Ieri, 15 febbraio, ricorreva la festività del parinirvana del Buddha Shakyamuni. A tal proposito, sperando di fare cosa gradita, riporto il capitolo del Lankavatara Sutra che tratta proprio del Nirvana.
Questo sutra mahayana risale al I sec. a.C. ed è stato tradotto in cinese nel V sec. d.C.
L'edizione originale sanscrita è andata perduta, le traduzioni di oggi si rifanno quindi alla traduzione cinese.
E' considerato uno dei sutra costitutivi della scuola Ch'an che racconta essere stato consegnato da Bodhidharma al suo discepolo Hui-k'o.
La trama di questo sutra narra di un incontro in Sri Lanka tra il Buddha (invitato dal re di quel'isola) e il bodhisattva Mahamati.

Saluti a tutti,
Stalker

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"Allora Mahamati disse all'Illuminato: "Spiegaci il nirvana".

L'Illuminato rispose: "Lo stesso termine nirvana è usato con diverso significato da differenti classi di persone; quattro sono i significati dei diversi gruppi di persone: c'è gente che soffre o che teme la sofferenza e che pensa al nirvana come a una fine o a una liberazione; ci sono poi i filosofi che cercano di capire a livello intellettivo e speculativo che cosa esattamente sia il nirvana; ci sono quindi i discepoli e i monaci che meditano sul nirvana in relazione a loro stessi e che lo considerano come un samadhi di eterna felicità; e infine c'è il nirvana dei Buddha.

Ora, coloro che soffrono o che temono la sofferenza pensano al nirvana come a una fuga o a una ricompensa. Essi si immaginano che il nirvana rappresenti l'annichilimento dei sensi e degli altri organi percettivi della mente; non si rendono conto che la mente universale e il nirvana sono la stessa e medesima cosa e che questo mondo di vita e di morte non può essere separato dal nirvana. Questi tali sono [persone] ignoranti che invece di meditare sul nirvana senza rappresentazioni, parlano dei differenti sentieri di emancipazione. Ignorando le dottrine dei Tathagata - o non comprendendole - si affezionano alla nozione di nirvana che si vede da fuori della mente e, di conseguenza, icontinuano a essere ributtati nella ruota cosmica della vita e della morte.

Invece, i nirvana che escogitano i filosofi a rigor di termini non si danno, non esistono. Infatti, alcuni concepiscono il nirvana là dove la mente cessa di operare a causa della sparizione degli elementi che costituiscono la personalità e il mondo; altri pretendono di trovarlo dove si è raggiunta la perfetta indifferenza rìspetto al mondo obiettivo e alla sua impermanenza. Altri ancora, a loro volta, concepiscono il nirvana come uno stato in cui non c'è memoria del passato, né del presente. Per costoro esso può essere paragonato a una lampada che si estingue, o ad un seme che brucia, o a un fuoco che si spegne a causa della fine di ogni combustibile, a causa dell'eliminazione di ogni sostrato e questo è interpretato dai filosofi come la non emergenza della distinzione. Tuttavia questo non è il nirvana, perché il nirvana, dopo tutto, non consiste nel semplice annichilimento o nella pura vacuità.

Contemporaneamente, altri filosofi spiegano il nirvana come liberazione e per loro la liberazione consiste nei semplice arresto della distinzione, come quando il vento cessa di soffiare, o quando uno, in virtù di uno sforzo personale, si libera della visione dualistica del conosciuto e del conoscente, o delle nozioni di permanenza e impermanenza, o dei concetti di bene e di male, o supera le passioni per mezzo della conoscenza. Alcuni vedono nelle 'forme' i sostegni del dolore, si spaventano della nozione di `forma' e cercano la felicità in un mondo senza `forme'. Altri, considerando che la individualità e la generalità sono riconoscibili in tutte le cose, tanto interne che esterne, pensano che non ci sia distruzione e che tutti gli esseri mantengano il loro essere per sempre, e in questa eternità essi vedono il nirvana.

Altri, invece, vedono l'eternità delle cose nella concezione del nirvana inteso come l'assorbimento dell'anima finita nell'atman supremo, ovvero vedono tutte le cose come manifestazione della forza vitale di uno spirito supremo al quale tutto ritorna. Ci sono anche coloro che in un modo particolarmente insensato asseriscono che ci sono due esseri primordiali: una sostanza primaria e un'anima primigenia, le quali reagiscono in maniera diversa nel loro incontrarsi reciproco, producendo così tutte le cose per semplice modificazione di qualità. Alcuni immaginano perfino che il mondo nasca per azione e interazione e che nessun'altra causa sia necessaria; altri però credono che l'Isvara sia il libero creatore di tutte le cose. Attaccati a questo insieme di insulsaggini, [per loro] non c'è risveglio e allora pensano che il nirvana consista precisamente nel fatto che non ci sia risveglio.

