"Allora Mahamati disse all'Illuminato: "Spiegaci il nirvana".
L'Illuminato rispose: "Lo stesso termine nirvana è usato con diverso
significato da differenti classi di persone; quattro sono i significati
dei diversi gruppi di persone: c'è gente che soffre o che teme la
sofferenza e che pensa al nirvana come a una fine o a una liberazione;
ci sono poi i filosofi che cercano di capire a livello intellettivo e
speculativo che cosa esattamente sia il nirvana; ci sono quindi i
discepoli e i monaci che meditano sul nirvana in relazione a loro stessi
e che lo considerano come un samadhi di eterna felicità; e infine c'è il
nirvana dei Buddha.
Ora, coloro che soffrono o che temono la sofferenza pensano al nirvana
come a una fuga o a una ricompensa. Essi si immaginano che il nirvana
rappresenti l'annichilimento dei sensi e degli altri organi percettivi
della mente; non si rendono conto che la mente universale e il nirvana
sono la stessa e medesima cosa e che questo mondo di vita e di morte non
può essere separato dal nirvana. Questi tali sono [persone] ignoranti
che invece di meditare sul nirvana senza rappresentazioni, parlano dei
differenti sentieri di emancipazione. Ignorando le dottrine dei
Tathagata - o non comprendendole - si affezionano alla nozione di nirvana
che si vede da fuori della mente e, di conseguenza, icontinuano a essere
ributtati nella ruota cosmica della vita e della morte.
Invece, i nirvana che escogitano i filosofi a rigor di termini non si
danno, non esistono. Infatti, alcuni concepiscono il nirvana là dove la
mente cessa di operare a causa della sparizione degli elementi che
costituiscono la personalità e il mondo; altri pretendono di trovarlo
dove si è raggiunta la perfetta indifferenza rìspetto al mondo obiettivo
e alla sua impermanenza. Altri ancora, a loro volta, concepiscono il
nirvana come uno stato in cui non c'è memoria del passato, né del
presente. Per costoro esso può essere paragonato a una lampada che si
estingue, o ad un seme che brucia, o a un fuoco che si spegne a causa
della fine di ogni combustibile, a causa dell'eliminazione di ogni
sostrato e questo è interpretato dai filosofi come la non emergenza
della distinzione. Tuttavia questo non è il nirvana, perché il nirvana,
dopo tutto, non consiste nel semplice annichilimento o nella pura vacuità.
Contemporaneamente, altri filosofi spiegano il nirvana come liberazione
e per loro la liberazione consiste nei semplice arresto della
distinzione, come quando il vento cessa di soffiare, o quando uno, in
virtù di uno sforzo personale, si libera della visione dualistica del
conosciuto e del conoscente, o delle nozioni di permanenza e
impermanenza, o dei concetti di bene e di male, o supera le passioni per
mezzo della conoscenza. Alcuni vedono nelle 'forme' i sostegni del
dolore, si spaventano della nozione di `forma' e cercano la felicità in
un mondo senza `forme'. Altri, considerando che la individualità e la
generalità sono riconoscibili in tutte le cose, tanto interne che
esterne, pensano che non ci sia distruzione e che tutti gli esseri
mantengano il loro essere per sempre, e in questa eternità essi vedono
il nirvana.
Altri, invece, vedono l'eternità delle cose nella concezione del nirvana
inteso come l'assorbimento dell'anima finita nell'atman supremo, ovvero
vedono tutte le cose come manifestazione della forza vitale di uno
spirito supremo al quale tutto ritorna. Ci sono anche coloro che in un
modo particolarmente insensato asseriscono che ci sono due esseri
primordiali: una sostanza primaria e un'anima primigenia, le quali
reagiscono in maniera diversa nel loro incontrarsi reciproco, producendo
così tutte le cose per semplice modificazione di qualità. Alcuni
immaginano perfino che il mondo nasca per azione e interazione e che
nessun'altra causa sia necessaria; altri però credono che l'Isvara sia
il libero creatore di tutte le cose. Attaccati a questo insieme di
insulsaggini, [per loro] non c'è risveglio e allora pensano che il
nirvana consista precisamente nel fatto che non ci sia risveglio.
