Osservazioni sulle differenze fra
Mahayna e Hinayana.
I Canoni del BM (tibetano e cinese che
originano in buona parte da uno
redatto in sanscrito) non ha solo quei testi
(il Sutrapitaka), ma si fonda
anche su altri sutra considerati altrettanto
antichi (quantomeno nella loro
forma scritta) ed altri sutra sicuramente più
recenti.
Nonché ad opere di alcuni autori fondanti come Nagarjuna. Il tutto
porta a
leggere in modo diverso quel passo.
Comunque estrapolando da un testo di Chushin Venturini:
"..... Data la molteplicità degli indirizzi in
cui si è articolata la
tradizione
buddhista è necessario, per il nostro
discorso sul modo di realizzare una
possibile armonia tra corpo e mente,
distinguere almeno due grandi
orientamenti, da ricondurre alle due maggiori
divisioni presenti nel
buddhismo: quella detta Theravada o del Piccolo
veicolo o Hinayana e quella
Mahayana o del Grande veicolo. Vediamo quindi
come si differenziano questi
due approcci.
2. Ricordando la seconda delle "Quattro nobili
Verità" che afferma:
l'origine del dolore s'identifica con la brama, la quale
conduce a nuove
esistenze, è congiunta col diletto e con la concupiscenza, e
trova
appagamento ora qua ora là. Esiste la brama per il godimento degli
oggetti
dei sensi, la brama per l'esistenza e la brama per la
non-esistenza
(Samyutta Nikaya, 56, 11),
la Scuola Theravada definisce il Nirvana come
estinzione, concepisce il
non-attaccamento come distacco, indica una via di
disciplina caratterizzata
da quello che potremmo dire un "lavoro a
togliere".
2.1. Il primo obiettivo di questo "lavoro a
togliere" è la riduzione del
peso dell'ego, fonte di tutti gli attaccamenti e
inquinamenti mentali. Per
questo il Buddha può enunciare in questi termini la
sua fondamentale
scoperta:
Per il samsara, per molteplici nascite, ho
corso invano, cercando il
costruttore della casa. Dolorosa è la nascita senza
fine. Costruttore della
casa, sei stato riconosciuto! Non erigerai più la
casa! Tutte le travi sono
state disfatte, la traversa del tetto è stata
distrutta. La mente si è
liberata dai coefficienti, è giunta al termine di
ogni sete (Dhammapada.,
153-54).
2.2. Smascherato l'ego si può lavorare per
uscire dalla "ruota delle
rinascite", sciogliersi dalle catene samsariche,
avviarsi verso il Nirvana.
Occorre però sradicare totalmente il desiderio,
perché
dall'attaccamento nasce la sofferenza, dall'attaccamento nasce la
paura; per
chi è libero dall'attaccamento non vi è sofferenza e meno ancora
paura
(Dhammapada, 215).
Tra gli attaccamenti viene particolarmente
preso in considerazione quello
considerato il più forte, il desiderio
sessuale.
"Monaci, io non conosco nessun'altra forma
così eccitante, così
desiderabile,
così intossicante, così vincolante,
così sviante, da costituire un tale
impedimento a conquistare con l'impegno
la suprema pace - quanto, monaci,
una forma femminile. Monaci, chiunque si
attacca alla forma di una donna -
infatuato, bramoso, incatenato,
schiavizzato, affascinato - per lungo tempo
sarà rattristato, intrappolato
dal fascino della forma di una donna.
Monaci, io non conosco nessun'altro suono.,
profumo., sapore., contatto.,
così eccitante, così desiderabile, così
intossicante, così vincolante, così
sviante, da costituire un tale
impedimento a conquistare con l'impegno la
suprema pace - quanto, monaci, il
suono., il profumo., il sapore., il
contatto di una donna. Monaci, chiunque
si attacca al suono, al profumo, al
sapore, al contatto di una donna -
infatuato, bramoso, incatenato,
schiavizzato, affascinato - per lungo tempo
sarà rattristato, intrappolato
dal fascino di una donna.
Monaci, anche quando una donna cammina,
fermerà il cuore di un uomo; stando
in piedi, sedendo o giacendo, ridendo,
parlando, cantando, piangendo,
soffrendo o morendo, una donna fermerà il
cuore di un uomo.
