Dogen.



Personalmente sono quattro i 'personaggi' buddhisti che ho trovato estremamente interessanti: Nagarjuna, Chih-i, Lin-chi e Dogen, il fondatore della scuola giapponese Zen Soto.
Di Dogen potrei riassumere la sua visione sulla Realtà Ultima quando rispondeva: "Eccola!".
Di seguito, sperando di fare cosa gradita, posto la prima parte di un testo (ormai introvabile) di Gianpietro Sono Fazion proprio su Dogen.

Cordialmente,
Stalker


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Dogen nacque a Heian (l'odierna Kyoto), il 2 gennaio dell'anno 1200. Alcune incertezze sulla sua genealogia sono dovute anche al fatto che egli è conosciuto con il nome acquisito mediante la sua ordinazione religiosa. Sembra comunque che il padre fosse il nobile Koga (o Minamoto) Michichika, importante funzionario di corte, mentre la madre Ishi proveniva probabilmente da un ramo della famiglia Fujiwara. Il giovane Dogen venne educato secondo il suo rango in un ambiente culturalmente elevato, dove un raffinato estetismo si coniugáva con la diffusa coscienza della caducità di tutte le cose: inevitabilmente, anche il fiore più bello, l'amore più grande sono destinati a scomparire. Queste percezioni non davano luogo però a un autentico impegno etico, limitandosi a richiamare un indistinto senso estetico-religioso come forma interpretativa di un destino determinato karmicamente a cui era inutile opporsi.

A due anni il piccolo Dogen perdette il padre, e a sette anni la madre. Questo secondo evento lo segnò profondamente, tanto più che in punto di morte Ishi lo chiamò e gli raccomandò di dedicare la sua vita alla ricerca della verità per il bene di tutti gli esseri. Dogen rimase a lungo pensieroso a osservare, durante la cerimonia funebre, il fumo dei bastoncini di incenso che svaniva nell'aria. Il Buddha, nel rivolgere ai monaci le sue ultime solenni parole, disse: "Orsù, o monaci, io vi esorto: tutto ciò che è condizionato è impermanente. Esercitatevi con zelo" (Mahaparinivanasutra, 6,7). "Noi nasciamo al mattino e moriamo a sera: l'uomo che abbiamo visto ieri non è più con noi oggi", dirà diversi anni più tardi Dogen.

Venne adottato dal fratello della madre, che lo educò in vista di un inserimento alla corte Fujiwara, ma a dodici anni, poco prima della cerimonia che doveva consacrare la sua entrata nell'età adulta, Dogen, che aveva ormai maturato la decisione di divenire monaco, chiese l'aiuto di un altro zio, Ryokan Hogen, che si dedicava a pratiche magiche nel tempio di Onjoji. Questi, resosi conto della serietà della decisione del giovane, lo indirizzò a un monastero del monte Hiei, nei pressi di Kyoto, allora importante centro di studi buddhisti. Anni dopo Dogen ricorderà il contrasto che si era creato nel suo animo al momento della partenza da casa, cosciente com'era del dispiacere che procurava allo zio che lo aveva educato come un figlio, ma nello stesso tempo convinto della superiore determinazione di seguire il Dharma, la Legge universale che governa tutte le cose, l'ignoranza della quale spingeva gli esseri continuamente nell'oceano infinito delle rinascite.

Il buddhismo, entrato ufficialmente in Giappone nel VI secolo per opera del re coreano Syong-myong, che aveva inviato all'imperatore oggetti religiosi buddhisti accompagnati da una lettera in cui si affermava che la nuova religione avrebbe portato grandi benefici al paese, dovette inizialmente scontrarsi con la religione autoctona dello Shinto: in seguito i Kami, dèi dello Shinto, vennero visti come manifestazioni di Buddha e Bodhisattva, e la nuova religione iniziò il suo sviluppo sotto la protezione dello Stato. Al tempo di Dogen però mostrava chiari segni di decadenza e corruzione, che, inseriti nel più ampio contesto di una generale insicurezza sociale dovuta alla lotta tra la nobiltà e la classe dei guerrieri per il potere, nonché a una serie di eventi infausti quali carestie, incendi, disastri naturali, richiamavano un'atmosfera da fine del mondo: gli stessi ordini religiosi, che nel corso dei secoli erano entrati in possesso di grandi proprietà terriere esenti da tasse, avevano formato dei veri e propri eserciti di monaci armati (so-hei) che non solo difendevano con le armi le loro proprietà, ma si inserivano violentemente nelle lotte per il potere. Si interpretavano questi avvenimenti alla luce della dottrina buddhista delle Tre Ere: ad un tempo favorevole all'illuminazione e alla prevalenza del Dharma nella società (Era della Giusta Legge), doveva succedere un tempo in cui il Dharma sarebbe sopravvissuto svuotato dei suoi contenuti (Era della Legge Simulata), seguito inevitabilmente da un tempo di totale decadenza della Legge (Era della Legge Degenerata). Era convinzione comune di essere entrati nell'ultima fase della Legge. D'altra parte, le condizioni miserevoli di vita del popolo e la precarietà diffusa avevano creato nelle masse delle confuse aspettative di rivitalizzazione della fede che le orientavano in senso antiautoritario verso le credenze magiche e religiose degli hijiri, i "sant'uomini", e degli shami, i monaci laici che operavano al di fuori delle religioni istituzionalizzate, creando così le condizioni per l'apparire dei grandi riformatori religiosi dell'epoca Kamakura, tra cui verrà ad inserirsi l'alto magistero di Dogen.