Altri invece si immaginano che là dove esiste la natura nei suoi propri
diritti, senza essere deformata da altre nature, Iì appunto sia il
nirvana e prendono esempio dai diversi colori delle penne del pavone
reale o dai cristalli preziosi più vari, o dalla punta aguzza di una
spina. C'è anche chi considera il nirvana come una specie di non-essere,
mentre altri sono dell'opinione che tutte le cose e il nirvana non si
distinguano minimamente. Esistono inoltre filosofi che scoprendo come il
tempo sia il creatore di tutto e che lo stesso emergere del mondo
dipende dal tempo, pensano che il nirvana consista nel riconoscimento
del tempo come nirvana. Altri pensano che il nirvana apparirà quando le
venticinque virtù siano accettate da tutti, o quando il monarca
osserverà le 'sei virtù'.
Altri, molto devoti, credono che il nirvana non sia altra cosa che
raggiungere il paradiso. Tutto questo insieme di opinioni, unite ai vari
ragionamenti che i diversi filosofi fanno per difendere le loro
rispettive tesi, non concordano con la logica e non sono accettabili da
parte del saggio. Tutte le opinioni che abbiamo finito di menzionare
considerano il nirvana in modo dualistico e come conseguenza dell'una o
dell'aitra connessione causale. I filosofi si immaginano il nirvana
attraverso tutte queste distinzioni; però là dove non c'è apparizione né
sparizione come ci può essere distinzione? Ogni filosofo, basandosi sul
proprio manuale da cui estrae la propria interpretazione, pecca contro
la verità, perché questa non si trova dove egli pensa di incontrarla.
L'unico risultato è che il filosofo si decide ogni volta con maggiore
impegno a cercare il nirvana con la sua mente immergendosi sempre di più
in un mare di confusione, perché il nirvana non è il frutto di alcuna
investigazione mentale. La sola conseguenza è che, essendo la sua mente
ogni volta più confusa, sempre più disorienta l'altra gente. Esiste poi
la nozione del nirvana che sostengono quei discepoli e maestri, che sono
però ancora attaccati alla nozione di un proprio io. Costoro lo cercano
separandosi da tutto e ritirandosi in solitudine. La loro nozione del
nirvana è quella di un'eternità di felicità—per loro stessi— qualcosa
come il godimento del samadhi. Essi riconoscono che il mondo è solamente
una manifestazione della mente e che tutte le distinzioni procedono
dalla mente. Per questa ragione abbandonano ogni tipo di relazione
sociale, praticano ogni sorta di discipline spirituali e cercano con
sforzo personale in solitudine la autorealizzazione della nobile
sapienza. Essi perseguono i diversi stadi fino al sesto e perfino
raggiungono la felicità del samadhi' ma siccome sono ancora attaccati al
loro io, non possono compiere il grande cambiamento e conversione nel
più profondo della coscienza e di conseguenza non sono liberi dalla
mente pensante né dall'accumulo delle loro abituali energie. Attaccati
alla felicità del samadhi, passano nel loro nirvana; però questo non è
il nirvana dei Tathagata. Essi sono entrati nella grande corrente, ma
devono tornare di nuovo in questo mondo di vita e di morte".
Allora Mahamati disse all'Illuminato: "e qual è il nirvana dei Bodhisattva?"
L'Illuminato rispose: Mahamati, questa certezza non è la certezza dei
numeri, né della logica; non è la mente quella che deve essere certa, ma
il cuore che deve essere fermo. La certezza del Bodhisattva si consegue
a misura che la sua visione si approfondisce, per il fatto che le
passioni sono eliminate, gli ostacoli della conoscenza sonp purificati e
la mancanza totale del proprio io riconosciuta e tranquillamente
accettata. Quando la mente mortale cessa di distinguere, sparisce la
sete di vita, qualsiasi forma di sensualità, ogni desiderio di
apprendere e anche la sete di vita eterna; con la sparizione di questa
quadruplice sete cessa ogni accumulo di energia abituale; con il non
accumulo di energie abituali spariscono anche le macchie della mente
universale e il Bodhisattva raggiunge l'autorealizzazione della nobile
sapienza, che è la sicurezz,a centrale del nirvana.
Esistono Bodhisattva, qui e in altri empirei buddhici, i quali sono
sinceramente consacrati alla missione di Bodhisattva, ma che, ciò
nonostante, non possono dimenticare completamente la felicità del
samadhi e la pace del nirvana per loro stessi. La dottrina del nirvana,
secondo cui non c'è sostrato residuo di nessun tipo, si rivela nel suo
significato recondito attraverso quei Bodhisattva che sono ancora
attaccati al pensiero di un nirvana per loro stessi, affinché si sentano
spinti a seguire la vera missione del Bodhisattva, che consiste
nell'emancipazione di tutti gli esseri. I Buddha trasfigurati insegnano
la dottrina del nirvana per andare incontro ai timidi ed egocentrici e
animarli. Al fine di distrarre i loro pensieri da loro stessi e dar loro
forza per realizzare una compassione più profonda e universale e
possedere uno zelo più fedele per la moltitudine, essi sono rassicurati
dal potere dei Buddha riguardo alla trasfigurazione che per loro si
riferisce al futuro, ma non per il dharmatà-Buddha.
