Una lezione da un bigné di cioccolato
Del venerabile Ajahn Amaro
Certe volte una lezione ci viene da dove meno ce l'aspettiamo. Mi viene in
mente un aneddoto riguardante un episodio che avvenne molti anni fa nel
monastero di Chithurst. Un nostro amico novantenne, un guaritore gentile e
di provata devozione, Albert Knockles, voleva offrire un pasto all'intera
comunità. Al monastero generalmente non si cucina il pomeriggio o la sera,
ma tra di noi si era deciso che si doveva preparare quel grande pranzo per
Albert. Fu chiesto alle monache di prepararlo (ciò avvenne prima che fossero
introdotti i 10 precetti) (Nota 1) e che esistessero le monache vestite di
marrone, per cui a quei tempi tutte le monache erano vestite di bianco e
seguivano gli otto Precetti) (Nota 2). Alcune furono contente di cucinare
nel pomeriggio, ma alcune si sentirono quasi costrette a farlo.
Si discusse anche se non fosse tutto una gran perdita di tempo, se era
giusto che tanta gente mettesse tutta quell'energia nel cucinare, tanto più
tenendo presente che ci si aspetta che riflettiamo che "il cibo della
questua è solo una medicina per il corpo.". Altri invece pensavano "Che
bello ! Domani gran festa!". Io ero schierato nel campo precedente, e anzi
lo inasprivo pensando "E' una perdita di tempo completa".
Man mano che i giorni passavano e si avvicinava quella sera, alcuni monaci
cominciarono a sentirsi leggermente agitati uno di essi era il vice-abate.
Io passai gran parte della serata in pensieri sprezzanti ed egli passò gran
parte della serata con l'acquolina in bocca. Il mattino seguente, dopo i
canti del mattino, la meditazione e la riunione di lavoro, egli confessò che
non era stato in grado di dormire la notte, perché per tutto il tempo non
aveva fatto altro che pregustare il cibo. Quando ammise ciò, il mio livello
di disprezzo divenne smisurato "Si suppone che sia un grande monaco, un
esempio che ispira, e invece lui. arrrgghhh.". Ma ormai era lanciato e
nessuno lo avrebbe dissuaso dal credere che ciò fosse una cosa buona.
Arrivò l'ora del pranzo: tra le altre cose che le monache avevano preparato
vi erano dei bigné, grandi bigné di cioccolato, ripieni di panna montata
anche il resto del pasto era favoloso. Io ero pieno di avversione per tutta
la situazione.
Dopo che il cibo venne offerto, notai che il vice abate tirò fuori il suo
bigné dalla ciotola e lo pose sul coperchio poi cominciammo a mangiare. Dopo
alcuni bocconi fui costretto ad ammettere che era tutto delizioso e che
forse dopo tutto non era stata una cattiva idea lasciare che si preparasse.
Nel frattempo, avevo notato che il vice abate aveva cominciato il pasto
proprio con il bigné. Lo prese con grande concentrazione, ne prese due
bocconi e lo rimise nel piatto. Poi chiuse gli occhi e rimase così seduto,
senza mangiare altro. Pensai: "Ben fatto ha visto la follia della sua
avidità, la sua ossessione e ha deciso di rinunciare all'intero pasto
veramente bravo, ben fatto, impressionante."
Arrivati alla fine del pranzo, mentre stavamo lavandoci le ciotole, feci una
specie di commento rivolgendomi a lui, sul genere "E' stato interessante
vedere che, dopo tutta quella aspettativa, hai rinunciato a mangiare".
Rispose: "Stavo per sentirmi male".
"Perché?"
"Com'era il tuo bigné?"
"Buono"
"Ne ho preso un boccone del mio ed aveva un sapore salatissimo", disse. "Ho
pensato allora che me lo ero sognato, per cui ne ho preso un altro morso, ma
aveva lo stesso sapore. Sono rimasto seduto lì per tutto il pasto cercando
di non vomitare."
Le monache avevano finito di cucinare la notte precedente così tanto tardi
che alla fine erano così stanche da essersi sbagliate, e avevano messo,
nella panna montata dell'ultima infornata, sale invece di zucchero. Inoltre
mantenendo gli otto Precetti, non potevano mangiare la sera e perciò erano
costrette dalla loro Regola non solo a non consumare il cibo che preparavano
ma neanche ad assaggiarlo. Per questo non avevano notato la differenza.
