Il Dhamma della prosperità
Articolo originale di Shravasti
Dhammika.
(Monaco Theravada come evidenziato dalle sue convinzioni sul
karma.)
Non ci sono molti campi in cui il
buddhismo arrivi anche solo vicino
al successo del cristianesimo. Ma
ce n'è uno. A partire dagli anni '80
è diventata molto popolare nelle
chiese carismatiche e pentecostali una
nuova interpretazione del
cristianesimo, chiamata il vangelo della
prosperità, le cui giustificazioni
sono elaborate in quella che è detta
la teologia della
prosperità.
Il vangelo della prosperità è molto semplice:
accetta Gesù come tuo
Signore e Salvatore e diventerai ricco, molto
ricco. È una specie di
versione modernizzata e americanizzata del
culto del cargo. Per quanto
non sia neanche lontanamente tanto
brillante, pratica e promossa con
successo quanto la sua versione cristiana,
i theravadin hanno il loro
equivalente del vangelo della prosperità da
almeno mille anni. Chi
avrebbe mai pensato che i vecchi theravada
tediosi, conservatori e privi
di immaginazione sarebbero stati capaci di
primeggiare in questo campo?
Sto naturalmente parlando
dell'insegnamento theravada del merito.
Nel tipitaka il merito (/puñña/ in
pali, /bum/ in thailandese e /pin/ in
cingalese) è la gioia che si sente
quando si è fatto del bene. Nel
theravada, ma in particolar modo nel
theravada thailandese, il
significato di merito è stato gravemente mal
compreso e forse
addirittura deliberatamente distorto. Invece di
pensare al merito come
ad una qualità psicologica che deriva da un
particolare tipo di
comportamento, è finito con l'essere considerato un
oggetto o
addirittura un bene che può essere "guadagnato", "accumulato",
immagazzinato per essere usato più tardi e persino "trasferito" agli
altri. L'idea che sia possibile "trasferire" il merito ovviamente non
compare nel tipitaka[1] perché contraddice la dottrina del kamma, che
insegna che sono le proprie azioni intenzionali ad avere effetto su se
stessi e che ciascuno è responsabile di quello che fa. Inoltre
scardinerebbe l'intero principio della causalità morale. Ci si pensi.
Fosse possibile "trasferire" ad altri i risultati del bene che si fa,
dovrebbe altresi essere possibile trasferire agli altri i risultati del
male che si fa, e quindi evitarne le conseguenze. Queste erronee
comprensioni hanno avuto un effetto corrompente sulla pratica del dhamma
in Thailandia. Credo che gli antropologi chiamino il buddhismo
thailandese "il buddhismo del merito", e per delle buone ragioni. Non
sono pochi i thailandesi che ritengono questo sia l'insegnamento
fondamentale del buddhismo: prendi pure bustarelle all'ufficio,
trascorri un'ora al bar dopo il lavoro a berti qualche bicchiere di
Mekong, fermati pure alla sala di massaggio tornando a casa e il giorno
dopo dona del denaro al monaco per rimediare al cattivo kamma accumulato
il giorno prima. I thailandesi sono certamente capaci di voler aiutare
un anziano ad attraversare la strada, di perdonare un'offesa o di voler
fare visita ad malato in ospedale, ma non credono che tali azioni
"facciano merito". Si può "far merito" solamente grazie ai
monaci. I
thailandesi considerano i loro monaci come delle macchinette
a gettone:
metti la moneta, giri la manovella ed ecco che il merito finisce
nel tuo
conto corrente. "Accumula" più merito che demerito e la
prossima vita
andrà tutto bene. Come conseguenza di questa visione del
buddhismo, i
thailandesi generalmente non fanno il bene in segno di
considerazione
dell'insegnamento del Buddha, per la semplice gioia del fare
il bene o
perché è la cosa giusta da fare, ma solo per "guadagnare
merito". La
generosità (dana) è stata degradata fino a diventare un
mezzo per
ottenere qualcosa. La gente crede di poter "fare merito"
praticando
certi riti, come ricoprire di foglie d'oro le statue,
circumambulare gli
stupa e soprattutto offrendo oggetti, inclusi i soldi, ai
monaci,
piuttosto che rendendosi [moralmente] integri e praticando la virtù
nella loro vita quotidiana. Se credete questa una parodia del
theravada
thailandese, trascorrete un po' di tempo in questo
paese.
E tutto ciò nonostante l'invito del Buddha a "non
pensare che
un'azione esteriore conduca alla purezza. I retti dicono
che la purezza
non può essere ottenuta da quelli che cercano nelle cose
esteriori"
(S.I,169). Secondo il Padhana Sutta, Mara cercò di
dissuadere il Buddha
dalle sue pratiche spirituali suggerendogli piuttosto
di dedicarsi
all'insegnamento dell'"accumulo del merito" (ciyate punnam),
che è
proprio quello che i monaci thailandesi oggi insegnano ai loro
sostenitori. Il Buddha respinse questo compromesso insipido dicendo:
"Non so che farmene del merito" (Sn.428-31). Neppure quelli che
praticano il Dhamma sinceramente e profondamente ne dovrebbero sentire
il bisogno. Nell'Itivuttaka il Buddha disse: "Compiere atti meritori
con lo scopo di ottenere una buona rinascita non vale neanche la
sedicesima parte del nutrire quell'amore che libera il cuore" (It.19).
Ossia, essere amorevoli e agire con amore vale sedici volte di più del
fare merito, nonostante quest'idea non sembri ricevere alcuna attenzione
nel theravada [moderno].
Recentemente un giovane malese
è venuto a farmi visita. Mi si è
inchinato davanti, ha tirato fuori
una busta rossa con del denaro dentro
e ha detto: "Venerabile, vorrei fare
merito". Gli ho risposto: "Bene!
Allora fai il tuo lavoro
coscienziosamente, sii gentile con gli altri,
di' sempre la verità e coltiva
l'amore nel tuo cuore." