente) e dopo la sua morte, in epoca Tang fu insignito con
l'appellativo di Tien-t'ai Ta-shih (Grande Maestro Tien-t'ai).

Chih-i si può trovare trascritto o traslitteraro con: Zhiyi, Tche-yi,
Zhizhe.
In giapponese con Chisha.


-continua-






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