Altri invece si immaginano che là dove esiste la natura nei suoi propri diritti, senza essere deformata da altre nature, Iì appunto sia il nirvana e prendono esempio dai diversi colori delle penne del pavone reale o dai cristalli preziosi più vari, o dalla punta aguzza di una spina. C'è anche chi considera il nirvana come una specie di non-essere, mentre altri sono dell'opinione che tutte le cose e il nirvana non si distinguano minimamente. Esistono inoltre filosofi che scoprendo come il tempo sia il creatore di tutto e che lo stesso emergere del mondo dipende dal tempo, pensano che il nirvana consista nel riconoscimento del tempo come nirvana. Altri pensano che il nirvana apparirà quando le venticinque virtù siano accettate da tutti, o quando il monarca osserverà le 'sei virtù'.

Altri, molto devoti, credono che il nirvana non sia altra cosa che raggiungere il paradiso. Tutto questo insieme di opinioni, unite ai vari ragionamenti che i diversi filosofi fanno per difendere le loro rispettive tesi, non concordano con la logica e non sono accettabili da parte del saggio. Tutte le opinioni che abbiamo finito di menzionare considerano il nirvana in modo dualistico e come conseguenza dell'una o dell'aitra connessione causale. I filosofi si immaginano il nirvana attraverso tutte queste distinzioni; però là dove non c'è apparizione né sparizione come ci può essere distinzione? Ogni filosofo, basandosi sul proprio manuale da cui estrae la propria interpretazione, pecca contro la verità, perché questa non si trova dove egli pensa di incontrarla.
L'unico risultato è che il filosofo si decide ogni volta con maggiore impegno a cercare il nirvana con la sua mente immergendosi sempre di più in un mare di confusione, perché il nirvana non è il frutto di alcuna investigazione mentale. La sola conseguenza è che, essendo la sua mente ogni volta più confusa, sempre più disorienta l'altra gente. Esiste poi la nozione del nirvana che sostengono quei discepoli e maestri, che sono però ancora attaccati alla nozione di un proprio io. Costoro lo cercano separandosi da tutto e ritirandosi in solitudine. La loro nozione del nirvana è quella di un'eternità di felicità—per loro stessi— qualcosa come il godimento del samadhi. Essi riconoscono che il mondo è solamente una manifestazione della mente e che tutte le distinzioni procedono dalla mente. Per questa ragione abbandonano ogni tipo di relazione sociale, praticano ogni sorta di discipline spirituali e cercano con sforzo personale in solitudine la autorealizzazione della nobile sapienza. Essi perseguono i diversi stadi fino al sesto e perfino raggiungono la felicità del samadhi' ma siccome sono ancora attaccati al loro io, non possono compiere il grande cambiamento e conversione nel più profondo della coscienza e di conseguenza non sono liberi dalla mente pensante né dall'accumulo delle loro abituali energie. Attaccati alla felicità del samadhi, passano nel loro nirvana; però questo non è il nirvana dei Tathagata. Essi sono entrati nella grande corrente, ma devono tornare di nuovo in questo mondo di vita e di morte".

Allora Mahamati disse all'Illuminato: "e qual è il nirvana dei Bodhisattva?"

L'Illuminato rispose: Mahamati, questa certezza non è la certezza dei numeri, né della logica; non è la mente quella che deve essere certa, ma il cuore che deve essere fermo. La certezza del Bodhisattva si consegue a misura che la sua visione si approfondisce, per il fatto che le passioni sono eliminate, gli ostacoli della conoscenza sonp purificati e la mancanza totale del proprio io riconosciuta e tranquillamente accettata. Quando la mente mortale cessa di distinguere, sparisce la sete di vita, qualsiasi forma di sensualità, ogni desiderio di apprendere e anche la sete di vita eterna; con la sparizione di questa quadruplice sete cessa ogni accumulo di energia abituale; con il non accumulo di energie abituali spariscono anche le macchie della mente universale e il Bodhisattva raggiunge l'autorealizzazione della nobile sapienza, che è la sicurezz,a centrale del nirvana.

