Per gli interessati una breve biografia su Ananda, uno dei principali discepoli del Buddha Sakyamuni, redatta anni or sono da Michael Fuss.



Ananda nacque nel clan dei Sakya, e poiché in famiglia si diceva "egli è nato per portare felicità" (ananda), gli fu dato questo nome. Nelle prime biografie è ricordato come uno dei "discepoli principali" (agga-savaka) o uno dei "grandi discepoli" (maha-savaka). Nei testi canonici appare come compagno inseparabile di Sakyamuni.

1. La vocazione

Dopo aver conseguito, attraverso la rinuncia e la meditazione, la suprema illuminazione e aver messo in moto la Ruota del Dharma, legge definitiva e salvifica, Sakyamuni ritornò a Rajagrha con un gruppo di giovani Sakya convertiti alla Buona Legge; molti del suo clan lo seguirono, e fra costoro parecchi suoi cugini, tra cui Ananda e suo fratello Aniruddha. Ananda aveva 37 anni; suo padre era fratello del padre di Sakyamuni. Del gruppo faceva parte un altro cugino, Devadatta, futuro rivale del Buddha e nemico dell'Ordine monastico, la cui unità egli tenterà più tardi di spezzare. Quando si accinse a seguire il Buddha, Ananda ebbe dei problemi, principalmente da parte della mamma, la quale non voleva che suo figlio seguisse la nuova via, che esigeva un distacco radicale. Ananda iniziò una vita eremitica e fece un voto di silenzio, ottenendo infine il permesso materno. Anche il Buddha mise alla prova i due fratelli, ma grazie all'umiltà e all'insistenza di Ananda, furono ammessi. La sua formazione monastica trascorse sotto la direzione di Belattashisa, all'inizio, e del grande maestro Punna, negli anni seguenti. Del primo si conserva il seguente detto: "Come il quadrupede di nobile stirpe, con la criniera eretta, trascina l'aratro sul campo incolto, facilmente tracciando il solco, così per me i giorni e le notti trascorrono senza fatica"; del secondo sappiamo che il Maestro lo presentò come "il migliore dei bhihkhu (monaci) nel predicare la Dottrina". Con tali maestri è facile immaginare come Ananda progredisse nella via della saggezza. Dobbiamo tuttavia notare che egli non conseguì l'illuminazione subito, ma soltanto dopo la morte del Buddha, divenendo in quel momento arhat. Una delle note caratteristiche della sua vita monastica fu l'amicizia che nutrì verso altri monaci. I seguenti versi furono pronunciati da Ananda quando ebbe notizia della morte di Sariputra, uno dei primi discepoli del Buddha:

"Non traspaiono più le regioni del cielo,
non splendono più per me i dhamma;
poiché se ne è andato il nobile amico,
l'oscurità ormai si distende!
Dipartito il compagno, andatosene ormai il maestro,
non è più un simile amico...
Quelli del tempo antico se ne sono andati,
quelli del nuovo non sono adatti a me,
oggi io sono solo a meditare,
come un uccello da nido sotto la pioggia"

Un'altra nota caratteristica di Ananda fu la sua prodigiosa memoria, che gli consentì di custodire la dottrina insegnata dal Maestro. Questa sua qualità si dimostrerà straordinariamente utile durante la celebrazione del primo Concilio buddhista, nel quale furono raccolti e sistematizzati gli insegnamenti del Maestro. Un giorno Moggallana, facendosi voce di altri monaci, domandò ad Ananda: "Quanti insegnamenti ti ha trasmesso il tuo Signore affinché ne conservassi la memoria?". Rispose Ananda: "Ottantaduemila ne appresi dallo stesso Buddha, altri duemila dai confratelli: in tutto ottantaquattromila. Tanti sono gli insegnamenti conservati nella mia memoria". Così Ananda divenne la fonte più preziosa per la redazione del canone primitivo, in particolare della raccolta dei detti (sutra) del Maestro. Egli era solito ammonire quelli che vivevano senza conoscere la Dottrina con queste parole: "Colui che possiede poca conoscenza invecchia come invecchia un bue: cresce il suo corpo ma la sua conoscenza non cresce". In alcune sezioni del testo canonico Anguttara Nikaya sono ricordate alcune sentenze del Buddha nelle quali Ananda viene presentato come il discepolo più eminente nell'ascoltare e nel ritenere la Dottrina. La prima qualità (gatimanta) di chi è "custode della dottrina consiste nel conoscerla, ascoltandola e conservandola nella memoria; la seconda è l'applicazione della dottrina appresa alla propria vita; la terza è la capacità di percepire nella propria mente le connessioni profonde del discorso che sta facendo, in modo tale che, se viene interrotto dalle domande, può poi continuare il discorso iniziato; la quarta è costituita dallo sforzo e dalla dedizione nello studiare, imparare a memoria e recitare la dottrina ascoltata dal Maestro. L'ultima di queste qualità è quella propria di un fedele "attendente" e servitore che svolge il suo ufficio non soltanto nelle cose materiali, ma anche nelle funzioni di un segretario; e Ananda fu per venticinque anni il fedele attendente del Buddha. Le cinque qualità sopra descritte erano da lui possedute in sommo grado; pertanto ci offrono un ritratto abbastanza completo della sua personalità come "custode della Dottrina".