Monaci, se mai uno [di fronte a un desiderio]
potesse giustamente dire: -
Questo è veramente un tranello di Mara, - in
verità, correttamente, uno può
dire della femminilità: - Essa è veramente un
tranello di Mara
(Anguttara-Nikaya, III, 67).
Da qui l'esortazione:
Tagliate la foresta
[degli attaccamenti], non un albero soltanto! Dalla
foresta sorge la paura.
Dopo aver tagliato sia la foresta sia il sottobosco,
o monaci sarete senza
foresta [avrete conseguito il nirvana]! Nella misura
in cui il sottobosco non
è tagliato, foss'anche nella misura del più piccolo
desiderio di un uomo per
le donne, la mente di un uomo è legata, come il
vitello alla madre"
(Dhammapada, 284-284). [Pertanto,] sia egli disgustato
dall'amplesso, avendo
abbandonato i piaceri sensuali di ogni specie"
(Suttanipata, 704).
In dialogo col mandriano Dhaniyo, il quale
esprime la soddisfazione di una
vita condotta senza preoccupazioni di natura
economica e spirituale, il
Buddha sintetizza così l'ideale della
rinuncia:
Colui che ha figli soffre per loro, disse il
Beato, come colui che possiede
vacche soffre per esse: il possesso, quindi,
rappresenta per l'uomo
l'afflizione.
Chiunque sia privo di possesso non
prova dolore (Suttanipata, I, 34)
2.3. Queste citazioni possono bastare per
comprendere come l'armonia tra
mente e corpo si configuri come il possibile
risultato di un duro lavoro di
"purificazione" che, partendo da un dualismo
qui cerca di portare il
praticante verso il non-dualimo là, mostrando così di
aver poco a che fare
col wellness ricercato dall'Occidente
contemporaneo.
3. Diversa si presenta la proposta offerta
dalla corrente Mahayana (o grande
veicolo, così denominato perché prospetta
una universale liberazione),
centrata sulla figura del bodhisattva, di colui
che vive in questo mondo,
cercando la sua illuminazione attraverso la pratica
delle paramita
("perfezioni" o virtù di generosità, moralità, pazienza,
perseveranza,
concentrazione e saggezza).
La tradizione Mahayana rivoluziona la
concezione stessa del Nirvana secondo
la formula, espressa da Nagarjuna, per
cui il samsara è in nulla differente
dal nirvana. Il nirvana è in
nulla
differente dal samsara. I confini del nirvana sono i confini del
samsara.
Tra i due non c'è la minima differenza (Madhyamaka Karika, XXV,
20).
La liberazione non si troverà, quindi, nella
fuga dal mondo e
nell'estinzione del desiderio, visto anzi come
"combustibile per
l'illuminazione", ma nella capacità di vivere una vita
non-dualistica
nel mondo dualistico, nell'equilibrio di saggezza e
compassione,
per cui potremmo dire: dal non-dualismo qui al dualismo
là.
3.1. Se la prospettiva Theravada è
caratterizzata da un "lavoro a togliere",
quella Mahayana consisterà, invece,
in un "lavoro a mettere", vivendo il
non-dualismo nel dualismo e il
non-attaccamento nel rifiuto di ogni
unilateralismo e parzialità, assumendo
l'unità degli opposti, propri di
tutta la realtà fenomenica.
Osservando il simbolo cosiddetto di yin e yang
o del Tao, vediamo che in
questa immagine il bianco e il nero non si
escludono l'un l'altro, ma
realizzano una unità attraverso l'integrazione
dinamica delle parti,
attraverso il movimento che unifica, nel "vuoto
mediano", gli opposti luce e
ombra, cielo e terra, sacro e profano, maschile
e femminile, e via
enumerando. Ma, in più, all'interno di ciascuna di queste
due metà c'è un
piccolo seme della differenza, dell'opposto, della vita nella
morte e della
morte nella vita, il che ricorda l'unità di positivo e
negativo. Lo stesso
concetto è espresso in un aneddoto che racconta di un
tale che, in India,
era amico di un macellaio, da cui si recava
spesso.
