La formazione del Bodhisattva.



1 - La Bodhicitta.


Dopo una introduzione ad una revisione critica delle origini dei veicoli
Hinayana e Mahayana.
Un avvio di studio sulle origini del buddhismo cinese da Kumarajiva e Chih-i
(manca ancora
una presentazione delle sue opere  e le importanti integrazioni di Hurvitz).
L'avvio di una catalogazione del Canone cinese (ancora non terminata).
Una sintesi delle paramita (da approfondire nei loro risvolti pratici nella
vita quotidiana).

Passerei ora ad una introduzione della formazione del Bodhisattva così come
trasmesso nelle
scuole Mahayana.

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In un precedente post in risposta a Dedalo ho inviato un estratto di un
testo del maestro Chushin Venturini che evidenzia le differenze tra il
Nirvana così come concepito nelle scuole Hinayana (estinzione della brama
mediante l'ottuplice sentiero e gli stadi sila-samadhi-prajna,
distanziamento dal 'mondo' luogo del samsara) dal Nirvana non statico
(Apratishititanirvana) del Mahayana (non dualismo mediante la pratica delle
paramita e presenza nel mondo già di per sé luogo del Nirvana); tuttavia per
approfondire i contenuti della principale scuola di origine del Mahayana
ovvero il Madhyamika (fondata da Nagarjuna, patriarca di TUTTE le scuole
Mahayana e Vajrayana) consiglio vivissimamente il testo di:
- T.V.R. Murti - La filosofia centrale del buddhismo - edito in Italia dalla
Ubaldini.

Nel Mahayana, oltre a queste differenze sul 'Nirvana', emergono altre tre
distinzioni importanti:
- il ruolo del Bodhisattva (che sostituisce l'Arhat);
- le Paramita (le 'perfezioni' che sono state già elencate in precedenti
post ma non ancora approfondite e che consentono al Bodhisattva di
realizzare il Nirvana non statico);
- il sentiero del Bodhisattva (le dieci Terre o Bhumi).


Nel Madhyamakavatara (di Candrakirti, autore indiano di scuola Madhyamika
vissuto nel VI sec., operò nell'università di Nalanda, considerato 'uno dei
sei Gioielli del mondo' la sua venuta al mondo è considerata alla luce della
chiarificazione dell'opera di Nagarjuna) vengono elencate le seguenti tre
cause che producono la 'nascita' di un Bodhisattva:

1. La compassione (karuna) si fonda sulla comprensione della sofferenza
degli esseri senzienti e sul desiderio nell'aiutarli.
2. La non dualità (advaya) si fonda sulla comprensione che trascende gli
estremi essere-nulla superando il concetto di sé-altri, così come le paure e
le speranze.
3. Lo spirito del Risveglio (bodhicitta) si fonda sul voto di conseguire il
Risveglio per poter agire per il bene di tutti.

"Abbiamo visto come la tradizione Mahayana sottolinei l'importanza del
momento iniziale, il momento della grande 'risoluzione', rappresentata dal
risveglio della mente che aspira all'Illuminazione (bodhicitta): è il
momento dell'opzione fondamentale (nel cristianesimo è  il 'decidere per
Cristo'; il momento della 'risposta alla chiamata') , che può essere anche
il momento del completo conseguimento. ...
Quando, per il misterioso concorrere di cause esterne ed interne,
l'individuo sente di non poter fare a meno di indirizzare tutte le sue
energie verso il Buddha e il Buddha si volge verso l'individuo, si determina
quel Risveglio della mente che aspira alla Illuminazione e a seguire la Via
del Buddha, che spinge a intraprendere il necessario cammino di disciplina
spirituale.
I due aspetti di cui il bodhicitta si sostanzia sono la vacuità e la
compassione: la prima, realizzata dalla prajna o sapienza trascendentale, la
seconda che dà espressione concreta alla vacuità del mondo dei fenomeni.
La compassione in quanto benevolenza, misericordia, condivisione della
sofferenza altrui, si esprime nelle prime cinque paramita (considerate upaya
o mezzi) e caratterizza la pratica del Bodhisattva, il quale illuminato
dalla luce della vacuità, realizza anche la vacuità di una liberazione
separata da quella degli altri: non essendo un essere 'indipendente', la sua
illuminazione 'individuale' non può che rivelarsi limitata, cosa che (sulla
base del non dualismo tra sè e gli altri) lo spinge a muoversi in una
pratica incessante in direzione della universale Liberazione, nella quale
soltanto si può realizzare quella sua propria.
Bodhicitta dunque è la mente che, proprio perché motivata dalla grande
compassione, cerca l'Illuminazione perchè solo un Buddha può esercitare
'perfettamente' la compassione, beneficando tutti gli esseri senzienti. Il
bodhisattva non 'rinuncia' quindi al Nirvana, ma si emancipa dal
raggiungimento di un falso obiettivo, vivendo l'unico vero Nirvana nel
'ritorno' al mondo ordinario.
(da Riccardo Venturini -Coscienza e cambiamento - Cittadella Editrice -
pagg. 405-406)