Esistono Bodhisattva, qui e in altri empirei buddhici, i quali sono sinceramente consacrati alla missione di Bodhisattva, ma che, ciò nonostante, non possono dimenticare completamente la felicità del samadhi e la pace del nirvana per loro stessi. La dottrina del nirvana, secondo cui non c'è sostrato residuo di nessun tipo, si rivela nel suo significato recondito attraverso quei Bodhisattva che sono ancora attaccati al pensiero di un nirvana per loro stessi, affinché si sentano spinti a seguire la vera missione del Bodhisattva, che consiste nell'emancipazione di tutti gli esseri. I Buddha trasfigurati insegnano la dottrina del nirvana per andare incontro ai timidi ed egocentrici e animarli. Al fine di distrarre i loro pensieri da loro stessi e dar loro forza per realizzare una compassione più profonda e universale e possedere uno zelo più fedele per la moltitudine, essi sono rassicurati dal potere dei Buddha riguardo alla trasfigurazione che per loro si riferisce al futuro, ma non per il dharmatà-Buddha.

Il dharma che stabilisce la verità della nobile sapienza appartiene al regno dei dharmata-Buddha.
Ai Bodhisattva degli stadi settimo e ottavo l'intelligenza trascendentale è rivelata attraverso il dharmata-Buddha e nello stesso modo è loro mostrato il cammino. Nella realizzazione perfetta della nobile sapienza che fa seguito alla inconcepibile morte trasformante della volontà del Bodhisattva, il Bodhisattva non vive più per se stesso, bensì la vita che vive d'ora innanzi è la vita universale del Tathagata manifestata nelle sue diverse trasformazioni. In questa autenticazione perfetta della nobile sapienza il Bodhisattva rende chiaro che per i Buddha non c'è nirvana.

La morte di un Buddha, il momento del suo paranirvana, non è né distruzione né morte, poiché altrimenti ci sarebbe ugualmente nascita e continuazione. Se vi fosse distruzione, ci sarebbe un atto che causa un effetto, cosa che non si dà. Non è né sparizione, né un abbandono; non c'è niente che si raggiunga, niente che si cessi di raggiungere. Non ha alcun significato, né cessa di averlo, dato che non c'è nirvàna per i Buddha.

Il nirvana del Tathagata sta lì dove si riconosce che non c'è niente di più di quello che la stessa mente riconosce; sta lì dove riconoscendo la natura della propria mente, non si desiderano più i dualismi delle distinzioni; dove non c'è più sete, né comprensione, né attaccamento a nessuna cosa esteriore. C'è nirvana dove la mente pensante, insieme a tutte le sue distinzioni, ed egoismi, e avversioni, è eliminata per sempre; dove i criteri logici, per il fatto che si riconoscono inefficaci, non sono nemmeno più tenuti in conto. C'è nirvana infine dove perfino la nozione di verità è considerata con indifferenza per la confusione stessa che causa; dove, infine, avendo eliminato le quattro proposizioni si intuisce il ricettacolo medesimo della realtà. Nirvana è lì dove i due generi di passioni sono stati ormai ridotti e i due tipi di ostacoli eliminati e il doppio tipo di mancanza del proprio io, pazientemente accettato; là dove la autorealizzazione della nobile sapienza è stata pienamente acquisita in virtù del conseguimento del punto supremo della conversione nella sede più profonda della coscienza: questo è il nirvana dei Tathagata.

Nirvana si ha quando gli stadi ascendenti dei Tathagata sono stati percorsi l'uno dopo l'altro, quando il potere sostenitore dei Buddha trattiene i Bodhisattva nella felicità del samadhi, quando la compassione per gli altri trascende qualunque pensiero su se stessi, quando lo stadio del Tathagata è stato finalmente realizzato.

Nirvana è il regno del dharmata-Buddha, dove la manifestazione della nobile saggezza—che è lo stato di Buddha —esprime se stessa come amore perfetto per tutti e per tutto; dove la manifestazione dell'amore perfetto—che è Io stato del Tathagata—esprime se stesso nella nobile saggezza per l'Illuminazione di tutti, questo è in verità il nirvana!

Ci sono due tipi di persone che non entrano nel nirvana dei Tathagata: quelle che hanno abbandonato gli ideali del Bodhisattva dicendo che non sono in conformità con i sastra, i codici della moralità, e nemmeno con l'emancipazione. Ma c'è anche un secondo tipo, formato dai veri Bodhisattva che in virtù dei voti fatti all'inizio a beneficio di tutti gli esseri—"fino a quando essi non raggiungano il nirvana, nemmeno io lo raggiungerò"—si mantengono volontariamente fuori del nirvana stesso. Nessun essere è lasciato fuori per volontà dei Tathagata. Un giorno o l'altro, tutti e ciascuno saranno beneficiati dalla saggezza e dall'amore dei Tathagata, e dalla trasformazione, in modo che cominceranno ad accumulare meriti e ad ascendere per i diversi stadi. Ma se lo capissero, starebbero già ipso facto nel nirvana, poiché nella nobile sapienza tutte le cose sono nel nirvana fin dal principio".





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