2. Ananda "attendente" (upatthaka) del Buddha

Il termine upatthaka è difficile da tradurre, poiché nel suo significato comprende un servizio che va da quello materiale proprio di un servo fino a quello di un segretario e confidente che conosce la mente del proprio maestro e la sa esprimere. Possiamo leggere alcuni brani dei Canti dei Monaci, Theragatha dove viene riportato come Ananda divenne l'upatthaka del Buddha. Durante i primi anni della buddhità del Beato, i monaci che lo servivano non erano sempre gli stessi, ed egli non faceva preferenza tra essi. Avvenne un giorno che il Maestro si diresse ai monaci che lo circondavano con le seguenti parole: "Io o monaci sono ora avanzato negli anni [aveva soltanto 55 anni]... Conoscete voi un monaco che possa essere permanentemente il mio attendente personale?". La novità della richiesta stava nella ricerca di un monaco che divenisse "permanentemente" l'attendente "personale" del Buddha. A questa domanda tutti i grandi discepoli, tra cui Sariputra e Moggallana, inchinandosi al Beato, risposero: "Noi presteremo servizio a te personalmente". Ananda fu il solo a non offrirsi, rimanendo seduto in silenzio. Gli altri discepoli gli facevano insistenza perché rispondesse: "Alzati, Ananda, e chiedi al Maestro l'incarico di attendente". Allora Ananda si alzò in piedi e propose otto condizioni per poter accettare da parte sua di essere l'attendente del Buddha. In esse appare di nuovo la sua personalità. "Se il Beato mi rifiuterà quattro cose e altre quattro me ne concederà, io assisterò il Beato. Egli non mi darà alcun indumento scelto o cibo ottenuto per lui, né una cella fragrante separata [come i ricchi usavano darla ai monaci eminenti], né mi farà andare con lui dove sia stato invitato. Poiché se il Beato non mi nega queste cose, qualcuno potrebbe dire: "Qual è il prezzo di tale servizio? Ananda serve allo scopo di ottenere vesti, buoni viaggi, alloggio, ed essere incluso negli inviti". Inoltre, verrà il Beato dove io sono stato invitato? Patirà egli che io porti da lui coloro che sono venuti da lontano per vedere me? Sopporterà che io vada da lui fuori tempo per consultarmi con lui quando sono perplesso? Mi ripeterà egli le dottrine che ha già insegnato quando io non ero presente? Se il Buddha non accetta queste condizioni, la gente non avrà fiducia in me, e si dirà: "Come mai, amico, non sai questa dottrina nonostante che tu lo segua come una ombra?". E Ananda arrivò a questa conclusione: "Se il Beato mi concederà queste otto grazie, io gli farò da personale attendente". Il Beato gliele concesse. La settima e ottava grazia spiegano quello che abbiamo detto sulla sua capacità personale come "custode della Dottrina"". Da quel giorno in poi, Ananda servì il Maestro portandogli l'acqua e l'asticciola per i denti, lavandogli i piedi, accompagnandolo, spazzandogli la cella e così via. Durante il giorno gli stava vicino per far conoscere agli altri i bisogni del Maestro; durante la notte, preso un solido bastone e la lanterna, faceva nove giri attorno alla cella fragrante per rispondere, nel caso che il Maestro lo avesse chiamato. Quando il Buddha, in un nobile conclave tenuto nel bosco Jeta, classificò i principali monaci secondo cinque qualità: erudizione, vigilanza mentale, capacità di camminare, costanza, cura nel "servire il prossimo", Ananda fu compreso in questo ultimo gruppo. I testi primitivi conservano molti dettagli del servizio costante del nostro Ananda: portava i messaggi del Buddha; lo accompagnava nelle visite ai monasteri; quando il Maestro si sentiva male cercava delle medicine per lui, o gli preparava egli stesso un pasto appropriato, ecc. Come "attendente-segretario", si dedicò a stabilire buoni rapporti tra il Maestro e i monaci - che superavano il migliaio - e si adoperò per conservare l'armonia all'interno della comunità monastica, secondo lo spirito del Maestro. Nel triste caso di Devadatta, già ricordato, quando questi minacciò di suscitare uno scisma nell'Ordine, Ananda giocò un importante ruolo per chiarire le idee e mantenere la pace. Spesso presentava al Maestro tutti i problemi interni: gli chiese l'erezione di un "santuario" all'interno di ogni monastero e ottenne la possibilità di accedere alla vita monastica anche alle donne. Dopo molti anni, riassunse nei seguenti versi la sua posizione e la sua opera di attendente del Buddha: "Per venticinque anni sono stato solo un apprendista; coscienza di piacere sensuale in me non è mai sorta... coscienza di avversione non è mai in me sorta... Per venticinque anni ho servito il Beato amorosamente agendo col corpo, seguace come un'ombra che non si diparte. Per venticinque anni ho servito il Beato, amorosamente con la mente agendo, seguace come un'ombra che non si diparte. Quando avanti e indietro il Buddha camminava, dietro di lui mantenevo il passo, sempre. E quando la Legge veniva insegnata, cresceva in me la coscienza e la compassione per lui".