Così Masao Abe (riportato in Venturini):
"se uno rimane nel 'nirvana' trascendendo il samsara deve ancora essere
detto egoistico poiché altezzosamente risiede nella propria 'illuminazione',
separato dalle sofferenze degli altri esseri senzienti legati al samsara. La
vera compassione può essere realizzata solo trascendendo il 'nirvana' per
tornare e lavorare in mezzo alle sofferenze del mondo in perpetuo
cambiamento".
(Kenotic God and Dynamic Sunyata in Cobb J.B. e Ives C. The Emptyng God -
Markynoll, NY 1990, pag. 49).

"Affinché il momento della 'conversione' non rimanga un momento isolato, si
dovrà operare perché il bodhicitta non deperisca, ma si stabilizzi e si
sviluppi: il bodhisattva fa i grandi voti e si impegna nella pratica delle
paramita nel continuo pensiero di raggiungere la completa illuminazione al
fine di liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza. Per questo si
dice che la pratica dei bodhisattva è caratterizzata da un andare su e giù,
essendo entrambi necessari 'il loro andare in alto nella ricerca della
propria illuminazione e il loro andare verso il basso per trasformare gli
altri esseri'. (Chih-i in Donner e Stevenson già citati)

"E' interessante osservare che, essendoci per il bodhisattva una perfetta
identità tra illuminazione propria e quella di tutti gli esseri senzienti, i
quattro grandi voti vengono ad essere una reinterpretazione in chiave
altruistica, delle quattro Verità del Dharma buddhista:

1. Verità della sofferenza ---  per quanto incalcolabili siano gli esseri
[che non riescono a uscire dal flusso samsarico], faccio voto di salvarli;

2. Verità dell'origine della sofferenza --- per quanto inesauribili siano le
contaminazioni [di tutti coloro che non sono ancora liberi dalle illusioni],
faccio voto di eliminarle;

3. Verità del sentiero --- [poiché ci sono quelli che non sono ancora fermi
nella pratica e pertanto vanno rassicurati], per quanto innumerevoli siano
gli insegnamenti, faccio voto di padroneggiarli;

4. Verità del Nirvana --- per quanto illimitata sia la Via del Buddha
[poiché ci sono quelli che non hanno ancora raggiunto il Nirvana e mio
compito è proprio condurli al Nirvana] faccio voto di percorrerla.

Riassumendo lo sviluppo della Bodhicitta (c.putixin. g. bodaishin) inizia
con i voti pronunciati dal futuro bodhisattva (vedi ultima parte di La
Bodhicitta 2).

La bodhicitta consiste quindi nel voto di conseguire l'Illuminazione per il
bene di tutti gli esseri senzienti.
E' l'entrata nella corrente del Mahayana.

Ogni buddhista mahayana accompagna la presa di rifugio con i quattro voti
del bodhisattva e in quell'esatto momento avvia la bodhicitta.

Come ho già riportato la Bodhicitta presenta due aspetti:

1. Un aspetto assoluto (paramarthabodhicitta) che riguarda l'Illuminazione
dello stesso bodhisattva (sambodhikamanasahagata). In questo ambito il
bodhisattva realizza la talità (tathata) dell'"Uni-verso", quindi la vacuità
del sé individuale e di tutti i fenomeni e riconoscendo la natura di Buddha
in ogni essere. Tale realizzazione (comprensione profonda) non è certamente
concettuale e fonda il suo svilluppo sulla saggezza (la paramita 'prajna',
vedi altro post) a sua volta alimentata dall'ascolto dell'insegnamento,
dallo studio e della meditazione.

2. Un aspetto relativo (samvrtibodhicitta) che riguarda il bene per gli
altri esseri senzienti (parathalambana). Questo ambito si suddivide
ulteriormente i due aspetti:

- La bodhicitta dell'aspirazione (bodhipranidhicitta) ossia il voto di
conseguire l'Illuminazione per il bene degli esseri senzienti. Non c'è
autentica bodhicitta mahayana se, insieme alla ricerca della propria
Liberazione non ci si dà altrettanto da fare per gli altri.

Per sviluppare questo aspetto bisogna portare l'attenzione e il proprio
addestramento quotidiano sui 'quattro illimitati' (apramana) detti anche
'dimora divina (Brahmavihara) e irradiarli per tutti l'universo:
* amore illimitato (maitri) nei confronti di tutti gli esseri;
* misericordia illimitata (karuna) verso coloro che soffrono;
* gioia illimitata (mudita) per la liberazione di un'altro essere dal
dolore;
* equanimità (imperturbabilità) illimitata (upeksa) verso gli amici e verso
i nemici.

Note:
a-E' importante partire dall'ultimo dei quattro, in questo modo non si è
parziali negli altri tre.
b-Da notare che mudita (la gioia) non è l'ineffabile distacco in un paradiso
mentale. Nel Mahayana la tragicità dell'esistenza è sempre presente
(Avalokitesvara piange), ma diviene gioia nei momenti in cui sappiamo che un
altro essere si è liberato dalla sofferenza.
c-Santideva ha suggerito in questo ambito le tre 'progressioni':
considerarsi identico agli altri; scambiare se stesso con gli altri;
considerare gli altri più importanti di noi.


- La bodhicitta dell'azione (bodhiprathanacitta):
è la pratica delle paramita,
nelle precondizioni (che elencherò più avanti),
con l'aiuto delle tecniche spirituali (meditazione, recitazione di mantra e
dharani),
e dei mezzi abili (upaya) per raggiungere la Liberazione per sé e per
aiutare tutti gli esseri che soffrono.


2 - La triplice formazione.


Avviata la bodhicitta, il bodhisattva deve seguire le 'tre formazioni' (s.
trisiksa; c. san xiue; g. san kakan, tib. bslab-pa-gsum).

1. L'addestramento alla disciplina etica, formazione della moralità
(s.adhisilasiksa) che corrisponde all'astenersi dal fare male; promuovere il
bene; operare per il bene di tutti.  Sono le norme di vita sia per i laici
che per i monaci.

2. L'addestramento alla meditazione, formazione della mente (s.
adhicittasiksa, samadhisiksa) che comprende la meditazione della calma e
della stabilità mentale (il samatha) e la meditazione della visione profonda
che sviluppa la prajna e porta alla Liberazione (il vipasyana).

3. L'addestramento alla saggezza, formazione della saggezza
(adhiprajnasiksa)  che comprende lo sviluppo della conoscenza suprema
mediante l'ascolto, la riflessione e la meditazione delle Verità buddhiste.

Per quanto concerne la prima formazione occorre predisporre delle
'precondizioni' indispensabili per la pratica buddhista:

A. Determinare le condizioni opportune:
- osservare i precetti (vedi la paramita 'sila');
- assicurarsi cibo e vestiario in modo adeguato;
- vivere in un posto tranquillo;
- abbandonare le attività eterogenee e liberarsi da tutti i legami;
- avere buone amicizie spirituali (sostenitori della pratica, compagni di
studio e di pratica, maestri).

