Realizzazione e miracolistica, post di Alessandro Selli.
In quel pozzo di sorprese che č il Samyutta Nikāya ho trovato un sutta
che reputo molto istruttivo e idoneo a quei sognatori che cercano nei
volgarmente detti "illuminati" quel genere di superuomo iperpotente,
capace e volente di ogni fenomeno sovrannaturale che possa arrivare a
dominare e a dirigere il mondo secondo il suo volere. Un atteggiamento
considerevolmente fuori sintonia con lo scopo dell'ascesi buddhista -
l'accettazione del mondo per quello che č per poterlo trascendere, non
per cambiarlo, e l'abbandono di ogni identificazione egoica al posto
dell'esaltazione del sé. Uno scopo esecrabile, la coltivazione del
quale fa bollare l'asceta Susīma quale "ladro" da parte del Tathāgatha.
Il sutta č il "Susīma", il numero 70 della seconda parte: Nidāna-vagga
(sezione delle condizioni), capitolo VII - Mahāvagga (il capitolo
lungo). Č presente nella traduzione di Vincenzo Talamo edita dalla
Astrolabio Ubaldini dalla pagina 252 alla pagina 257. Considerata la
sua lunghezza e le numerose ripetizioni ed elenchi ossessivamente
dettagliati nonostante le cesure del traduttore, ne fornirņ un riassunto
che č una redazione personale del testo originale.
Mentre il Sublime era nel parco di Ve.luvana, il benessere di cui
godevano i suoi monaci grazie alla benevolenza che si erano guadagnati
da parte dei laici che avevano scelto di prendersi cura di loro aveva
destato l'invidia di un gruppo di asceti itineranti di altre scuole che
non godevano di altrettanto abbondanti offerte e benevolenza. Un giorno
questi asceti itineranti si riuniscono e decidono di mandare uno di
loro, Susīma, a praticare presso l'asceta Gotama perché possa
apprenderne la dottrina che avrebbe quindi insegnato a quegli asceti
itineranti. Questi, appresala, avrebbero allora potuto andare presso i
capofamiglia dei villaggi a proporre quella stessa dottrina ricavandone
la stessa devozione, benevolenza e ricche offerte ch'erano elargite ai
bhikkhu del Sublime.
Susīma si reca dal Sublime e ne ottiene il noviziato. Nella stessa
circostanza alcuni bhikkhu si recano dal Sublime per manifestargli il
loro conseguimento della suprema conoscenza con la classica espressione:
13. "Č distrutta la rinascita, č compiuta
la vita pura, č stato fatto quel che doveva
esser fatto, non ci sarą qui un'altra
esistenza; cosģ abbiamo noi realizzato".
Susīma allora va da quegli esseri realizzati e, ottenutane conferma
che abbiano veramente inteso manifestare al Sublime il loro
conseguimento della suprema conoscenza, pone loro la domanda:
17. "Allora voi, venerabili, mediante questa
conoscenza, mediante questa visione avete
conseguito i vari e multiformi poteri psichici?"
(i poteri psichici cui Susīma fa riferimento sono elencati nel potere
dell'apparire come molteplici individui, l'apparire e lo sparire
attraverso muri ed ostacoli, l'immergersi della terra come nell'acqua,
il camminare sull'acqua come sulla terra, il volare nell'aria come
uccelli, il raggiungere con la mano il sole e la luna e il disporre del
proprio corpo fino al mondo di Brahmā.)
Gli arahant ripondono a Susīma di no.
Susīma continua allora chiedendo se grazie al loro conseguimento della
suprema conoscenza abbiano ottenuto altri poteri:
* la capacitą di sentire ogni suono, vicino e lontano, umano o divino;
* la capacitą di conoscere le qualitą emotive, intellettuali e morali
e il grado di comprensione della conoscenza delle altre persone;
* la capacitą di ricordare le vite passate e le passate ere del mondo;
* la capacitą di vedere con l'occhio divino le vicissitudini e le
rinascite di ogni essere del mondo;
* la capacitą, ancora nel corpo, di liberarsi dalla forma giungendo nel
non-forma.
A tutte queste domande gli arahant rispondono sempre negativamente.
Susīma sembra allora avere uno motto d'irritazione nel quale rimprovera
agli arahant il loro dirsi dotati della suprema conoscenza quando perņ
non possiedono nessuno di tali poteri. Il dialogo di Susīma con gli
arahant termina con questa loro dichiarazione:
27. "Amico Susīma, che tu comprenda o non comprenda
noi, in veritą, siamo liberi mediante la conoscenza".
Susīma allora si reca direttamente dal Sublime e gli racconta dello
scambio che ha appena avuto con i nobili bhikkhu realizzati. Il
Tathāgatha conferma quanto hanno risposto gli arahant:
32. "Susīma, che tu comprenda o che non comprenda
prima viene la conoscenza basata sulla Dottrina
e dopo la conoscenza nell'estinzione.