Una sera il macellaio stava chiudendo bottega
quando entrò un cliente e
chiese un pollo. Proprio pochi minuti prima il
macellaio mi aveva detto che
quel giorno aveva venduto tutto, che gli era
rimasto solo un pollo. Perciò,
tutto contento, andò nel retrobottega a
prendere l'ultimo pollo e, pesatolo,
disse: "Sono cinque rupie". Ma il
cliente disse: "Questo pollo è un po'
piccolo. Stasera dò una festa a casa
mia e verranno parecchi amici: ho paura
che non mi basti. Mi dia un pollo più
grande". Io sapevo che non c'erano
altri polli, quello era l'ultimo. Dopo
aver rimuginato per un istante, il
macellaio tornò nel retrobottega, si
attardò un po', poi tornò fuori, gettò
lo stesso pollo sulla bilancia, e
disse: "Questo viene sette rupie". Ma il
cliente disse: "Sa cosa faccio? Li
prendo tutt'e due". E a questo punto il
macellaio era incastrato
davvero!
In modo analogo, la vita tenta costantemente
di incastrarci, ponendoci di
fronte alle scelte tra opposti: di fronte a
questi tranelli, dobbiamo invece
essere capaci di dire "li prendo tutti e
due", cioè la luce e l'ombra, la
vita e la morte, in definitiva, l'Assoluto
nel relativo e il sacro nel
profano. Le cose, dice il Sutra del Loto, sono
fin dalle più lontane origini
nirvaniche, il che vuol dire, come scriveva H.
Hesse, che "il mondo non è
imperfetto o impegnato in una lunga via verso la
perfezione: no, è perfetto
in ogni istante, ogni peccato porta già in sé la
grazia, tutti i bambini
portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la
morte, tutti i morenti
la vita eterna".
La via del bodhisattva è quella di chi sta in
questo mondo seguendo la via
di mezzo, lontana dall'estinzione e dalle
contaminazioni. Ma come agire nel
mondo per realizzare questa
condizione?
I Maestri ci hanno lasciato preziosi
suggerimenti come, ad es., quelli che
troviamo condensati nei testi che
seguono. Il primo viene dalla Scuola
Tendai e ci offre una serie di
affermazioni che possono perfino suonare
paradossali nel loro tentativo di
mostrarci una prospettiva di totale
unificazione dei contrari.
Il metodo perfetto e immediato della pratica
di calma-e-discernimento
prende, fin dall'inizio, come oggetto la Realtà
ultima.
Qualunque sia l'oggetto del discernimento,
esso è visto come identico al
Mezzo. Non c'è nulla che non sia la Realtà
ultima.
Fissando la mente sulla Realtà universale e
unificando la propria
consapevolezza colla Realtà universale [realizza che]
non c'è un solo colore
o odore che non sia la Via di mezzo.
Mente, Buddha, esseri senzienti sono, parimenti, [la Via di mezzo].
Poiché tutti gli aggregati e le forme di
sensibilità sono la realtà così
come è, non c'è alcuna sofferenza da cui
liberarsi.
Poiché la nescienza e le afflizioni sono
identiche al corpo illuminato, non
c'è alcuna origine della sofferenza da
sradicare.
Poiché i due punti di vista estremi sono il
Mezzo e le visioni erronee sono
la Verità, non c'è alcun percorso da
praticare.
Poiché il samsara è identico al nirvana, non
c'è alcuna estinzione [della
sofferenza] da realizzare.
Non essendoci né sofferenza né origine della
sofferenza, nulla vi è di
mondano; non essendoci né sentiero né estinzione,
nulla vi è di
sopramondano. C'è una sola, pura Realtà; non c'è nessuna entità
al di fuori
di essa.
La tranquillità della natura ultima di tutte
le entità è detta "calma"; il
suo perenne splendore è detto
"discernimento".
Benché noi parliamo di inizio e fine in
termini di pratiche meditative, non
c'è nessuna dualità, nessuna distinzione
tra essi. Questo è ciò che è
chiamato [il metodo] "perfetto e immediato [di
pratica] di
calma-e-discernimento".