B. Controllo dei desideri sensoriali e che provengono dagli stimoli della
vista, dell'udito, dell'olfatto, del gusto e del tatto. Occorre controllare
questi desideri affinché non prendano il sopravvento sulla nostra vita di
tutti i giorni.

C. Eliminazione dei cinque turbamenti (ostacoli):
bramosia e attaccamenti;
ira, avversione, impazienza, arroganza, potere, prestigio, volontà di
potenza;
torpore, indolenza, pigrizia;
eccitazione, irrequietezza;
dubbio scettico.

D. Armonizzazione psicofisiologica (regime di vita):
regolare cibo, sonno, corpo, respirazione e mente.

E. Pratica delle cinque virtù:
determinazione nel voler ottenere la saggezza;
diligenza;
consapevolezza;
discernimento tra felicità mondana e beatitudine spirituale;
unità di tutti gli obiettivi (mente unificata, mente uni-versa).

Tutte queste distinzioni tra precondizioni, condizioni e frutto come tra
corpo, parola e mente sono solo scolastiche (ovvero servono solo per porre
maggiore attenzione). Il tutto è sempre e comunque una sola cosa.

Per quanto concerne la seconda formazione, nel Tongmeng Zhiguan (tr.it.
Samatha-Vipasyana per principianti) Zhiyi (Chih-i) avverte che l'ottenimento
del Nirvana si può attuare con molti metodi che non vanno tuttavia oltre il
samatha (c. zhi) e il vipasyana (c. guan).

Per 'samatha' si intende la pratica meditativa che calma e stabilizza la
mente e corrisponde alla paramita 'dhyana'. Stabilizzare la mente non
permette tuttavia di penetrare ancora la Realtà ultima ed è grazie alla
pratica del 'vipasyana' (visione profonda, la comprensione intuitiva) che si
penetra e sviluppa la paramita 'prajna', la saggezza.

Calmare la mente senza penetrare profondamente la realtà non è uno scopo
buddhista ma solo salutare. Riguarda il benessere e non il Ben-Essere.

Secondo il Tongmeng Zhiguan praticare solo samatha (dhyana) produce
'ottusità', praticare solo il vipasyana (prajna) produce 'infatuazione'.
Quindi le due pratiche vanno eseguite in modo armonico e proporzionato.

L'unione delle pratiche Samatha e Vipasyana sono il cuore della pratica
buddhista.

Ma prima di parlare della loro unione vorrei ulteriormente descrivere cosa
siano.

Samatha è la meditazione su un solo oggetto. Ad esempio il respiro. Quando
sediamo a gambe incrociate e poniamo l'attenzione sul respiro in quel
momento stiamo praticando 'Samatha'.

Vipasyana è quando investighiamo i fenomeni. Ad esempio quando ci domandiamo
'chi è che medita?' in quel momento stiamo praticando il 'Vipasyana'.

Samatha porta alla calma e alla stabilità mentale necessarie al Vipasyana
per penetrare la saggezza profonda (prajna).

Ovviamente gli esempi che ho riportato rispetto al Samatha e Vipasyana sono
solo due esempi non esaustivi delle pratiche delle differenti scuole
buddhiste e afferiscono in questo caso alla scuola Zen Rinzai.

Ma come unire queste due pratiche fondamentali per conseguire
l'Illuminazione al solo scopo di salvare dal dolore tutti gli esseri
senzienti?

Ecco prima di riportare schematicamente l'insegnamento di alcuni maestri,
vorrei ribadire che l'unico scopo dell'Illuminazione per il Mahayana è la
salvezza dalla sofferenza per tutti gli esseri senzienti.

