Il sesso nel buddhismo.
Articolo originale di Shravasti
Dhammika.
Il terzo precetto
Il
comportamento sessuale (kama o methuna) è una qualsiasi azione
motivata dal
desiderio erotico solitamente coinvolgente la regione
genitale. Questo
include tutte le forme di coito, sesso bacinale,
masturbazione,
palpeggiamento sessuale e forse anche il voyeurismo. Il
terzo dei
cinque precetti, i principi base dell'etica buddhista, dice
che si dovrebbe
evitare l'erronea condotta sessuale (kamesu micchacara).
Che cosa
rende un comportamento (cara) sessuale (kama) erroneo
(miccha)?
Una volta, mentre pronunciava un suo insegnamento
ad una platea di
brahmani, il Buddha disse che una relazione sessuale con
(1) ragazze
sotto la custodia dei loro genitori (maturakkhita,
piturakkhita), ossia
minorenni; (2) protette dal Dhamma (dhammarakkhita),
monache o quante
abbiano fatto voto di celibato; (3) sposate [con altri,
NdT]
(sassamika); (4) sottoposte a punizione, (saparidanda), ossia
incarcerate; oppure quelle (5) ornate di ghirlande
(malagunaparikkhitta), ossia promesse in sposa, sarebbe sbagliato
(A.V,264). Siccome questo discorso era indirizzato a degli uomini, il
Buddha parlò solamente di compagne di sesso femminile. Avesse tenuto
il
discorso a delle donne avrebbe naturalmente parlato degli omologhi
maschi.
Un bambino è improbabile che abbia la maturità o
l'esperienza di
prendere una decisione informata riguardo il sesso, mentre
fare sesso
con [persone che rientrano nei casi] 2, 3 e 5 causerebbe la
rottura da
parte loro di un voto solenne oppure di una promessa, ossia il
mentire
[quarto precetto, NdT]. Una persona incarcerata potrebbe
essere
costretta a fare cose che non vorrebbe veramente fare e quindi non
può
compiere una scelta veramente libera. È chiaro da ciò che il sesso
che
implica sfruttamento, disonestà o coercizione o che per qualsiasi
ragione non sia consensuale sarebbe un'infrazione del terzo precetto.
Per quanto non qui dichiarato, anche l'uso o la minaccia della forza
fisica (ossia lo stupro) per obbligare qualcuno a fare sesso, come pure
avere una relazione sessuale con una persona sotto l'influsso di
sostanze intossicanti oppure mentalmente incapace sarebbe qualificato
come un'erronea condotta sessuale. Dal punto di vista buddhista quindi
il sesso prematrimoniale o compiuto durante le mestruazioni (proibito
nell'induismo e nell'islam), la masturbazione, l'omosessualità, [il
sesso] con una persona di bassa casta (proibito nell'induismo) o
l'ingordigia sessuale, mentre potrebbe forse essere ritenuto
sconsigliabile, socialmente inaccettabile o non conducente alla
maturazione spirituale, non costituirebbe di per se una rottura del
terzo precetto.
Come in molte società il sesso
nell'India antica era circondato da
numerose superstizioni, restrizioni e
tabù. I brahmani credevano che
avere una relazione sessuale con la
propria moglie quando questa era
incinta avrebbe reso il feto impuro
(atimilhaja), o che il farlo quando
allattava avrebbe reso impuro il suo
latte e quindi il bambino
(asucipatipita). Insegnavano che il sesso
era corretto solo per
riprodursi e non per il piacere (kama), per sport
(dava) o per provare
la delizia dei sensi (rati). Credevano anche che
fosse sbagliato che
una coppia facesse sesso durante le mestruazioni della
donna (utuni).
Il Buddha elogiò i brahmani che seguivano tali regole ma non
perché
fosse d'accordo con queste regole, ma perché si dimostravano coerenti
con quello che predicavano (A.II,226). Non ci sono esempi in cui abbia
aderito a qualsiasi superstizione sessuale o in cui ne abbia insegnate
ai suoi discepoli. Un'altra credenza molto diffusa era che
abbandonarsi
a troppa pratica sessuale avrebbe causato la tosse (kasa),
l'asma
(sasa), dolori articolari (daram) e mancanza di giudizio (balaym,
Ja,VI,295).
Mentre accettava che il sesso fosse una
parte normale della vita dei
laici, il Buddha in genere ne aveva una cattiva
opinione. Lo respingeva
come una cosa "da villici" (gama dhamma,
D.I,4); cioè comune, banale e
mondana. Nella sua visione un maggiore
desiderio per il piacere
sensuale (kamacchanda) causa irrequietezza fisica e
psichica e questo
stato devia la propria attenzione dalle aspirazioni
spirituali e
costituisce un impedimento alla meditazione. Incoraggiava
i suoi
discepoli [laici, NdT] più seri a porre dei limiti al loro
comportamento
sessuale o a darsi al celibato (brahmacariya). Per i
monaci e le
monache, naturalmente, il celibato era necessario.