A tredici anni, il giovane una volta destinato ad assumere un'importante carica presso la corte imperiale Fujiwara, fu ordinato monaco con il nome di Dogen, che significa "Il principio della Via", in un monastero Tendai sul monte Hiei. Il cuore dell'insegnamento di questa scuola, oltre ad alcuni importanti testi mahayana della Prajnaparamita (Perfezione in Saggezza), consisteva nella venerazione e nello studio del Sutra del Loto. Qui egli venne in contatto con l'affermazione che tutti gli esseri senzienti possiedono la natura di Buddha: "Che cosa voleva dire il Bhagavat che tutti gli esseri hanno la natura di Buddha? Egli voleva dire che un qualcosa di inesprimibile è chiaramente presente. Il termine "tutti gli esseri senzienti" [nel buddhismo] è anche espresso dalle parole "cose sensibili" "cose animate", "cose viventi". Queste significano tuttavia la stessa cosa, e cioè la totalità dell'esistenza".

Dogen rifiuta la concezione di un corpo contenitore di una natura buddhica (tatha-gatagarbha) in embrione, come un seme da cui si svilupperà la pianta: per lui tutti gli esseri senzienti e insenzienti, la totalità dell'esistenza sono natura di Buddha.

Questa visione, però, sollevava un problema non lieve: "Se io possiedo già la natura di Buddha, quindi l'illuminazione, non diventa inutile praticare per ottenere una cosa che in definitiva ho già originariamente?", si chiedeva Dogen. La domanda non era oziosa e si collocava all'interno delle complesse problematiche religiose del tempo. Se tutto è Buddha, l'intera realtà, anche nelle sue zone minimali e oscure, viene sacralizzata; non solo, ma cade l'interpretazione dualistica del reale: per la persona illuminata "vuoto è forma, forma è vuoto", come canta il Sutra del Cuore, non c'è differenza tra noumeno e fenomeno, tra assoluto e impermanente, alberi, fiori, luna e stelle, le nostre stesse illusioni, sono natura di Buddha. Contemporaneamente è però presente anche una pericolosa possibilità di autogiustificazione acritica di qualsiasi cosa accada ("tutto è Buddha"), e questo si rivela negativo, dato che nulla è più lontano dalla visione buddhista della mancanza dei principi morali ed etici e della tensione spirituale che ne rende possibile la realizzazione.

Non trovando risposta a questa fondamentale domanda, Dogen si recò al monastero Kenninji di zen Rinzai, fondato nel 1202 da Eisai, al suo ritorno dalla Cina. Con il successore Myozen, di cui divenne discepolo e amico, si impegnò nello studio dei sutra e in pratiche severe, senza però riuscire a sciogliere l'interrogativo di fondo della sua vita. Ricorderà in seguito: "Da quando decisi di dedicarmi alla ricerca del vero modo di vivere secondo l'insegnamento di Sakyamuni, ho fatto visita a maestri in ogni parte del Giappone. Tra questi il venerabile Myozen' discepolo del grande maestro Eisai che trasmise lo zen di scuola Rinzai in Giappone, era persona che impartiva correttamente l'insegnamento di Sakyamuni. Certamente un uomo come me non può eguagliarlo. Tuttavia, non essendo riuscito neppure con lui a realizzare completamente l'insegnamento di Sakyamuni, mi recai in Cina alla ricerca di un vero maestro". Questa risoluzione indusse lo stesso Myozen e altri monaci ad accompagnarlo nel viaggio. Nel mese di marzo del 1223 il gruppo si imbarcò nel porto di Hakata verso la misteriosa terra del chan (zen).