A mio avviso questo rende del tutto inutile qualsiasi differenziazione
scolastica:
ci sono molti praticanti theravada che pur non riconoscendo alcun valore
alle scritture mahayana che proclamano ciò, praticano la prajna a beneficio
di tutti gli esseri senzienti, dal mio punto di vista questi sono dei veri
praticanti mahayana; così molti praticanti 'mahayana' che pur seguendo sulla
lettera questi insegnamenti sono invece orientati alla propria realizzazione
personale, questi sono di fatto praticanti hinayana.
Dal mio punto di vista è solo la motivazione della pratica che rende
'mahayana' o 'hinayana', non l'adesione ad una scuola piuttosto che ad
un'altra.

Unire Samatha (c. zhi; g. shi) e Vipasyana (c. guan; g. kuan) è indicato in
tutte le scuole buddhiste. La loro unione porta alla pratica dello 'Zhiguan'
(g. Shikan).

Secondo Bhaviveka (V sec. e.v. monaco 'sravaka' poi entrato nella corrente
Mahayana. Studiò a Nalanda e successivamente insegnò nell'India meridionale.
Fu il promotore
della scuola Madhyamika svatantrika): bisogna innanzitutto rendere stabile
la mente e poi investigare la realtà esterna e interna per accertare
l'indivisibilità tra fenomeni e vacuitaà.

Secondo Santideva: il samatha si rende stabile sviluppando la bodhicitta
relativa (la compassione) per tutti gli esseri senzienti; dopo si entra nel
vipasyana analizzando tutti i fenomeni scoprendone la vacuità e realizzando
così la bodhicitta assoluta.

Secondo Candrakirti: bisogna ascoltare inizialmente gli insegnamenti e il
loro studio consente di penetrare la prajna sviluppandola ancora prima di
praticare il samatha e il vipasyana.

Venendo al Tongmeng Zhiguan di Zhyhi (VI sec. e.v.) qui si afferma:

"1. Pratica del zhiguan mentre si siede in meditazione.
"Di solito quando il principiante siede in meditazione la sua mente è
grossolana e agitata. Per porre fine a questi due stati dovrebbe praticare
il chih (samatha) e se fallisce dovrebbe praticare immediatamente il kuan
(vipasyana)".
Se non si riesce a tenere a mente stabile su un punto bisogna immergersi
nella catena dei pensieri che ci assalgono e verificare che essi non hanno
natura propria.

Tutte le cose sono instabili (impermanenti),
Ma appaiono nei nostri pensieri,
Quando se ne coglie l'irrealtà,
Non ne rimane alcun pensiero.

Così se la mente è agitata è opportuno praticare il chih mentre se è torbida
e offuscata è bene praticare il kuan per risvegliarla."

Il testo di Zhyhi continua ad analizzare la pratica dello Zhiguan in tutti i
contesti della vita, riporto a titolo esemplificativo solo della sua pratica
mentre si lavora:

"Il praticante mentre lavora, dovrebbe dare origine a questo pensiero:
'Perché lavoro in questo momento? Se questo avviene per scopi malvagi o
neutri dovrei astenermi. Se questo è per qualche ragione vantaggioso dovrei
continuare a lavorare.
Come va praticato il 'zhi' (s. samatha) mente si lavora? Se il praticanete
sa chiaramente che, mentre, lavora, sebbene da ciò derivino cose buone e
malvagie, in realtà non vi è una sola cosa che si possa trovare dovunque,
allora i suoi falsi pensieri cesseranno di sorgere. Questa è la pratica del
'zhi'.
Come va praticato il 'guan' (s. vipasyana) mentre si lavora? Il praticante
dovrebbe dare origine a questo pensiero: 'Siccome la mia mente fa muovere e
lavorare le mie mani, ne sortiranno azioni buone o malvage; ecco perché sto
lavorando'. Se rovescia verso l'interno la sua contemplazione (guan) per
immergersi in questa mente intesa a lavorare non ne percepirà né forma né
figura. Così capira chiaramente che ciò che lavora e tutte le cose che ne
derivano sono fondamentalmente immateriali (mentali, illusorie). Questa è la
pratica del 'guan'."


3 - La meditazione seduta.


Riassumendo.
Quando si realizza la verità del dolore insita nell'esistenza e quando si
cerca una via di uscita da questo dolore e si ritiene che la via insegnata
dal Buddha per la Liberazione da questo dolore debba essere percorsa,
prendiamo il Triplice rifugio.