Che cosa pensi, Susīma: la forma č permanente o impermanente?"
Comincia cosģ un'esposizione di tutta la dottrina della genesi
condizionata, pił dettagliata che nella gran parte degli altri sutta e
intervallata da frequenti domande rivolte a Susīma per spingerlo alla
verifica personale di ciascun passo della catena perché possa giungere
ogni volta alla stessa conclusione del Sublime:
38. "Pertanto, Susīma, qualunque forma [sensazione, percezione ecc.]
passata, futura o presente, interna o esterna,
grossolana o sottile, volgare o nobile,
lontana o vicina, ogni forma cosģ dev'essere considerata
secondo realtą con retta comprensione:
'Questo non č mio, questo non sono io, questo non č il mio Sé'".
Continua quindi il Sublime elencando i benefici che si ottengono dal
distacco da tutti tali elementi della genesi condizionata:
43. "Vedi tu, Susīma, che dalla nascita dipendono invecchiamento e morte?"
"Si, signore".
44. "Vedi tu, Susīma, che dall'esistenza dipende la nascita?".
"Si, signore".
47. "Vedi tu, Susīma, che dall'ignoranza dipendono i sa'nkhāra?".
"Si, signore".
48-50. "Vedi tu, Susīma, che dissolvendosi la nascita si dissolvono invecchiamento e morte
[...] che dissolvendosi l'ignoranza si dissolvono i sa'nkhāra?".
"Si, signore".
E qui giunge al punto:
51. "Allora tu, Susīma, mediante questa
conoscenza, mediante questa visione hai
conseguito i vari e multiformi poteri
psichici [...] e fin nel mondo di Brahmā
disponi del tuo corpo?".
"Queso no, signore".
E cosģ via per ciascuno dei poteri elencati in alto. Per ognuno
di questi Susīma, avendo compreso cosa sia la liberazione insegnata dal
Sublime, riconosce che il conseguimento della suprema conoscenza non
conduce al loro ottenimento. E il Sublime rivolge quindi a Susīma le
stesse parole che questi aveva indirizzato agli arahant per esprimere
la propria incredulitą circa l'autenticitą del loro conseguimento.
58. Allora il venerabile Susīma chinņ il capo
ai piedi del Sublime e cosģ disse: "Signore,
sono incorso in fallo come uno stolto, come
uno sviato, come un inesperto! Io che ho
intrapreso l'ascetismo in questa ben esposta
Dottrina-Disciplina secondo lo spirito della
Dottrina! Voglia il Sublime accettare il
riconoscimento del mio fallo con la promessa
di raffrenarmi in avvenire".
(l'ultima frase mi sembra essere uguale a quella che nella tradizione
theravada č entrata a far parte dei canti rituali della sera:
Kāyena vācāya va cetasā va
Buddhe kukammam pakatam mayā yam
Buddho pa.tigga.nhatu accayanta.m
Kālantare sa.mvaritu.m va buddhe
Il corpo, la parola o la mente,
Per i quali abbia commesso quale colpa nei confronti del Buddha,
Che il riconoscimento del mio fallo possa essere accettato,
Che in futuro ci si raffreni nei confronti del Buddha.)
E il Buddha a questo punto espone a Susīma la similitudine del ladro
colto in flagrante che viene condannato dal re ad essere portato, legato
e rasato, per le strade e le piazze della cittą per poi esserne condotto
fuori della porta meridionale alla decapitazione.
61. "Che cosa pensi, Susīma: quell'uomo non
sentirebbe per questo pena e dolore?".
"Certo, signore".
62. "E se quell'uomo, o Susīma, sentisse per
questo pena e dolore, a chi non arrecherebbe
un maggiore dolore, una maggiore pena, una
maggiore rovina l'avere in siffatto modo
intrapreso l'ascetismo in questa ben esposta
Dottrina-Disciplina? [2]
63. "Pertanto tu, Susīma, avendo riconosciuto
il tuo fallo, ne fai ammenda secondo la
Dottrina; noi accettiamo il riconoscimento
del tuo fallo. Questo infatti, Susīma, č un
progredire del nobile nella Disciplina: il
fatto di riconoscere un proprio fallo, di
farne ammenda secondo la Dottrina e di
raffrenarsi in futuro".
Nota del testo:
2) Susīma era entrato nell'Ordine alla maniera di un ladro, mosso cioč
dall'unico intento di conseguire i poteri psichici supernormali per
guadagnarsi l'ammirazione e la stima dei laici; intento meschino di
cui si pente quando il Buddha gli fa comprendere che la liberazione
mediante la conoscenza č il massimo bene che non ha niente a che fare
con i poteri psichici.
Cosģ ben esposto, non c'č nulla da aggiungere.