Tuttavia
l'esperienza insegna che prendere il voto di celibato quando uno
non è
pronto può essere di tutto tranne che d'aiuto. La lotta e la
negazione
continua contro il desiderio sessuale possono creare più problemi
di
quanti ne risolva e infatti può persino essere psicologicamente
dannoso.
Come lo facevano gli antichi
Ci pensiamo
spesso vivere in una società di grande licenziosità e
inventiva sessuale e
diamo per scontato che a riguardo siamo diversi
dalle generazioni
precedenti. Una rapida occhiata alla sezione delle
parajika [le
infrazioni della regola monastica che comportano
l'espulsione del bhikkhu
dalla comunità monastica, NdT] del Vinaya [la
parte del canone che raccoglie
le regole e le relative circostanze della
disciplina monastica, NdT]
dimostrerà come invece non c'è nulla di nuovo
per quanto riguarda il sesso;
cioè è già tutto stato fatto prima. Il
Vinaya dimostra familiarità con
la bestialità, con diversi generi di
feticismi, con l'incesto,
l'autosodomia, la necrofilia, il frotterismo
(questa l'ho dovuta cercare
nelI'enciclopedia) e diversi altri tipi di
comportamento sessuale non ancora
inclusi nella tassonomia clinica. Fa
persino menzione di un monaco che
aveva avuto, come dire? una relazione
molto intima con una bambola di legno!
(Vin.II,35).
Kama sutra Se tanto ancora non bastasse a convincervi
che non c'è nulla
di nuovo, leggetevi la sezione del Kama Sutra sul sesso
rozzo, il sesso
di gruppo, i giocattoli da sesso e l'ingrandimento del
pene. Aveste
intenzione di farlo evitate però la traduzione di Richard
Burton, che è
quella più facilmente reperibile ma anche la più
inaffidabile. Burton
non comprende gran parte della terminologia e ha
tagliato numerose
sezioni, non perché le trovasse troppo piccanti per i
lettori
vittoriani, ma perché non capiva quale parte fosse la testa e quale
la
coda. Il Kama Sutra Completo [The Complete Kama Sutra] di Alain
Danielou è migliore, però vi imprime troppi dei suoi pregiudizi e non so
ancora di cosa dovrebbe essere la traduzione l'espressione "coito
buccale" [limite degli anglofoni, NdT]. Una cosa buona del libro di
Danielou è che include una selezione di brani dal commentario di
Yasodhra che non è disponibile altrove in inglese. La traduzione di
Indra Sinha è molto buona e include brani selezionati dal Koka Sastra e
dall'Anangra Ranga, importanti ma meno noti. Alcune edizioni includono
anche riproduzioni di miniature artistiche, non, si dovrebbe notare,
quei falsi di scarsa qualità che erano stati prodotti per i turisti
inglesi dei primi del 20º secolo che sono di solito usati per illustrare
le edizioni del Kama Sutra. Tuttavia la traduzione di gran lunga
migliore del Kama Sutra è quella di Wendy Doniger e Sudhir Kakar,
recentemente pubblicata nella collana Classics della Oxford
World.
Nonostante sia stato scritto molti secoli dopo il
Buddha (forse nel
4º secolo EC), il Kama Sutra aiuta a fornire una visione
di base
dell'atteggiamento del primo buddhismo riguardo la sensualità; il
secondo dei due estremi che la Via Mediana evita.
Il matrimonio nel
buddhismo
Il matrimonio (avaha vihaha) è il legame formale e
legale che unisce
un uomo e una donna. È un'istituzione secolare, un
contratto tra due
persone o due famiglie e perciò il buddhismo non insiste
sulla
monogamia, la poligamia, la poliandria o qualsiasi altra forma di
matrimonio. C'erano numerose forme di matrimonio nell'antica India, il
più comune era quello concordato da parte dei genitori o tutori, c'erano
poi quelli in cui ciascuno della coppia sceglieva l'altro con
l'approvazione dei genitori, e la fuga per amore. Gli antichi codici
di
legge chiamavano questa seconda forma svayamvara mentre la terza
gandharva. Secondo il Buddha i monaci e le monache non dovrebbero
occuparsi del "dare o prendere in matrimonio" e perciò non si sono mai
prestati ad officiare matrimoni (D.I,11).