Se riteniamo che la Liberazione vada perseguita non solo per noi ma per la
salvezza (dal dolore) di tutti gli esseri senzienti, in quel momento avviamo la
Bodhicitta e entriamo nella corrente Mahayana pronunciando i Quattro voti del
Bodhisattva.

Avviamo quindi  il percorso (per mezzo della triplice formazione e seguendo
i perfezionamenti ovvero le paramita) del Bodhisattva.

All'interno di questo percorso vi è la pratica meditativa (che di per sé non
è solo seduta ma va praticata in ogni situazione della vita) che viene
convenzionalmente suddivisa in due aspetti:

Calma (s. samatha; c. chih o zhi; g. shi)
e
Discernimento (s. vipasyana; c. kuan o guan; g. kan).

Per quanto concerne la pratica meditativa 'seduta' (g. zazen; c. zuochan) di
seguito riporto il 'Fukanzazenji' di Dogen Zenji (XIII sec.; fondatore della
scuola Zen Soto in Giappone):
"...nel fare zazen è opportuno disporre di una stanza tranquilla. Dovreste
moderarvi nel mangiare e nel bere, abbandonando tutte le relazioni
ingannevoli. Mettendo da parte ogni cosa, non pensare né al bene né al male,
nel al giusto né allo sbagliato. Così, avendo abbandonato anche l'idea di
divenire un Buddha. Il che è vero non solo per lo zazen, ma per tutte le
azioni quotidiane. Abitualmente una spessa stuoia quadrata [zaniku] è posta
sul pavimento e un cuscino rotondo [zafu]  viene messo su di essa. Si può
sedere o nella posizione del loto completo o in quella di mezzo loto. Nella
prima il piede destro va posto sulla coscia sinistra e poi il piede sinistro
sulla coscia destra. I vestiti dovrebbero essere indossati in modo sciolto,
ma con cura. Successivamente ponete la mano destra sul piede sinistro e la
palma sinistra sulla palma destra con le punte dei pollici che si toccano
appena. Sedete dritti, senza inclinarvi né a sinistra né a destra, né avanti
né dietro. Le orecchie sullo stesso piano delle spalle, il naso in linea con
l'ombelico. La lingua dovrebbe essere posata contro il palato, labbra e
denti ben chiusi. Con gli occhi sempre aperti respirate in modo calmo con le
narici. Finalmente, regolati in tal modo corpo e mente, fate un respiro
profondo, fate oscillare il corpo a sinistra e a destra, poi sedete saldi
come una roccia. Pensate al  non-pensare. Come fare ciò? Pensando aldilà del
pensare e del non pensare. ...".

Il 'pensare aldilà del pensare e del non pensare' è tipico della scuola Zen
Soto e indica la pratica dello Shikantaza (it. "nient'altro che -'shikan'-
sedere -'za' - in modo corretto - 'ta'). In questa pratica (a differenza
dello Zen Rinzai) non vi sono strumenti ausiliari come il  conteggio dei
respiri (sosu-kan) quindi del samatha né il koan (c. kung-an; it. lett.
'avviso pubblico) quindi del vipasyana. Ma la pura e semplice espressione
della natura di Buddha nella pratica dello zazen senza alcuno scopo.

Per quanto concerne gli insegnamenti Tiantai sulla pratica meditativa:

ISTRUZIONI PRELIMINARI sulla PRATICA MEDITATIVA
di CALMA e DISCERNIMENTO
(Shikan = Samatha-vipasyana = Calmness and Discernment)

I) indossato un abito comodo, entriamo rispettosamente nella Sala di
meditazione;

II) sediamo in silenzio aspettando l'inizio formale della seduta di
meditazione; la pratica in gruppo rinforza la nostra motivazione e concentra
la nostra energia: anche meditando da soli, ci sarà di grande aiuto il
"sintonizzarci" con gli innumerevoli praticanti che, in varie parti del
mondo, stanno meditando in quello stesso momento: anche noi contribuiremo
così a sostenere questa grande comunità virtuale;