3. Ananda, gli ultimi giorni del Buddha e il primo Concilio

Nel discorso che racconta gli ultimi giorni del Buddha, possiamo scoprire quale fu la funzione insostituibile di Ananda in quei momenti. Egli divenne il mediatore tra il Buddha e alcuni re coinvolti nelle guerre civili. Informò il Maestro sulle "sette virtù" politiche e morali dei Vajji, militari ben organizzati che intendevano occupare le terre degli antichi Sakya, distrutte dal re Ajatasatru. Il Buda favorì i vicini Vajji. Attraverso Ananda, convocò tutti i monaci che volevano perseverare nell'Ordine e diede delle norme, tra cui quelle di tenere frequenti adunanze, non fare nuove regole, onorare i più anziani, praticare la meditazione. Poi il Buddha aggiunse: "Che vuole ancora la comunità monastica, o Ananda? Io ho predicato, Ananda, la Legge senza nulla omettere né trascurare... Io, Ananda, sono ora carico di anni, vecchio, cadente, avanzato in età; ho ottant'anni... Vivete, Ananda, essendo luce a voi stessi, essendo rifugio a voi stessi". In cammino verso Vaisali, morì il grande discepolo Sariputra e abbiamo citato prima i versi che ad Ananda ispirò questa separazione. Arrivati a Vaisali, il Buddha si fermò per riposarsi, avendo sempre accanto il fedele Ananda, al quale chiese di stendere un mantello per terra e di portargli un po' d'acqua.... La terra tremò. Ananda domandò quale ne fosse la ragione e il Maestro spiegò le otto cause dei terremoti, l'ultima delle quali è "l'annuncio che un Buddha è prossimo ad entrare nel nirvana". Ananda chiese al Buddha di rimanere ancora sulla terra, ma era troppo tardi. Il Maestro poggiò il capo sul capezzale e, disteso sul fianco destro, passò nel totale nirvana. La terra tremò di nuovo. Il luogo dove avvenne l'estinzione del Buddha è il villaggio di Kusa. Il suo corpo fu arso per sette giorni dopo la morte. Ananda piangeva e possiamo capire i suoi sentimenti da questa strofa di un canto che egli compose:

"Ed ora il Maestro è già trapassato,
Colui che a me tanta compassione mostrava!
Oh, qual terrore fu allora,
quale grande possente paura:
Io avevo i capelli ritti e i nervi tremanti
Allorché, Egli,
dotato di ogni grazia suprema,
Il totalmente Risvegliato,
si fu totalmente estinto!".