Fu lui a ricevere il bigné salato: soka-parideva-dukkha-domanassupayasa, l'insoddisfacente
risultato del desiderio. Fu una grande lezione.
Fuga dal ciclo di nascita e morte
Come probabilmente avrete già notato, nella meditazione cominciamo proprio
con questo tipo di lezione. La vita ci colpisce in pieno viso e ci dice:
"Svegliati". Oppure cominciamo a notare uno schema ricorrente. Osserviamo
noi stessi mentre continuiamo a ripeterlo e pensiamo: "Che sciocco. Ma
perché continuo a farlo?!". Lentamente, continuando a praticare, riusciamo a
captare il processo sempre più sul nascere, fino al punto che osservando noi
stessi intrappolati, avidi, affannati a trattenere, e sentendone il disagio,
impariamo a lasciar andare. Man mano che la consapevolezza si raffina e che
sempre più chiaramente l'attenzione segue il flusso dell'esperienza,
scopriamo che riusciamo a cogliere il processo proprio nel punto in cui l'avidità
si trasforma in attaccamento o in cui la sensazione diventa bramosia. Allora
potremo sperimentare una sensazione piacevole senza che si trasformi in
bramosia, o avere una sensazione spiacevole senza volgerla in avversione.
Meditando sul disagio fisico, potremo vedere che è possibile avere un dolore
nel corpo senza soffrirne. Il dolore è una cosa e la sofferenza che proviamo
a causa sua è un'altra. Possiamo rimanercene in pace. C'è quella certa
sensazione, ma questa non provoca desiderio o avidità. E' come se, mangiando
un boccone per volta, sperimentassimo che il cibo è delizioso, ma non ci
stiamo aggiungendo niente, non ci ossessioniamo per il prossimo boccone.
Semplicemente "E' buono". Fine della storia. Siamo in grado di aderire all'esperienza
perché non ci precipitiamo sulla cosa seguente e non ci formiamo opinioni su
di essa. In questo modo lasciamo che il processo fluisca.
Se la presenza mentale è totale, se c'è consapevolezza - una presenza
mentale incondizionata - allora il processo di avidità e dukkha non sfocerà
nell'azione. Quando non ci sono pause nella consapevolezza, allora la
polarità tra il senso di me stesso e dell'altro non sarà più così forte.
Quel senso di "me" qui e del "mondo" là fuori, si allenta, non si
solidifica. Quindi, quando c'è un suono o una sensazione, un'emozione o un
ricordo, una qualsiasi impressione sensoriale o mentale, viene vista per ciò
che realmente è. Non le si dà una vita indipendente. E quindi cessa.
Spezzando la catena delle cause nel punto dell'attaccamento o dell'avidità,
o quando le sensazioni si trasformano in avidità, o addirittura all'inizio -
non permettendo all'ignoranza di sorgere usando la consapevolezza - allora
si tolgono di mezzo le cause stesse di dukkha. Se non ci sono le cause, la
sofferenza non potrà sorgere. "Quando non c'è questo, anche quello non c'è.
Quando questo cessa, anche quello cessa". E' questo che noi intendiamo per
la fine di nascita e morte, la fine delle rinascite.
L'intero processo dell'Origine Dipendente è conosciuto anche col nome di
bhavacakka, ciclo o ruota delle rinascite. Il termine "uscire dalla ruota" o
"por fine alla nascita e alla morte" descrive proprio il processo che vi ho
appena illustrato. Questo è ciò che principalmente costituisce la pratica
nel buddismo theravada: fine della rinascita, non nascere di nuovo. L'aneddoto
raccontato prima illustra questo ciclo di rinascite: io, nato nella mia
negatività, scopro che non vi era nulla su cui essere negativo. L'altro
monaco era nato nel suo bigné di cioccolato. Nasciamo in un un'infinità di
cose. Non accade solo nel reparto maternità. La nascita avviene molte,
moltissime volte al giorno. Possiamo considerarlo da un punto di vista
esteriore, fisico, ma possiamo vedere l'intero processo in continuazione e
più direttamente a un livello psicologico.