Non abbiamo
quasi nessuna informazione nel tipitaka sull'antica
cerimonia nuziale
buddhista oltre al fatto che la sposa era adorna di
ghirlande (A.V,264) e
che suo padre versava acqua sulle mani sue e dello
sposo a simboleggiare il
suo darla via [in sposa] (Ja.III,286).
Tradizionalmente i
buddhisti praticano la forma di matrimonio che
prevale nella società in cui
vivono. Per quanto il Buddha non
raccomandasse alcuna particolare
forma di matrimonio si può assumere che
preferisse quello monogamo.
Suo padre Suddhodana aveva due mogli e come
principe avrebbe potuto avere
più mogli anche lui, m scelse invece di
averne solo una. In un
discorso sul matrimonio il Buddha parlò della
monogamia, il che implica di
nuovo che lui accettasse questa come la
migliore formula di matrimonio
(A.IV,91). Essendo stato sia un marito
che un padre il Buddha poteva
parlare del matrimonio e dell'essere
genitore forte della propria
esperienza. Un marito, disse, dovrebbe
onorare e rispettare sua
moglie, non dovrebbe mai disprezzarla, dovrebbe
esserle fedele, concederle
la sua autorità e badare a lei
finanziariamente. Una moglie dovrebbe
compiere il suo lavoro
appropriatamente, amministrare i domestici, essere
fedele al marito,
proteggere le sostanze della famiglia ed essere capace e
diligente
(D.III,190).
Il Buddha disse che se un marito
ed una moglie si amassero
profondamente e avessero un kamma simile,
potrebbero poter rinnovare il
loro legame nella vita successiva
(A.II,161). Disse anche che una
coppia che segue il Dhamma "parla
parole d'amore l'un l'altro"
(annamannm piyamvada, A.II,59) e che "aver cari
i propri figli e sposa è
la più alta benedizione" (puttadarassa samgaho etam
mamgalam uttamam,
Sn.262). Criticò i brahmani che compravano le loro
mogli piuttosto che
"unirsi insieme in armonia e per affetto reciproco"
(sampiyena pi
samvasam samaggatthaya sampavattenti, A.II,222), il che
implica che
ritenesse questo motivo per il matrimonio molto migliore.
Nel sostenere
la fedeltà nel matrimonio insegnò che l'adulterio (aticariya)
è contro
il terzo precetto.
La coppia ideale nelle
scritture buddhiste sono Nakulamata e
Nakulapita. Nakutapita
[Nakulapita o Nakutapita? NdT] disse che da
quando sua moglie "è stata
portata alla mia casa quando io ero un
giovanotto e lei una ragazza, non ho
mai mancato nei suoi confronti
neppure in pensiero e tanto meno nei fatti"
(A.II,61). Il Buddha gli
disse che era per lui "una benedizione,
un'autentica benedizione l'avere
Nakulamata così piena di compassione per
te, preoccupata del tuo
benessere, tua guida e consigliere"
(A.III,298).
Sembra che nella storia la maggior parte dei
buddhisti ordinari siano
stati monogami, sebbene i re siano stati a volte
poligami e la
poliandria fosse comune in Tibet fino a tempi recenti.
Negli altipiani
dello Sri Lanka durante il medioevo si praticava la
poliandria. Oggi la
monogamia è la sola forma legalmente accettata di
matrimonio in tutti i
paesi buddhisti, per quanto il re del Bhutan abbia due
mogli, due
sorelle. Non c'è una cerimonia buddhista specifica per il
matrimonio;
ciascun paese ha le proprie usanze senza che i monaci vi
officino o vi
partecipino. Tuttavia, appena prima o dopo il
matrimonio, la sposa e lo
sposo vanno spesso in un monastero per ricevere la
benedizione di un monaco.
Considerando il buddhismo il
matrimonio un accordo sociale e non un
sacramento come nel cristianesimo,
accetta il fatto che se due persone
sposate concordano di porre fine alla
loro relazione ciò succeda. Il
buddhismo e tutti i paesi buddhisti
hanno sempre considerato il
matrimonio un'istituzione degna di sostegno e
attenzione, ma allo stesso
tempo non hanno mai imposto limitazioni sul
divorzio. Non sono stato
capace di trovare nel tipitaka una qualsiasi
informazione sul divorzio.
Si direbbe che, almeno all'epoca del
Buddha, il divorzio fosse una
faccenda informale. Se a una donna non
piaceva più suo marito se ne
andava e basta, per tornare a casa sua e, se
voleva, cercare di trovarsi
un altro marito. I libri delle leggi come
il Manusurti dimostrano che
il divorzio, almeno per gl'induisti, divenne
oggetto a vari limiti e
obblighi legali.