III) pratichiamo la meditazione da seduti (zazen = sitting meditation) in
più periodi della durata di 15-25 min ciascuno, intervallati da 5 min di
meditazione camminando (g. kinhin) o da esercizi di flessione-estensione;

IV) assumiamo una postura stabile e cerchiamo di conservarla durante tutta
la seduta, ricordando che una postura corretta assicura una buona
respirazione e la stabilità della mente: la postura tradizionale è quella
seduta sul cuscino (g. zafu) con le gambe in posizione di loto completo
(piede dx sulla coscia sn e piede sn sulla coscia dx) o di 1/2 loto (piede
sn sulla coscia dx) o di 1/4 di loto (piede sn sul polpaccio dx) o
semplicemente incrociate (nella posizione "birmana", per la quale alcuni
prescrivono che il piede all'interno sia il sn per i maschi e il dx per le
femmine);
sedendo su una sedia comune sarà utile porre un cuscino sotto le natiche; i
piedi saranno ben appoggiati a terra e la schiena non a contatto con lo
schienale;
posizioni simili sono quelle che si hanno con la sedia "balans", un
banchetto o altro;
porre le mani sulle cosce, palme in alto sn sulla dx, pollici che si
toccano, formando un cerchio o un ovale (mudra del Cosmo);
tenere la schiena dritta, né rilasciata né troppo tesa, spalle (muscolo
trapezio) rilasciate, nuca in asse con la schiena, mento abbassato;
bocca chiusa, punta della lingua a contatto con gli incisivi superiori;
occhi chiusi o semiaperti, con lo sguardo concentrato in avanti su un punto
del pavimento a circa un metro di distanza;

V) durante la meditazione concentriamo tutta la nostra attenzione sul
respiro, non per modificarlo, ma per osservarlo così com'è; inizialmente può
essere utile, per aumentare la concentrazione, contare "uno" per
l'inspirazione e "due" per l'espirazione, fino a "dieci", per poi
ricominciare da "uno";

VI) usciamo con calma e rispettosamente dalla Sala di meditazione, cercando
di conservare l'atteggiamento meditativo in tutte le "condizioni"
(camminando, giacendo, lavorando, etc.) e "aspetti" dell'esperienza
(vedendo, ascoltando, etc.), poiché è possibile meditare in ogni e su ogni
circostanza: realizziamo in tal modo una "pratica incessante";

VII) non trascuriamo la pratica delle precondizioni;

VIII) non trascuriamo la pratica della revisione;

IX) praticando con una postura corretta, con una respirazione calma e
profonda e con una mente uni-versa, sentiremo sempre più intensamente
l'unificazione della mente, l'unificazione della mente col corpo,
l'unificazione con la totalità del reale; la pratica meditativa ci aiuta a
costruire la "mente della Via di mezzo" e a superare illusioni e dualismi;
la presenza del samgha nella meditazione di gruppo ci aiuta a produrre una
mente che trascende l'individuo; la mente transpersonale diviene la sede
della consapevolezza universale e realizza la nostra identità col Buddha (o
Grande forza della vita cosmica, per cui viviamo e in cui viviamo);

X) gli insegnamenti del buddhismo, in particolare quelli della tradizione
mahayana, ci ricordano che gli altri sono parte di noi e noi parte degli
altri; pertanto iniziamo ogni attività formale di pratica ricordando i
"voti" del bodhisattva (motivazione) e terminiamo dedicando i frutti
acquisiti (i cosiddetti "meriti" = effetti della presenza del Buddha in noi)
alla illuminazione e al ben-essere di tutti gli esseri senzienti (finalità);

XI) benché parliamo di inizio e fine in termini di pratica meditativa, non
c'è nessun dualismo e nessuna differenza tra essi: questa è la "pratica
perfetta e immediata di calma e discernimento" (En-Don Shi-Kan);

XII) queste tecniche meditative sono quelle insegnate dal Buddha e dalla
tradizione vivente del buddhismo: conserviamo un atteggiamento riconoscente
verso chi ha aperto all'umanità il sentiero della liberazione e della pace
interiore; congiungere le mani, inchinarsi o prostrarsi sono mezzi
consacrati dalla tradizione per esprimere riconoscenza, superamento di ogni
dualismo, abbandono di attaccamenti e avversioni.