Il dharma che stabilisce la verità della nobile sapienza appartiene al
regno dei dharmata-Buddha.
Ai Bodhisattva degli stadi settimo e ottavo l'intelligenza
trascendentale è rivelata attraverso il dharmata-Buddha e nello stesso
modo è loro mostrato il cammino. Nella realizzazione perfetta della
nobile sapienza che fa seguito alla inconcepibile morte trasformante
della volontà del Bodhisattva, il Bodhisattva non vive più per se
stesso, bensì la vita che vive d'ora innanzi è la vita universale del
Tathagata manifestata nelle sue diverse trasformazioni. In questa
autenticazione perfetta della nobile sapienza il Bodhisattva rende
chiaro che per i Buddha non c'è nirvana.
La morte di un Buddha, il momento del suo paranirvana, non è né
distruzione né morte, poiché altrimenti ci sarebbe ugualmente nascita e
continuazione. Se vi fosse distruzione, ci sarebbe un atto che causa un
effetto, cosa che non si dà. Non è né sparizione, né un abbandono; non
c'è niente che si raggiunga, niente che si cessi di raggiungere. Non ha
alcun significato, né cessa di averlo, dato che non c'è nirvàna per i Buddha.
Il nirvana del Tathagata sta lì dove si riconosce che non c'è niente di
più di quello che la stessa mente riconosce; sta lì dove riconoscendo la
natura della propria mente, non si desiderano più i dualismi delle
distinzioni; dove non c'è più sete, né comprensione, né attaccamento a
nessuna cosa esteriore. C'è nirvana dove la mente pensante, insieme a
tutte le sue distinzioni, ed egoismi, e avversioni, è eliminata per
sempre; dove i criteri logici, per il fatto che si riconoscono
inefficaci, non sono nemmeno più tenuti in conto. C'è nirvana infine
dove perfino la nozione di verità è considerata con indifferenza per la
confusione stessa che causa; dove, infine, avendo eliminato le quattro
proposizioni si intuisce il ricettacolo medesimo della realtà. Nirvana è
lì dove i due generi di passioni sono stati ormai ridotti e i due tipi
di ostacoli eliminati e il doppio tipo di mancanza del proprio io,
pazientemente accettato; là dove la autorealizzazione della nobile
sapienza è stata pienamente acquisita in virtù del conseguimento del
punto supremo della conversione nella sede più profonda della coscienza:
questo è il nirvana dei Tathagata.
Nirvana si ha quando gli stadi ascendenti dei Tathagata sono stati
percorsi l'uno dopo l'altro, quando il potere sostenitore dei Buddha
trattiene i Bodhisattva nella felicità del samadhi, quando la
compassione per gli altri trascende qualunque pensiero su se stessi,
quando lo stadio del Tathagata è stato finalmente realizzato.
Nirvana è il regno del dharmata-Buddha, dove la manifestazione della
nobile saggezza—che è lo stato di Buddha —esprime se stessa come amore
perfetto per tutti e per tutto; dove la manifestazione dell'amore
perfetto—che è Io stato del Tathagata—esprime se stesso nella nobile
saggezza per l'Illuminazione di tutti, questo è in verità il nirvana!
Ci sono due tipi di persone che non entrano nel nirvana dei Tathagata:
quelle che hanno abbandonato gli ideali del Bodhisattva dicendo che non
sono in conformità con i sastra, i codici della moralità, e nemmeno con
l'emancipazione. Ma c'è anche un secondo tipo, formato dai veri
Bodhisattva che in virtù dei voti fatti all'inizio a beneficio di tutti
gli esseri—"fino a quando essi non raggiungano il nirvana, nemmeno io lo
raggiungerò"—si mantengono volontariamente fuori del nirvana stesso.
Nessun essere è lasciato fuori per volontà dei Tathagata. Un giorno o
l'altro, tutti e ciascuno saranno beneficiati dalla saggezza e
dall'amore dei Tathagata, e dalla trasformazione, in modo che
cominceranno ad accumulare meriti e ad ascendere per i diversi stadi. Ma
se lo capissero, starebbero già ipso facto nel nirvana, poiché nella
nobile sapienza tutte le cose sono nel nirvana fin dal principio".