Il matrimonio
omosessuale
Un matrimonio omosessuale è un'unione
legalmente riconosciuta tra
due persone dello stesso genere, cioè tra due
omosessuali. I matrimoni
omosessuali sono diventati legali in diversi
paesi europei e in alcuni
stati degli Stati Uniti solamente di
recente. Tuttavia tali unioni
potrebbero essere esistite in alcune
parti del mondo antico, inclusa
l'India. Il Kama Sutra (II, 9, 36)
dice: "Ci sono cittadini che si
amano l'un l'altro e [che,] con grande
fiducia reciproca, prendono l'un
l'altro come marito." La parola qui
usata per marito è parigraha, il
cui equivalente pali è patigaha. Nel
suo commentario a proposito di
questo verso Yasodhara scrive: "Cittadini che
mostrano tale
inclinazione, respingendo le donne, volentieri fanno a meno di
loro e si
sposano, legati da un'amicizia profonda e radicata nella
fiducia." Non
è chiaro se questi matrimoni, se questa è la parola
giusta per tali
unioni, fossero officiate da monaci buddhisti oppure da
preti hindu o se
erano riconosciuti dallo stato, [ma] probabilmente
no.
Quale sarebbe l'atteggiamento buddhista su tali
matrimoni? Il
buddhismo considera il matrimonio un'istituzione
secolare (si veda
l'articolo di ieri), un accordo tra due persone, e perciò
i monaci o le
monache buddhiste non officiano matrimoni, per quanto gli sia
spesso
chiesto di benedire la coppia o appena prima o subito dopo il
matrimonio. I monaci danno anche spesso brevi prediche e cantano
alcuni
sutta durante [le cerimonie] di inaugurazione di nuovi negozi, in
occasione di compleanni, funerali e presso il letto dei malati o dei
morenti. Se due uomini o due donne fossero veramente determinati a
dedicarsi l'uno all'altro e volessero che un monaco o una monaca
benedica la loro unione augurando loro ogni bene possibile nella loro
vita insieme, non è difficile immaginarsi che si dimostri felice di
prestarsi a tanto.
Penso spesso a quanto sia fortunato
di essere buddhista. Uno dei
molti vantaggi dell'esserlo, a parte la
serenità della mente, l'essere
soddisfatto di poco, la felicità, una visione
del mondo realistica,
principi morali razionali secondo i quali vivere,
l'ispirazione che mi
viene dal Buddha e l'avere buoni amici di Dhamma, è che
quando sorge un
motivo di contesa posso sempre aderire alla 'via mediana'
senza dover
necessariamente prendere le parti di qualcuno. Si pensi ai
matrimoni
omosessuali ad esempio. Mi viene da pensare che entrambe le
parti del
contendere, almeno per come la faccenda è stata impostata in
America,
sbaglino. Santo cielo! Cosa mai può succedere se due
uomini o due
donne desiderano sposarsi? Dio potrebbe disapprovare la
cosa, ma tanto
disapprova già così tante cose che sono accettate dalla legge
e
diventate ormai comuni. Secondo il Levitico "i gamberi sono un
abominio" ma a nessuno viene in mente di proibirli dalla cucina
marinara. I Corinti 11,14 dice che i capelli lunghi sui maschi siano
"ignobili" e contro natura ma a nessuno viene in mente di boicottare i
film di Steven Seagal (per quanto mi vengano in mente molte altre buone
ragioni per farlo). Ancora più rilevante per il problema che stiamo
esaminando è che il divorzio è assolutamente proibito nel Nuovo
Testamento a meno che uno dei due partner non commetta adulterio.
Ciononostante gli attivisti sociali cristiani passano regolarmente sotto
silenzio la grande liberalità delle leggi statunitensi sul divorzio.
Se
proprio qualcosa dev'essere considerato "contro la famiglia" dovrebbe
esserlo la facilità con cui ci si può divorziare, eppure non conosco
nessun gruppo cristiano negli USA che conduca una crociata perché sia
reso più difficile. Può essere che andando contro l'omosessualità si
alienano solo circa il 10% della popolazione, mentre si schierassero
contro il divorzio facile irriterebbero praticamente tutti? La cosa
non
è detto sia rilevante per il matrimonio omosessuale, ma certamente è lo
stesso degno di nota il fatto che la maggior parte delle chiese nel sud
degli USA considerasse il matrimonio interrazziale "contro natura" e
"immorale" fino ai primi anni '60 ed erano a favore delle leggi che lo
rendevano illegale. La Chiesa Olandese Riformata del Sud Africa era su
posizioni analoghe fino a poco tempo fa. Fosse stato uno un maschio
bianco e avesse voluto sposare una donna nera avrebbe dovuto andarsene
dalla cosiddetta "Bible Belt" o dal Sud Africa. Fosse stato uno un
maschio nero e avesse voluto sposare una donna bianca avrebbe rischiato
la vita. In breve, la "bussola morale" delle chiese non è molto
affidabile. La decisione sul permettere o no agli omosessuali il
diritto di sposarsi dovrebbe basarsi sul buon senso comune e sul
principio di uguaglianza. E su queste basi non vedo buone ragioni
perché i matrimoni tra persone dello stesso sesso non debbano essere
permessi.