A questo scopo, dobbiamo realizzare la natura
[del rapporto tra il
microcosmo] del nostro corpo e [il macrocosmo]
dell'ambiente: tremila mondi
sono in un momento della vita. Compiendo il
cammino si diviene consapevoli
dell'essenza della realtà. Il nostro
corpo-mente individuale permea la
Realtà universale (Endon Shikan)
In questo testo, anche se per ragioni di
spazio non possiamo qui
commentarlo, va almeno osservato che possiamo
riconoscere la trascrizione
Mahayana delle "Quattro nobili Verità" e
l'indicazione della pratica
unitaria delle meditazioni di calma e
discernimento, da cui il titolo stesso
del brano (Perfetta e immediata
meditazione di calma-e-discernimento).
Il secondo, dovuto a Dogen (fondatore del Soto
zen giapponese), dice:
Devi solo comprendere che nascita-e-morte sono in sé
il nirvana. Non ci sono
cose come la nascita e la morte da evitare; non c'è
nulla come il nirvana da
cercare. Solo quando ti renderai conto di questo
sarai libero dalla nascita
e dalla morte (Dogen, La luna in una goccia di
rugiada).
3.2. Poiché il nirvana coincide col samsara e il sacro col
profano, la Via
del Buddha non vuole condurci verso una meta collocata da
qualche parte del
tempo e dello spazio, come potrebbe essere un Nirvana
separato, reificato,
immobile e artificiale. Proprio l'impermanenza del corpo
e della mente,
dell'erba,
degli alberi e delle foreste è la Realtà
ultima. Ricordiamo un detto di
Joshu (Chao Chou Maestro cinese, in giap.,
Joshu, 778-897):
Un monaco chiese: "Il permanente cos'è?". Joshu disse:
"Ciò che è
impermanente". Il monaco chiese: "Perché il permanente è
impermanente?".
Joshu disse: "La vita! La vita!"
Questa vita qui, davanti a noi, non un'altra,
è la natura buddhica. In
altri termini, non c'è alcun nirvana da raggiungere
né alcun samsara da
abbandonare, ma solo una vita da condurre alla luce della
consapevolezza,
per cui la Via si configura soltanto come una via verso una
modalità di
condotta, avente dunque una meta "soggettiva", caratterizzata
dalla presenza
di un atteggiamento transpersonale che consenta l'uscita dalla
banalità
dell'accadimento
quotidiano, rapportandosi a esso come
ierofania, alla luce dell'Assoluto. Il
viaggio (o la via, il sentiero, il
percorso) è una metafora del
pellegrinaggio dell'uomo alla ricerca del senso
e dell'eternità, e il
cammino è una figura archetipica, riferentesi
all'esperienza primordiale,
che permette all'uomo di uscire da un determinato
luogo e raggiungere nuove
aree e mete. Poiché la nostra vita si svolge nel
tempo e si muove nello
spazio, la funzione motrice ambulatoria fonda il
simbolismo del cammino
umano nell'ordine fisico, psichico e spirituale, e
definisce l'uomo come un
essere itinerante: "homo viator".
Sulla mistica natura della Via, dice
quest'altro aneddoto, sempre riferito
al Maestro Chao Chou :
Un giorno Chao Chou chiese a Nan Ch'uan: - Qual è la Via?
Nan Ch'uan disse: - La mente comune è la Via.
Chou disse: - È possibile averla come meta?
Ch'uan disse: - Se tenti di volgerti ad essa, te ne allontani.
Chou disse: - Quando non faccio alcun tentativo come so se questa è la Via?
Ch'uan disse: - La Via non è nel regno del
conoscere o del non conoscere; il
conoscere è falsa coscienza e il non
conoscere è insensibilità. Se si tratta
di un vero arrivo sulla Via in cui
non ci sono dubbi, è come il grande
vuoto, come una sala libera, vuota e
aperta. Come si potrebbe insistere
nell'affermarla
o nel
negarla?
A queste parole Chao Chou si risvegliò alla Via.
Su questa Via bisognerà procedere senza
aggrapparsi a nulla, andando con una
fede vuota e spoglia, senza oggetto,
senza neppure il grande principio della
Vacuità, per non rischiare di
reificarlo in una visione falsa, statica,
intellettualistica.