Il viaggio non fu agevole né senza imprevisti. Quando la nave giunse in un porto della Cina centrale, nell'odierna provincia del Chekiang, nel mese di aprile, Myozen si recò in un monastero sul monte Tiantong, mentre Dogen rimase sulla nave per altri tre mesi. Non si conosce il motivo di questo ritardo: potrebbero essere state questioni relative al lasciapassare o al suo stato di salute.

Sulla nave ebbe il primo incontro con il chan. Un vecchio tenzo, il responsabile delle cucine di un tempio lontano ventidue chilometri dal porto, si era recato sulla nave per acquistare dei funghi: Dogen, quando seppe di essere di fronte a un monaco buddhista, lo invitò a rimanere sulla nave per la notte, ma il tenzo declinò gentilmente l'invito, dicendo che non aveva chiesto il permesso di rimanere fuori la notte, e inoltre se non fosse ritornato in tempo, il giorno dopo non avrebbe potuto preparare i funghi. Dogen gli chiese gentilmente perché, alla sua età, non lasciasse quel duro lavoro a persone più giovani e non si dedicasse piuttosto allo studio dei sutra e alla pratica dello zazen. Il tenzo rispose che il suo lavoro era già la pratica della Via.

Dogen rimase perplesso: quando si passano anni immersi nella meditazione e nello studio delle Scritture è facile, sulla scia di un implicito dualismo, acquisire la visione di un cammino di salvezza unilaterale, dimenticando l'onnipervasività del sacro:

"Ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla".

Ebbe altri incontri col tenzo, che gli aprirono piani nuovi di comprensione. La sua domanda: "Se siamo già dei Buddha, perché praticare?", cominciava a trovare risposta. Noi siamo dei Buddha offuscati dai veleni dell'ignoranza, dell'odio, dell'avidità. Il ruolo della pratica è allora quello di risvegliare questa buddhità sommersa e di portarla alla luce senza impedimenti, in modo che essa possa rivelarsi in ogni gesto, in ogni minima azione quotidiana. Gyoji è questa pratica continua, illuminata, che non consiste in qualche attività speciale, ma è la nostra vita di tutti i giorni. Che cosa hanno fatto di speciale i vecchi maestri zen? Hanno studiato i sutra e praticato zazen, mangiando le loro ciotole di riso e bevendo tè, lavorando duramente nei campi o nelle cucine, attenti a manifestare attraverso i loro gesti l'umile compassione per ogni esistenza, la luminosa vacuità della Via. Tutto questo è vita religiosa nel senso ampio del termine. Nel Tenzo KyoLun, da lui scritto nel 1237 nel monastero di Kosboji, Dogen scrive:

"Maneggiate anche una singola foglia di verdura in modo tale che manifesti il corpo del Buddha. Ciò a sua volta permette al Buddha di manifestarsi attraverso la foglia. È un potere che non potete comprendere con la mente razionale. Opera liberamente, secondo la situazione, in modo naturalissimo. Allo stesso tempo tale potere agisce nella nostra vita per purificare e stabilizzare le attività ed è vantaggioso per tutte le cose viventi".

Pratica e illuminazione, in tale contesto, non esistono più in un rapporto causale, non c'è una pratica prima e un'illuminazione da raggiungere poi. La configurazione reale è quella di una manifestazione sincronica: tutta la pratica si svolge contemporaneamente all'intera illuminazione originaria, eternamente presente e quindi infinita come la pratica stessa che la rende visibile.

"Discepoli, anche se raggiungete l'illuminazione, non cessate dal praticare, pensando che avete raggiunto la mèta. La Via del Buddha non ha mai fine. Una volta illuminati dovete praticare ancora di più".

"L'intero universo è un oceano di luce abbagliante, e su di esso danzano le onde della vita e della morte", ha detto un maestro zen. C'è una grande speranza in questo: noi viviamo come bambini disattenti all'interno di una grande luce, siamo pervasi molecolarmente, spiritualmente, da una luminosità abbagliante, qui e ora. È la vacuità, il nirvana; è il luogo del possibile incontro, ove vengano meno disattenzione e illusione; non è in qualche mondo lontano, in qualche aldilà di cui nulla possiamo ancora dire, ma in questa terra, nel procedere samsarico di nascita e morte. Questa luce, come la pioggia che cade egualmente su tutte le piante e ognuna ne assorbe quanto basta alla sua vita, illumina tutti gli esseri senza distinzione: sedere in silenzio, divenire meditativi, attenti in ogni momento della giornata, significa allora acquisire recettività a questo oceano luminoso e senza confini.