Da un'altra parte, essendo io solo un semplice
monaco, non riesco a
capire perché gli omosessuali debbano volersi
sposare. Per amor del
cielo! Cosa c'è di così importante
nell'andare due uomini o due donne
in fondo ad una navata per prendersi un
certificato con i loro nomi
sopra? Come può rendere la loro promessa
reciproca più ferma? Perché
fare pressione sulle chiese perché
facciano una cosa che chiaramente non
vogliono fare, una cosa che va
contro le loro scritture e 2000 anni di
tradizione cristiana?
Un'ermeneutica creativa potrebbe raggirare quello
che la Bibbia dice
sull'omosessualità, la forza di volontà potrebbe
ignorarla, vaghe
disquisizioni speranzose potrebbero reinterpretarla, ma
nulla di tutto ciò
può cambiare quello che dice. E per quanto riguarda
le chiese che
celebreranno i matrimoni omosessuali, chi vorrebbe essere
un membro di
un'organizzazione che si presta a compromettere con tanta
leggerezza i
suoi antichi e solidi insegnamenti scritturali soltanto per
poter diventare
popolare? Naturalmente non tutti gli omosessuali che
vogliono sposarsi
sono religiosi. Ma a me sembra, e io sono ovviamente
solo un semplice
monaco, che [questa] gente sia spinta [a farlo] da
un'attitudine piuttosto
bambinesca del tipo: "loro ce l'hanno e allora
ne vogliamo uno anche
noi". Cosa c'è di male in un'unione civile
vincolante legalmente
riconosciuta che conferisca alla coppia tutti i
diritti, i privilegi e gli
obblighi delle coppie eterosessuali? Gli
omosessuali che vogliono
godere di un matrimonio legalmente riconosciuto
dovrebbero anche prendere in
considerazione il fatto che così facendo si
esporrebbero verosimilmente a
tutti i problemi che sorgono quando i
matrimoni convenzionali si sfasciano
(e negli Stati Uniti, nel Regno
Unito, in Australia ecc. succede ad uno su
tre): aspre procedure di
divorzio, recriminazioni reciproche, litigi sulla
proprietà e così via.
E così, quando qualcuno mi chiede cosa
ne penso dei matrimoni tra
persone dello stesso sesso (nessuno me l'ha
ancora chiesto, ma sono
pronto per quando succederà) rispondo: "Non prendo
le parti né dell'uno,
né dell'altro" (Naham ettha ekamsavado,
M.II,197).
Il celibato
Il celibato
(brahmacariya) è la pratica dell'astensione dalle
relazioni sessuali
(methuna). I monaci e le monache buddhiste devono
essere celibi, come
pure i laici quando praticano o gli otto o i dieci
precetti. Mentre il
sesso può dare una gran dose di piacere e di
gratifica emotiva può anche
stimolare un eccesso di fantasie, un
desiderio intenso, frustrazione e
agitazione fisica ed emotiva. Una
persona che stia cercando di
sviluppare la calma e la chiarezza mentale
con la meditazione potrebbe
trovare questo un ostacolo per la sua
pratica e decidere di minimizzarlo
diventando celibe, almeno per certi
periodi. Ossia, il buddhismo
propone il celibato non perché ritenga il
sesso una cosa sporca, da animali
o peccaminosa, ma per ragioni
puramente pratiche. Tuttavia, come altre
religioni in cui alcune
persone sono incoraggiate alla pratica del celibato,
il buddhismo
sottolinea il problemi della sessualità e i vantaggi del
celibato, ma ha
poco da dire riguardo i problemi del celibato.
La
prostituzione
La prostituzione è la vendita del proprio
corpo per scopi sessuali.
Tanto oggi come nell'antica India la gente
considera la prostituzione
"il più basso mezzo di sussistenza"
(antimajivaka, Mil.122). Siccome ha
che vedere con il sesso e lo
scambio di denaro, la prostituzione
concerne tanto il terzo precetto quanto
l'insegnamento del Buddha sul
Retto mezzo di sussistenza (samma
ajiva). Il problema della
prostituzione dev'essere considerato tenendo
in considerazione sia la
prostituta che il cliente. Grosso modo
possiamo dire che ci sono due
tipi di prostitute: (1) quelle obbligate a
prostituirsi dalla povertà o
dall'assenza di strutture sociali e (2) quelle
che scelgono di farlo
perché lo ritengono un modo comodo e facile di fare
soldi. Il primo
tipo di prostituta è chiamata meretrice (vesiya) o
donna di strada
(bandhakã) nelle scritture buddhiste mentre quella del
secondo tipo è
chiamata cortigiana (ganika o nagarasobhini). Lo scopo
della prima
probabilmente è solo di sopravvivere ed è quindi kammicamente
molto meno
negativo della seconda, che potrebbe essere spinta dall'avidità,
dalla
pigrizia o da una scarsa autostima. La prima non è
volontariamente
coinvolta nell'erroneo mezzo di sussistenza, ma la seconda
chiaramente si.