3.3. Le pratiche vengono a configurarsi dunque
come mezzi di rinnovamento e
di perfezione (da cui: ascesi, lavoro interiore,
ritiro, meditazione,
preghiera, recitazione di un testo o di un mantra.),
utili per compiere il
cammino. Tra le pratiche proposte dal buddhismo, la
pratica meditativa è
sicuramente quella più nota al pubblico occidentale e
numerose sono le
trattazioni e i lavori sperimentali che ne illustrano metodi
e tecniche.
Limitiamoci qui a ricordare che le ricerche psicofisiologiche
sullo zazen (o
meditazione seduta) dimostrano il valore di una postura
stabile
(possibilmente a gambe incrociate) per l'equilibrio neurovegetativo
e
mentale. Il giusto tono della muscolatura (né troppo tesa né
rilasciata)
assicura l'invio di afferenze attivanti ai centri superiori, che
fanno dello
stato meditativo, benché apparentemente statico, uno stato pieno
di dinamica
vitalità. Ben si evidenzia il diverso significato attribuito alla
postura in
Oriente e in Occidente se compariamo la postura della meditazione
buddhista
con quella che rappresenta atteggiamenti "meditativi" occidentali
(dalla
figura del "pensieroso" delle Cappelle medicee, al Pensatore di
Rodin).
Centrale, nella meditazione direttamente
insegnata dal Buddha, come possiamo
leggere in alcuni dei sutra più antichi,
la pratica della consapevolezza,
consistente nell'osservazione dei mutevoli
fenomeni corporei e mentali,
sintetizzata nei termini di varie
contemplazioni, la prima delle quali è
proprio la contemplazione del corpo,
articolata in: 1. consapevolezza del
respiro, 2. consapevolezza delle
posizioni, 3. consapevolezza delle azioni e
delle funzioni, 4. consapevolezza
delle parti e 5. degli elementi
costituenti, 6. consapevolezza del
disfacimento.
Negli ultimi anni, oltre che oggetto di
numerose ricerche psicofisiologiche,
le tecniche meditative buddhiste hanno
trovato impiego anche al di fuori del
contesto religioso, cioè in ospedali,
centri di psicoterapia, etc.,
particolarmente nell'ambito del controllo dello
stress. Siamo comunque
lontani dal prêt-à-porter della new age.
3.3.1. Nella cultura e nel buddhismo
giapponesi troviamo poi una serie di
pratiche o abilità (giap. gei), indicate
in Occidente con l'espressione di
"arti zen", molte caratterizzate da nomi
col suffisso -do, via (ad es.:
kendo, kyudo, chado, kodo, shodo, kado o
ikebana, ovvero la via della spada,
dell'arco, del tè, dell'incenso, della
calligrafia, del disporre i fiori),
abilità che non sono destinate a una mera
produzione o fruizione di
bellezza, ma tecniche, pratiche, modi di condotta e
di vita, e, in questo,
"vie". Carattere di tali pratiche - per le quali è
difficile trovare
analoghi occidentali - è quello di unire in una
affascinante sintesi la
dimensione sensoriale, quella estetica e quella
spirituale. Per questo esse
sono "vie di accesso" e di pratica spirituale, il
cui significato si colloca
quindi ben al di là della loro specificità e del
loro "contenuto" (spada,
arco, tè, incenso, calligrafia, etc.) e in cui la
bellezza è quasi un dono
in più, un'aggiunta che viene dall'armonia
realizzata.
3.3.2. Soffermiamoci ora, a scopo
esemplificativo, su una di tali pratiche:
quella riguardante l'ambito della
nutrizione.