Morto il Maestro, tutti pensarono di organizzare un concilio per raccogliere l'intera dottrina da lui insegnata. Aniruddha, fratello di Ananda, che già conosciamo, offrì la sua opera come persona adatta al compito, ma a condizione di conseguire prima l'illuminazione, divenendo così un autentico arhat. Sentito questo, Ananda si sforzò di raggiungere in un sol giorno questi due scopi. Egli era rimasto ancora nel grado di studente. Quindi gli si risvegliò lo zelo e trascorse tutta la notte sulla terrazza a praticare vipassana, la meditazione che porta alla chiaroveggenza conseguente alla esperienza interiore. Rientrò nella sala del monastero, e dopo essersi seduto sul suo giaciglio, desideroso di sdraiarsi, cominciò a distendere il corpo. I1 suo capo non aveva ancora raggiunto il cuscino né i suoi piedi lasciato il pavimento, che la sua mente fu liberata dalle acontaminazioni", restando senza ulteriore "attaccamento", in modo che raggiunse la perfetta illuminazione. Così egli poteva con pieno diritto completare, come cinquecentesimo, la schiera degli arhat partecipanti al primo Concilio, e poteva, come illuminato, esporre la Legge, che conosceva a memoria. I seguenti versi furono composti da Ananda in tale circostanza: "Colui che aveva cura del Buddha, che molto ha appreso e sa ben parlare, or ora dal fardello si è sgravato... Distrutte sono le contaminazioni i vincoli sciolti, superati gli attaccamenti, egli si è ben liberato. Ormai porta il suo ultimo corpo, egli che ha superato nascita e morte. Ovunque siano ben fondate le dottrine insegnate dal Buddha della stirpe solare...". Secondo una tradizione Ananda in quella circostanza recitò quasi tutti i testi che formano il Sutta Pitoka (Cesta dei Detti testuali) e gran parte del Vinaya Pitaka (Cesta della Disciplina): il primo espone gli insegnamenti attribuiti direttamente al Buddha, il secondo contiene le regole disciplinari con la narrazione delle circostanze che diedero occasione alla loro adozione. I due principali protagonisti di questo primo Concilio furono Ananda e Maha-Kasyapa, che in quel tempo aveva preso la direzione dell'Ordine. Fu costui che scelse i 429 arhat che parteciparono al Concilio e ne fu il moderatore. Il Concilio sarebbe durato ben sette mesi. La redazione del Canone rappresentava il motivo principale della sua convocazione, e si capisce la funzione insostituibile che vi svolse Ananda, dopo le premesse che abbiamo esposte. Subito dopo il Concilio, la figura di Maha-Kasyapa rientrò nell'ombra, lasciando campo libero ad Ananda. Questi divenne l'esponente principale della comunità buddhista e continuò ad esserlo nei successivi quarant'anni, quanti ne visse dopo l'estinzione del Buddha. Morì all'età di 120 anni. Quando si sentiva molto malato, cercava lo stesso posto in cui il Maestro si era estinto. Il re di Magadha e la regina di Vaisali si curarono della sepoltura del suo corpo, dividendo le reliquie tra diversi stupa.

4. Le vite anteriori di Ananda

Esse vengono narrate nei Jataka, che contengono i racconti, in prosa e in versi, delle presunte rinascite e vite anteriori del Buddha e dei suoi discepoli. Sono stati scritti nel III e IV secolo d.C. In essi funge da narratore lo stesso Buddha, che presenta le virtù proprie del buddhismo del Grande Veicolo (Mahayana). Fra i Jataka che parlano delle vite anteriori di Ananda citiamo il n. 498, che ha per titolo Citta-Sambhuta-Jataka, e termina con queste parole dello stesso Buddha: "Ananda era il sapiente Sambhuta, e io ero il sapiente Citta". Entrambi nacquero una prima volta come cugini tra i Candala (fuoricasta). Per superare questo grado sociale andarono all'Università. Ma un uomo saggio disse loro che era meglio diventare asceti, ed essi seguirono questo consiglio. Dopo la loro morte rinacquero come discendenti di una antilope, restando sempre inseparabili. Ma un giorno furono uccisi dal cinghiale di un cacciatore. Di nuovo rinacquero come falconi, ma morirono insieme colpiti da un cacciatore. Finalmente attinsero una esistenza umana: Ananda nacque come figlio di un re, ma dimenticò le sue precedenti esistenze, mentre Citta nacque come figlio di un brahmano di corte e ricordava tutte le sue vite precedenti. Quando ebbero sedici anni, Ananda diventò re e Citta un asceta con tutte le qualità di un badhisattva. Un giorno questo bodhisattva visitò il re magnificando la felicità dell'ascetismo e spiegando come sia poco fruttuoso il mondo dei sensi. Ananda accettò la lezione, ma non poté prendere una decisione perché si trovava "come un elefante dentro una palude". Senonché, ricordando sua madre, che lo aveva sempre aiutato, decise di intraprendere la strada dell'ascetismo insieme con Citta ed entrambi ottennero lo stato proprio di Brahma". Come si vede in questo Jataka, il Buddha e Ananda appaiono sempre uniti, anche nelle vite precedenti. Vengono presentati come cugini e di stirpe regale, il che è storicamente certo. Tutto il resto è ovviamente leggendario e ha lo scopo di inculcare il valore dell'ascetismo. Attraverso queste parabole, i due cugini, sempre uniti, vengono presentati come "poveri operai" desiderosi di salire a un più alto livello sociale e quasi sempre diventano re, ma dopo una conversione profonda intraprendono la strada dell'ascetismo e della rinuncia.





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