Che dire dei clienti? I clienti della
prostituta del primo tipo
decisamente infrangono sia il primo [vedasi il
primo articolo sul
vegetarianismo, NdT] che il terzo precetto perché
sfruttano sessualmente
un'altra persona, avvantaggiandosi delle penose
circostanze in cui si
ritrova. I clienti del secondo tipo potrebbero
forse non infrangere il
terzo precetto, ma è difficile ritenerli intenti ad
un'attività
destinata a procuragli benefici spirituali. In generale la
prostituzione è un'occupazione squallida e non edificante, e un
buddhista onesto non dovrebbe restarne invischiato.
Una
delle sostenitrici del Buddha era una donna chiamata Ambapali,
una ricca
cortigiana di Vesali che ad un certo punto rinunciò al suo
mestiere per
diventare monaca (D.II,95). Nelle scritture leggiamo di
prostitute che
facevano pagare 500 o persino 1000 monete per una notte
in loro compagnia
(Vin.I,268-9).
L'omosessualità
L'omosessualità
è la tendenza a sentirsi sessualmente attratti verso
persone dello stesso
genere, piuttosto che di quello opposto. Secondo
le antiche concezioni
indiane gli omosessuali erano considerati
semplicemente come esseri della
"terza natura" (trtiya prakti) piuttosto
che dei pervertiti, deviati oppure
malati. Mettendo l'accento sulla
psicologia e la correlazione di causa
ed effetto il buddhismo giudica
gli atti, inclusi quelli sessuali,
principalmente a partire
dall'intenzione (cetana) che vi è dietro e dagli
effetti che hanno. Un
atto sessuale motivato dall'amore, dalla
reciprocità e dal desiderio di
dare e condividere sarebbe giudicato positivo
qualsiasi sia il genere
delle due persone coinvolte. Per cui
l'omosessualità come tale non è
considerata immorale nel buddhismo o
contraria al terzo precetto, per
quanto non è sempre così che la veda la
gente dei paesi di tradizione
buddhista. Se un omosessuale evita la
sensualità e la licenziosità
della cosiddetta "scena gay" e intrattiene una
relazione d'amore con
un'altra persona, non c'è ragione di non considerarlo
o considerarla un
onesto/a praticante del buddhismo e di godere di tutte le
benedizioni
della vita buddhista.
Nessuno dei codici di
legge dei paesi di tradizione buddhista
criminalizza l'omosessualità per se,
per quanto naturalmente siano
previste pene per lo stupro omosessuale e atti
omosessuali compiuti su
minorenni, proprio come ne sono previste per i reati
analoghi compiuti
da eterosessuali. Nella maggior parte dei paesi
buddhisti oggi
l'omosessualità è di solito considerata strana e risibile per
quanto non
perversa o maligna. La Thailandia, il Laos, la Cambogia, il
Vietnam, la
Mongolia, il Giappone e la Corea del sud non hanno leggi contro
l'omosessualità praticata tra adulti consenzienti. L'omosessualità è
illegale in Birmania e nello Sri Lanka soprattutto perché i loro codici
di legge sono stati redatti in parte durante l'era coloniale.
Recentemente nello Sri Lanka la pena contro l'omosessualità è stata resa
più severa per via di una sconsiderata reazione al crescente problema
del turismo sessuale nel paese.
Il Dalai Lama e
l'omosessualità
In una conferenza stampa nel 1997 il Dalai
Lama disse: "Da un punto
di vista buddhista (il sesso lesbico e gay) ... è
generalmente
considerato un'erronea condotta sessuale." Scoprì molto
presto d'essere
incappato in un campo minato rosa quando alcuni buddhisti
occidentali,
un numero rilevante dei quali è omosessuale, cominciarono ad
esprimere
ad alta voce la loro indignazione. Oltre a promuovere il
Dhamma, lo
scopo principale delle visite del Dalai Lama in occidente è
quello di
ottenere il massimo sostegno alla sua causa e per raggiungere
questo
scopo è molto importante che NON si alieni nessuno. Appena si
rese
conto di quello che aveva fatto tornò immediatamente sui suoi passi.