4 - La meditazione con i Mantra

Oltre (o al posto della) alla meditazione seduta le scuole Mahayana offrono
la pratica della recitazione di sutra o di mantra.

Nelle scuole cino-giapponesi, i 'mantra' più diffusi sono il 'Nembutsu'  e
il 'Namu- Myoho-Renge-Kyo'.

Mantra (c. zhenyan; g. shingon; t. sngags) è un termine sanscrito composta
da 'manas' (mente) e traya (liberazione o protezione).

Il Nembutsu viene dal mantra Namu Amida Butsu e significa: 'Lode (ovvero mi
consacro, mi unifico) al Buddha Amida'.

Il 'Namu- Myoho-Renge-Kyo'significa: 'Lode (ovvero mi consacro, mi unifico)
al Sutra del Loto della vera Legge'.

Come vanno recitati i mantra?
Secondo il Subahupapriprichcha (V cap.) il ritmo e il tono della
recitazione:

né troppo affrettata, né troppo lenta,
né troppo forte, né troppo sommessa;
non deve essere come parlare,
e nessuna distrazione.

Oltre ai sutra e ai mantra vanno citate anche le recitazioni delle'dharani'
(c. zonghi oppure tuoloni, g. soji oppure ju, t. gzung-ma, it. lett.
'portatrice') pressocché presenti in tutte le scuola Mahayana.

Non credo sia il caso in questa sede specificare le differenze tra mantra e
dharani. Credo sia sufficiente sostenere che esse condensano sia uno stato
di coscienza, da rigenerare ogni volta con la loro recitazione, sia una
specifica dottrina.
Inoltre si sostiene anche che tutti i mantra siano dharani, ma non tutte le
dharani sono mantra.


5 - I cinque sentieri.


Con l'avvio della Bodhicitta (i voti del Bodhisattva) e la Triplice
formazione, il Bodhisattva si avvia lungo il Primo di Cinque sentieri (s.
marga; c. dao; g. do; t. lam) sentiero detto del 'dell'accumulazione dei
meriti' (s.sambharamarga) che essendo offerti a tutti gli esseri senzienti
corrispondono a 'nessun merito' in particolare per sé stessi.

Il cuore del Mahayana non è infatti la liberazione individuale ma la
compassione per tutti gli esseri senzienti.

Quando su questo sentiero avendo avviato, in particolar modo con la pratica
del samatha-vipasyana, la consapevolezza della duplice vacuità, (quella del
sé individuale e quella di tutti i fenomeni) ed avendo avviato quindi la
liberazione non solo dagli oscuramenti passionali ma anche da quelli
cognitivi (approdando quindi alla prajna), il bodhisattva si incammina sul

Secondo sentiero: quello dell'applicazione (s. prayogamarga) che come i
restanti altri tre, qui non tratto, se non citandoli. Sottolineo solo che in
questo sentiero, secondo la tradizione, si fermano gli dei i quali non
conoscendo la sofferenza non possono progredire.

Terzo sentiero: della Visione (s. darsanamarga). In questo sentiero si entra
nella Prima delle dieci Terre (Bhumi) divenendo così un 'Aryabodhisattva'.

Quarto sentiero: della Meditazione (s. bhavanamarga). Dalla seconda e la
decima Terra.

Quinto sentiero: Non vi è più nulla da apprendere (s.asaiksamarga). E' lo
stato del Buddha perfettamente realizzato (s. Samyaksambuddha).

Qui finisce questa breve introduzione alla formazione del Bodhisattva. Spero
di essere stato interessante per qualcuno. Ringrazio tutti coloro che mi
hanno letto per l'attenzione e soprattutto per la pazienza.


Gassho.





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