Le religioni hanno un po' tutte prestato
grande attenzione alla nutrizione,
essendo questa una delle funzioni
fondamentali, primarie degli esseri
viventi, che comincia prima della nostra
nascita e prima dell'inizio della
respirazione: tanto basilare da essere
manifestazione di una struttura di
legame con la Terra e la Vita, presente in
senso proprio e in senso figurato
nel nostro liguaggio. A fianco dei
"nutrimenti terrestri" (Gide) troviamo
infatti i nutrimenti dell'anima
(Platone), la lettura nutre lo spirito, ma
si nutrono anche ambizioni e
desideri. "Beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia perché saranno
saziati" (Mt 5, 3), ci assicura il Vangelo e
Gesù dice: "Io sono il pane
della vita; chi viene a me non avrà più fame e
chi crede in me non avrà più
sete" (Gv 6, 35). Nella dottrina taoista,
l'espressione
"nutrire la vita"
(cin., yang shen, giap. yojo) è da considerare sinonimo
dello stile di vita
del saggio, il quale in tal modo preserva la longevità
conservando e
dispiegando il suo "capitale di vita": non un'altra vita o
l'immortalità,
ma la lunga vita, la longevità essendo il coronamento di
una vita saggia e
compiuta.
Data dunque l'importanza della funzione
nutritiva, non saremo sorpresi di
trovare numerose prescrizioni, riti
sacrificali, divieti, inviti al digiuno,
spesso organizzati in veri e propri
codici alimentari. Qui vogliamo
soffermarci su quanto la tradizione buddhista
(Mahayana) ha indicato circa
il profondo significato religioso della cucina,
concepita non come mera
abilità professionale (e indipendentemente dalle sue
finalità biologiche) ma
come una disciplina o, per dirla con Foucault, come
una delle "tecnologie
del sé". Essenziale, anche in questo caso,
l'atteggiamento mentale, da
assumere concentrando l'attenzione sulla realtà
che si sta effettivamente
vivendo e sviluppando uno spirito di gratitudine,
nella consapevolezza dei
legami che uniscono alla Realtà
universale.
Nelle sue Istruzioni a un cuoco zen, scritte
nel 1237, Dogen ci offre un
prezioso sommario della cucina come pratica
spirituale. Per quel che
riguarda la funzione attentiva egli raccomanda al
tenzo, il cuoco del
monastero, di maneggiare con cura gli ingredienti "come
se fossero i suoi
stessi occhi", mai lamentandosi per la quantità o qualità e
facendo sì che
la vita divenga, "naturalmente", una cosa sola con il
lavoro:
Tenete gli occhi aperti. Non lasciate che vada
perso neppure un chicco di
riso. Lavate il riso a fondo, mettetelo in
pentola, accendete il fuoco e
cuocetelo. Dice un vecchio proverbio:
"considerate la pentola la vostra
testa; considerate l'acqua il vostro
sangue". [.] Giorno e notte lasciate
che tutte le cose entrino nella vostra
mente. Fate che la vostra mente e
tutte le cose agiscano insieme come un
tutto. Prima di mezzanotte rivolgete
l'attenzione all'organizzazione del
lavoro del giorno dopo; dopo la
mezzanotte, cominciate i preparativi per la
colazione.
Il lavoro del cuoco non si configurerà più
come un servizio o un lavoro da
considerare "umile" se ne verrà colto
l'aspetto di pratica spirituale:
Coloro che ci hanno preceduto hanno detto: "Il
tenzo realizza la
Mente-che-ricerca la Via rimboccandosi le maniche". [.]
Mantenete un
atteggiamento che cerca di costruire grandi templi con verdure
ordinarie,
che espone il buddhadharma con l'attività più insignificante. [.]
Maneggiate
anche una singola foglia di verdura in modo tale che manifesti il
corpo del
Buddha. Ciò a sua volta permette al Buddha di manifestarsi
attraverso la
foglia. [.] Comprendete che una semplice verdura ha il potere
di divenire la
pratica del Buddha, se nutrite adeguatamente il desiderio di
vivere la Via.
Tutto ciò richiede che le cose non siano
considerate da una prospettiva
ordinaria né secondo le nostre emozioni, ma
con le tre menti (sanshin) e
cioè con: una mente gioiosa ("Rallegratevi della
vostra nascita nel mondo,
in cui siete in grado di usare liberamente il corpo
per offrire il cibo ai
Tre tesori : il Buddha, il Dharma e il Samgha.