Convocò un incontro con i rappresentanti gay e lesbo nel quale comunicò
la sua "disponibilità a prendere in considerazione la possibilità che
alcuni insegnamenti possano essere specifici di un particolare contesto
culturale e storico". Dawa Tsering, portavoce dell'Ufficio del Tibet,
fece distribuire una dichiarazione opportunamente rassicurante e
politicamente corretta: "Sua Santità è contrario alla violenza e alla
discriminazione basata sulla tendenza sessuale. Sollecita ogni
rispetto, tolleranza, compassione e il pieno riconoscimento dei diritti
umani per tutti." Le penne arruffate si adagiarono, i buddhisti
tibetani occidentali gay se ne andarono convinti che il Dalai Lama
approvasse il loro orientamento sessuale e il Dalai Lama continuò a
credere che l'omosessualità sia sbagliata, facendo solamente attenzione
a non dirlo più in pubblico.
La verità è che per quanto
il Dalai Lama sia una delle più gentili
persone che si possa immaginare, è
anche su molte cose un tibetano
tradizionale. E la cultura
tradizionale tibetana, come la maggior parte
delle culture, ha delle idee
molto distorte e confuse
sull'omosessualità. Il buddhismo tibetano non
trae le sue idee
sull'omosessualità dai primi insegnamenti del Buddha, ma da
sutra e
sastra Mahayana, i più antichi dei quali risalgono a circa 500 anni
dopo
il Buddha. Nel frattempo i buddhisti indiani avevano subito le
influenze di diverse concezioni popolari indiane, incorporandole nel
loro concetto di Dhamma; a volte con risultati non molto felici. Una
di
tali nozioni è l'idea che gli atti sessuali possano essere giudicati
come giusti o sbagliati a seconda del "luogo, persona e orifizio." E
così avere una relazione sessuale ovunque in prossimità di un tempio o
di uno stupa è farlo nel luogo sbagliato, con chiunque non sia il
proprio coniuge è farlo con la persona sbagliata e in qualunque posto
che non sia la vagina è farlo nell'orifizio sbagliato. Ad essere
franchi, questo è un buon esempio della mentalità che enumera,
sottodivide e categorizza che ad un certo punto è diventata dominante
nel pensiero clericale buddhista. Non so quando questa strana idea si
sia evoluta, ma credo che la sua prima comparsa di cui so sia nel
Ugrapariprccha (o forse è l'Upasakashila Sutra) che potrebbe risalire a
circa il 2° secolo EC. E non ci vuole molto per vedere quanto sia
infondato dal punto di vista del Buddha. Esattamente in che modo la
legge del kamma distingue un orifizio da un altro? Altri problemi
sorgono quando ci si rende conto che molti omosessuali maschi praticano
il sesso bacinale e la masturbazione reciproca piuttosto che il sesso
penetrativo. E con quale organo sessuale le lesbiche dovrebbero
penetrare la vagina della loro compagna? È stato anche riferito che il
Dalai Lama abbia detto di trovare difficile immaginarsi la meccanica del
sesso omosessuale, dicendo che la natura abbia preparato gli organi
genitali maschili e femminili "così da renderli molto idonei ... Gli
organi [di due persone] dello stesso sesso non sono invece idonei".
Con tutto il dovuto rispetto per il Dalai Lama, e io ho il massimo
rispetto per lui, questa dichiarazione dimostra sia la sua ignoranza che
ingenuità riguardo il sesso, e potrei aggiungere anche rispetto ad
alcuni aspetti del Dhamma. Cos'avranno mai a che fare i giudizi etici
buddhisti con il fatto che due parti anatomiche si combinino insieme "in
modo appropriato" oppure no? Mi pulisco spesso l'orecchio con il mio
dito nonostante non si combini granché bene con il mio canale
auricolare. Questo vuol forse dire che accumuli kamma negativo ogni
volta che mi pulisco le orecchie? E anche la vecchia tesi "è contro
natura", è sia priva di fondamenta che irriverente per quanto riguarda
il Dhamma. Se l'omosessualità è "contro natura" allora il celibato lo
è
ancora di più e quindi i monaci Gelupa starebbero infrangendo il quinto
[sic] precetto astenendosi dal sesso. I criteri del Buddha sul giusto
e
sullo sbagliato non si basano su idee di "naturale" o "contro natura",
che sono di norma costrutti sociali, ma sull'intento dietro l'atto. Mi
dispiace dire che le idee del Dalai Lama sull'omosessualità sono sullo
stesso livello della credenza sua (e di altri tibetani) che far girare
le ruote delle preghiere [farà si che le ruote] "preghino" per te, che
l'oracolo di stato tibetano riceva messaggi dagli dei, che vedere il
berretto nero del Karmapa ti procurerà l'illuminazione entro sette vite
e nell'esistenza di divinità irate come il Dorje Shukden. In breve, è
medievale.