Nonostante tali fondamentali progressi, Dogen non aveva ancora incontrato quel vero maestro alla cui guida si era proposto di studiare il Dharma del Budha. Si recò sul monte Tiantong, dove si trovavano alcuni importanti templi buddhisti, e si impegnò duramente in un monastero che ospitava cinquecento monaci, senza raggiungere il suo scopo. Visitò allora altri centri, acquisendo una non comune conoscenza delle diverse scuole, rimanendo per lo più deluso dallo stato del buddhismo nel grande paese. Le cause del declino erano composite: alcune sociali, individuabili nella riproposizione del confucianesimo intellettualistico e meritocratico, nel commercio di titoli clericali onorifici, e nel fatto che anche i monasteri chan, un tempo rigorosamente in disparte, cominciavano a conoscere coinvolgimenti politici; altre inerenti alla direzione antiletteraria e ostile ai testi che le scuole chan e della Terra Pura avevano assunto nel tempo, impoverendo la vitalità del proprio pensiero.

Stava già per lasciare la Cina quando, ritornato nel monastero sul monte Tiantong, apprese della morte del vecchio abate, e cominciò a praticare sotto la guida di Rujing, che gli era succeduto, e che egli riconobbe finalmente come il vero maestro: era il maggio del 1225. Rujing (1163-1228) è il grande riformatore della scuola Soto. Prima di lui il chan aveva di volta in volta conosciuto gli eccessi di una pratica incentrata esclusivamente sullo zazen oppure di interminabili dispute intellettuali e filosofiche: Rujing, rinvenendo nel chan la visione unitaria di corpo-spirito, e operando all' unificazione armonica dei due momenti di pratica e pensiero, poneva le basi per il rinnovamento del buddhismo in un'epoca di decadenza. Presso di lui le regole della disciplina (Vinaya), che guidavano la vita monastica, erano rigorosamente rispettate. Si praticava la meditazione e il silenzio, la recitazione e lo studio dei sutra, il lavoro a servizio della comunità, e i monaci avevano la testa rasata e curavano la pulizia personale e dei luoghi, anche i più umili come i bagni. Ogni loro gesto, azione, doveva divenire manifestazione della Via.

In seguito Dogen avrà parole amorevoli per il vecchio maestro che aveva dedicato l'intera vita, senza tentennamenti, a indicare a tutti gli esseri la possibilità di vivere da illuminati questa esistenza. Accadde una notte mentre sedeva in meditazione, che un monaco, stanco, si addormentasse: Rujing gli si avvicinò e lo scosse dicendo: "Nel chan mente e corpo sono da abbandonare: a che serve dormire?". A quelle parole non dirette a lui, Dogen realizzò l'illuminazione. Si recò quindi dal maestro e gli riferì che "mente e corpo erano abbandonati" (shinjin-datsuraku), trasformati. Rujing riconobbe l'autenticità dell'illuminazione di Dogen, e lo confermò suo successore nella linea del Soto.

È naturalmente impossibile ricostruire con le parole il misterioso evento di una illuminazione: possiamo immaginare una metanoia, una conversione di tutto l'essere e dell'intero universo al suo centro, silente conflagrazione nata dalla sofferta maturazione del verbo "abbandonare" che conduce inevitabilmente a una riorganizzazione essenziale dei nostri valori, dei punti di vista, di osservazione. "Abbandonare" è la morte, l'azzeramento dell'ego che rende possibile l'apparizione del vero sé, che è a mani vuote", gratuità, disponibilità alla condivisione, compassione amorevole.

"Pur essendo "abbandonata" l'esistenza umana concreta era forgiata nella forma della libertà assoluta - senza intenzione, senza mèta, senza oggetto, senza significato [oltre ogni significato limitato]".

E la forma archetipa, il motore immobile di questa interna trasformazione, veniva individuato nel "solo zazen", lo zazen puro senza oggetto e senza scopo, posizione al di là di ogni postura, praticato dal Buddha sotto l'albero della Bodhi al momento della sua illuminazione.

Era l'anno 1227 e Dogen, malgrado l'invito di Rujing di succedergli nella conduzione del monastero, si preparò per il ritorno. Due anni prima il suo maestro giapponese, Myozen, era morto nel monastero sul monte Tiantong dove aveva continuato a praticare.








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