Considerando le innumerevoli
possibilità in un universo eterno abbiamo avuto
un'occasione meravigliosa");
una mente da genitori ("Allo stesso modo, quando
toccate l'acqua, il riso o
qualsiasi altra cosa, dovete avere la premura
amorevole e sollecita dei
genitori che allevano il loro bambino); infine, e
soprattutto, una mente
magnanima (letteralmente, una grande anima), una mente
capace di una
realizzazione profonda della Vacuità ("La mente magnanima è
come una
montagna, stabile e imparziale. Paragonandola all'oceano è
tollerante e
considera ogni cosa dalla prospettiva più ampia. Avere una mente
magnanima
significa essere privi di preconcetti e rifiutarsi di prendere
una
posizione").
Il corretto atteggiamento che può trasformare
il cucinare in una pratica
spirituale si può riassumere nell'espressione
giapponese chori ni kometa
aijo che possiamo tradurre con "cucinare con
amore": questo comporta una
costante attenzione nella scelta degli
ingredienti, nella preparazione del
cibo, nella condotta da tenere durante la
preparazione.
Nella scelta degli ingredienti grande
attenzione sarà data alle variazioni
stagionali, in modo da utilizzare ciò
che offre la stagione, variare il cibo
e mettersi in una relazione la più
armonica possibile con la natura. La
creatività personale assicurerà tutte le
possibili variazioni che consentono
di preparare un pasto gradevole, ma si
dovrà anche aver cura di non sprecare
nulla. È consigliata poi la recitazione
di sutra e preghiere da chi assiste
o aiuta il cuoco durante la
preparazione.
In vari modi dovrebbe essere garantito il
massimo rispetto dell'armonia,
bilanciando i 5 metodi (bollire, grigliare,
friggere, cuocere al vapore,
servire crudo), i 6 gusti (amaro, acido, dolce,
piccante, salato,
delicato/leggero) e i 5 colori (verde, giallo, rosso,
bianco, scuro) per
ottenere un cibo che sia leggero, pulito,
accurato.
Mangiare è, in questo contesto, molto di più
che nutrirsi, essendo
un'occasione
per riflettere sulla natura e
sull'origine del cibo, su come questo è stato
preparato, domandandosi anche
se si è veramente degni di servirsene.
L'atteggiamento
contemplativo
renderà ciò che assumiamo un pasto di quiete e di
consapevolezza, un
nutrimento insieme del corpo e dello spirito. Al momento
del pasto, andranno
poi ricordate le seguenti 5 "raccomandazioni":
Esprimo la mia riconoscenza per la benevolenza
dell'universo e per il lavoro
di tutte le persone che hanno contribuito a
darmi questo cibo.
Prendo questo cibo riflettendo sulle mie imperfezioni.
Cercherò di vigilare per non lasciarmi andare
ai tre veleni della
inconsapevolezza, della avidità e della collera al fine
di utilizzare
giustamente questo cibo.
Prendo questo cibo ricordando che mi fornisce
l'essenziale per la salute del
corpo.
Prendo questo cibo utile per la salute e il
vigore del mio corpo, necessari
per proseguire lungo il cammino degli
insegnamenti del Buddha.
3.4. Sulla base della fondamentale
coincidentia espressa dal paradosso
dell'Assoluto
identico al mondo dei
fenomeni, un sacro che resta sempre "totalmente altro"
ma non è collocato
"altrove" porterà con sé una nuova coscienza della
coincidentia oppositorum,
come assoluta assolutezza che, superando la stessa
opposizione di sacro e
profano, condurrà a vedere la Totalità nel frammento,
l'Eterno nel
transeunte, l'Universale nel particolare, l'Essenza
nell'apparenza.
4. Da quanto detto, possiamo concludere che la
tradizione buddhista offre
indubbiamente una serie di indicazioni che puntano
alla realizzazione di
un'armonia
non solo tra corpo e mente ma tra
individuo singolo (nella sua individualità
fenomenica) e Realtà universale.