Sovente, quando cantiamo l'insegnamento del Buddha sulla Gentilezza
amorevole, la gente lo trova meraviglioso, ma poi arrivano le ultime parole:
Non aggrappandosi a opinioni fisse,
Il puro di cuore, avendo una chiara visione,
Libero da ogni desiderio sensoriale,
Non rinasce in questo mondo. (S. 152)
E' facile inciampare su queste parole. Non so se qualcuno di voi lo ha
fatto. Certamente quelli condizionati dal buddismo della Scuola
Settentrionale o dall'ideale del Bodhisattva potrebbero pensare: "Ehi,
aspetta un attimo! Che significa non rinascere?". Anche dal punto di vista
della filosofia occidentale, generalmente a favore della vita terrena -
soprattutto in America, soprattutto in California - si potrebbe obiettare:
"Ehi, non mi dispiace rinascere. Questo mondo va benissimo. Mi piace. Ma
insomma che cosa non va in questo mondo?!" L'idea di non rinascere viene
sentita come un augurio di morte, come a dire "se solo potessi smettere di
esistere. Se potessi essere annientato e non esistere più". Ma non è così
che va compreso.
Sono certo che ognuno di noi in questi ultimi giorni ha avuto almeno un
attimo in cui la mente era al massimo della chiarezza si hanno questi
"momenti perfetti" quando non nasciamo in niente. La rinascita è finita. La
mente è sveglia e c'è pace, chiarezza. Non vi è il senso del sé. Non vi è
tempo e spazio: solo "E'", Così. Tutto va bene. Siamo realmente svegli al
massimo, e la vita è al suo apice di perfezione. Il "non nascere", proprio a
livello pratico, di esperienza, non è affatto un'esperienza distruttiva di
annichilimento o di mancanza di sensazioni, quasi una anestesia totale.
Assomiglia più a uno stato in cui uno si sente completamente sveglio ma
anche completamente indefinito. Sente che vi è una consapevolezza che non ha
forma né luogo, che non ha niente a che fare col tempo o con l'individuo.
E' difficile metterlo in parole, ma quando parliamo del "non rinascere"
parliamo della persona, dell'individuo, dell'idea di un sé separato che non
si cristallizza. Quando cerchiamo di crearci un'idea di ciò che siamo, ci
chiediamo: "Ma che cos'è infine una persona? Certamente se non rinasco,
dovrò andare in qualche posto o dovrà accadere comunque qualcosa. Ma che
cosa?"
Lo scopo
Si narra che un asceta errante di nome Vacchagotta, andò dal Buddha e gli
chiese: "Dove vanno gli illuminati quando muoiono?"
Il Buddha disse: "Se stessimo di fronte a un fuoco che brucia e lo
lasciassimo estinguere e a quel punto io vi chiedessi: 'Dove è andato il
fuoco, verso nord, sud, est o ovest?' Cosa mi rispondereste?". Vacchagotta
aggrottò le sopracciglia e disse: "Non va da nessuna parte. Si estingue e
basta. La domanda non è pertinente".
Il Buddha disse: "Infatti è proprio così, Vacchagotta. I termini della
domanda presuppongono una realtà che non esiste". Non possiamo dire che un
illuminato vada in qualche posto. Lo stato di un essere illuminato al
momento in cui il suo corpo si disintegra è indescrivibile. (M.72.16-20). C'è
anche un altro dialogo che il Buddha ebbe con un asceta itinerante, di nome
Upasiva, riportato nel Sutta Nipata, in La via verso l'Aldilà. Upasiva aveva
posto al Buddha una domanda simile a Vacchagotta, e il Buddha risponde:
"Come una fiamma colpita da un'improvvisa folata di vento,
si spegne in un attimo,
e non se ne sa più nulla.
Così avviene per il saggio
liberato dal corpo e dalla mente -
in un attimo essi se ne sono andati,
e non se ne sa più nulla
nessuna definizione li riguarda più".
"Per favore spiegamelo chiaramente, Signore", disse Upasiva,
perché è uno stato che tu hai conosciuto:
uno che ha raggiunto la fine -
non esiste più
o diventa immortale, perfettamente libero?"
"Uno che ha raggiunto la fine
non ha un criterio
su cui si possa misurarlo.
La ragione per cui si poteva parlare di lui
non sussiste più.
Non puoi dire 'Non esiste',
quando tutti i modi di essere,
quando tutti i fenomeni sono rimossi,
anche tutti i mezzi per descriverli
non ci sono più" (S.N. 1074-6)
E questo ci porta allo Scopo. Nella tradizione theravada lo scopo della vita
spirituale è la realizzazione del Nibbana. Esso ha una qualità
imperscrutabile. Frustra ogni tentativo della mente razionale, ma mi sembra
che sia importante avere almeno un'indicazione di ciò a cui si riferisce -
risvegliare la nostra intuizione sulla Realtà Ultima. E' anche importante
sapere che il Buddha non ha detto che questa Meta può essere raggiunta solo
dopo la morte del corpo.