La pornografia
La pornografia è
l'insieme dei media intesi a suscitare sensazioni
sessuali.
Diversamente dall'erotismo la pornografia è priva di
sottigliezza e di
contenuto artistico ed è di solito percepita come
oscena. Il decidere
se il leggere o quardare contenuti pornografici
costituisca o no
un'infrazione del terzo precetto richiede che come
prima cosa si prenda in
considerazione quale effetto produce su noi stessi.
Mentre
il Buddha accettava che fosse legittimo per i laici "indulgere
e godere dei
piaceri dei sensi" (A.IV,280), ricordava anche che i
piaceri dei sensi sono
"impermanenti, vuoti, falsi, ingannatori,
illusori, un blateramento da
stolti" (M.II,261). Continuava
evidenziando che i desideri sensuali
(kama raga) siano un impedimento
alla calma e alla chiarezza mentale, che
"invadono la mente e
indeboliscono la saggezza" (A.III,63). Inoltre,
si deve pensare agli
effetti che la pornografia ha sugli altri, consistendo
oggi gran parte
della pornografia in immagini di persone. Come nel
caso della
prostituzione, alcune di queste persone potrebbero lavorare come
"modelli/e" perché permette un guadagno facile, mentre altri vi possono
essere costretti dalla povertà o dall'assenza di strutture sociali. E
così, guardare di tale materiale potrebbe rendere una persona complice
dello sfruttamento di altri e quindi essere contro il primo e il terzo
precetto. Si potrebbe forse anche prendere in considerazione un altro
fattore, la cosiddetta Regola Aurea. Ci si dovrebbe chiedere: "Come mi
sentirei fossi visto dai miei figli, da un parente o da qualcuno dei
miei amici in una rivista o in un film pornografico?"
La
masturbazione
La masturbazione (sukkavisatthi) è
l'atto di stimolare i propri
organi sessuali fino allo stadio
dell'orgasmo. Nell'epoca del Kama
Sutra la masturbazione maschile era
detta la "cattura del leone"
(simhakranta). È interessante notare come
certuni all'epoca del Buddha
credevano che la masturbazione potesse avere un
effetto terapeutico
sulla mente e sul corpo (Vin.III,109), nonostante il
Buddha fosse
fortemente in disaccordo a riguardo. La sezione Parajaka
del Vinaya
fornisce delle descripzioni piuttosto illustrative dei diversi
modi in
cui i maschi si masturbavano e riferisce di una monaca che usava un
dispositivo chiamato matthaka, probabilmente uno stimolatore vaginale
(Vin.IV,261). Nel Kama Sutra questi stimolatori sono chiamati
sahayya.
Secondo il Vinaya masturbarsi è un'infrazione
piuttosto grave per i
monaci o le monache (Vin.III,111), per quanto il
Buddha non si sia
espresso in proposito riguardo ai laici. Tuttavia il
buddhismo non ha
difficoltà ad accettare l'opinione medica contemporanea che
la
masturbazione sia un'espressione normale dell'impulso sessuale come
pure
che sia fisicamente e psicologicamente innocuo fintanto che non diventa
motivo di preoccupazione oppure arrivi a sostituirsi alle normali
relazioni sessuali. Il senso di colpa e il disgusto di sé per il
masturbarsi sono certamente più dannosi della stessa
masturbazione.
Il controllo delle nascite
Il
controllo delle nascite è la pratica tesa ad impedire che avvenga
una
nascita. Ci sono due modi di farlo, una è impedire che avvenga il
concepimento, e l'altro consiste nella distruzione del feto a un certo
stadio prima che sia nato; cioè l'aborto (gabbhapatana). Il buddhismo
insegna che la vita inizia al momento de, oppure poco dopo, il
concepimento e così considera l'aborto un genere di uccisione (M.I,265).
Impedire che il concepimento abbia luogo, sia tramite l'uso di
profilattici, pillole contraccettive, dispositivi cervicali o
spermicida, non procura l'uccisione ed è quindi moralmente neutro. Gli
antichi indiani praticavano la lavanda [vaginale] per impedire il
concepimento e facevano anche profilattici con gli intestini degli
animali.
Con questo è tutto per quanto riguarda i sesso e il
Dhamma. Ci fosse
qualche altro aspetto del tema che vi piacerebbe
discutere vi prego di
farmelo sapere e credessi di poterne dire qualcosa di
sensato lo farò.
Dal primo giorno del prossimo mese tratterò delle emozioni
positive dal
punto di vista buddhista.