Questa armonia, che non comporterà la
eliminazione del negativo, ma andrà
costruita tra ordine e disordine, è
raggiunta attraverso una dura e
articolata disciplina, partendo, come
abbiamo visto, dalla prima delle
"Quattro nobili verità", ossia dalla
constatazione dalla onnipresente realtà
del dolore in tutte le forme di
esistenza. Ed è proprio la presenza del
dolore che giustifica e motiva
l'insegnamento
del Buddha:
Nascita,
vecchiaia e morte: se queste tre cose non esistessero al mondo, il
Tathagata
non sarebbe apparso nel mondo. Ma poiché queste tre cose esistono,
il
Tathagata, l'Illuminato, appare nel mondo e la disciplina da Lui
predicata
risplende nel mondo (Anguttara Nikaya, V, 143).
La possibile liberazione è prospettata
attraverso il superamento
dell'individualità
separata, come tale
irredimibile, che può liberarsi/salvarsi solo
trasferendosi su un piano di
universalità. Se tale superamento viene, dal
buddhismo Theravada,
rappresentato dal nirvana-estinzione e dall'uscita
dall'infernale
ruota
delle rinascite, dalla corrente Mahayana è visto nella presa di
coscienza
dell'identità della nostra natura più profonda (natura-di-Buddha)
con la
Realtà ultima. Parafrasando quel che S. Paolo dice dell'amore che
copre tutto
(`H ¶gßph pßnta stûgei), perché come un tetto (stûgh) illimitato
tutto
protegge e ospita, possiamo dire che la coscienza buddhica o
universale tutto
può accogliere e custodire. Ma accogliere il negativo e il
dolore non è
cancellarli:
Vi sono cinque cose che nessun asceta, nessun
bramano e neppure un dio né
Mara né Brahma né alcun altro al mondo è in grado
di fare. Quali sono queste
cinque cose? Ottenere che quanto è soggetto a
invecchiare non invecchi; che
quanto è soggetto a malattia non si ammali, che
quanto è deperibile non sia
distrutto, che quanto è soggetto a finire non
finisca; ecco quanto nessun
asceta, nessun bramano e neppure un dio né Mara
né Brahma né alcun altro al
mondo è in grado di fare (Anguttara Nikaya, III,
58).
Non in cielo né nelle profondità dell'oceano
né all'interno dei crepacci
nelle montagne: non v'è luogo al mondo nel quale
la morte non vinca il
mortale (Dhammapada, 128).
Dalla dichiarata paradossale coincidenza del
nirvana col samsara scaturisce
l'invito a vivere in modo altrettanto
paradossale: agendo senza attaccamento
al frutto dell'azione, abbandonate le
visioni parziali e unilaterali dei
fenomeni, fuori da tutte le reificazioni,
incluse quelle religiose. Per chi
giunge al piano della coscienza
buddhica, le cose possono essere guardate
con l'occhio non-giudicante della
serena contemplazione, che vede al di là
delle differenze e concilia
l'inconciliabile presenza degli opposti. È
questo il messaggio universale
della saggezza perenne, quello che, nel
momento supremo, può far riconoscere
agli eroi di Sofocle che "tutto è
bene";
lo stesso messaggio che da
Patañjali ("Tutto è infelicità per colui che
discerne", Yogasutra, II, 15),
alla Bhagavad-Gita (XIV, 24, per la quale
saggio è "quell'uomo per cui gioia
e dolore sono la stessa cosa, che è
appagato, per il quale sono uguali una
zolla, un sasso e un pezzo d'oro"),
giunge fino al condannato a morte di
Camus, che, finalmente libero dalla
speranza, può "per la prima volta"
aprirsi "alla tenera indifferenza del
mondo" (L'étranger). Salvifico ma non
consolatorio, il messaggio del
buddhismo Mahayana ci rende consapevoli che la
vita è meravigliosa
nell'amore
e nella lotta, nella sua ingiustizia e
nelle sue passioni, nella creatività
e nel dolore. Così, vivendo il
non-dualismo del dualismo, non soffrendo di
soffrire, vero nella menzogna e
folle come un saggio, il bodhisattva dalla
coscienza tragica sa che il dolore
è presente anche nella beatitudine e, nel
momento in cui si apre all'Infinito
e rinuncia al proprio mondo privato,
scopre drammaticamente, per usare le
parole del maestro tibetano Chögyam
Trungpa, "un universo più vasto e un
cuore sempre più infranto".