Vi è un principio di cui il Buddha ha parlato, conosciuto come "l'inafferrabilità
dell'illuminato". Il giovane monaco Anuradha era stato provocato da alcuni
bramini che gli avevano chiesto "Cosa capita a un illuminato quando muore?".
Egli replicò "Il Buddha non risponde a queste domande". "Tu devi essere uno
che è veramente molto stupido, o un novellino alla vita monastica che hai
scelto, sennò ci avresti dato una risposta esauriente".
Più tardi Anuradha ripete questa discussione al Buddha e gli chiede: Ho
risposto bene o ho risposto male?"
Il Buddha disse: "Hai risposto bene, Anuradha" e poi continuò ad istruirlo
più approfonditamente: "Anuradha, ti sembra che il Tathagata sia i cinque
khandha [corpo, sensazioni, percezioni, formazioni mentali e coscienza
discriminativa]?"
"No, venerabile signore"
"Ti sembra che il Tathagata abbia i cinque khandha?"
"No, venerabile signore"
"Ti sembra che il Tathagata non abbia i cinque khandha?"
"No, venerabile signore"
"Ti sembra che il Tathagata sia nei cinque khandha?"
"No, venerabile signore"
"Ti sembra che il Tathagata sia separato dai cinque khandha?"
"No, venerabile signore"
"E' proprio così, Anarudha. Perciò se il Tathagata è inafferrabile qui e ora
mentre il suo corpo è ancora vivo, tanto più lo sarà alla disintegrazione
del corpo dopo la morte. Ciò che io insegno, Anuradha, sia prima che dopo, è
dukkha e la fine di dukkha" (S. 44.2).
Il Buddha, nella tradizione theravada, è sempre restio a creare una
descrizione metafisica del Nibbana, dell'Aldilà, della Realtà Ultima. Al
contrario, egli riporta sempre l'attenzione sul punto principale: "Se c'è
sofferenza significa che vi è attaccamento a qualcosa. Si è creata un'identità".
Questo è tutto ciò che dobbiamo conoscere. Il resto è panna montata. In
continuazione la gente poneva al Buddha questo tipo di domande filosofiche
astruse, e in continuazione egli le riportava allo stesso punto: "Io insegno
solo dukkha e la fine di dukkha".
Non è questione di creare un modello filosofico perfetto (per poi perdersi
in esso) ma piuttosto di osservare come ci sentiamo ora, che cosa sta
accadendo nel cuore proprio ora. Man mano che osserviamo, man mano che
vediamo come si crea dukkha, risaliamo alle cause. Comprendiamo che vi è
dell'attaccamento che l'attaccamento è venuto dall'avidità che l'avidità è
venuta dalle sensazioni e che la sensazione è venuta dal contatto. Infine
comprendiamo "Aha! E' stato quel pensiero che ha messo in moto tutto
questo!". Lo vediamo e lo lasciamo andare. Questo è dukkha-nirodha, la fine
della sofferenza. La fine della sofferenza non è un qualche tipo di
Armageddon, una salvezza cosmica alla fine del tempo. La fine della
sofferenza avviene esattamente nel luogo in cui è stata generata. Quando
risaliamo alla sorgente di un certo evento doloroso, quando vediamo da dove
è nato e lo lasciamo andare, allora non vi è più sofferenza.
Vi offro ciò affinché ci riflettiate sopra, un banchetto serale di Dhamma.
° ° ° ° °
Nota 1: I dieci Precetti sono: astenersi dall'uccidere creature viventi, dal
prendere ciò che non è dato, essere coinvolti in ogni tipo di attività
sessuale, dire il falso o calunniare, assumere intossicanti che causano
disattenzione, mangiare fuori dagli orari stabiliti, partecipare a
intrattenimenti, abbellirsi od ornarsi, usare letti alti o lussuosi e
accettare denaro. Torna
Nota 2: Gli otto Precetti sono come i precedenti ad eccezione dell'ultimo
(non accettare denaro). Inoltre due dei dieci Precetti (riguardanti gli
intrattenimenti e l'abbellirsi/adornarsi) sono riuniti in un unico precetto.
M = Majjhima Nikaya
S. = Samyutta Nikaya
A. = Anguttara Nikaya
S.N. = Sutta Nipata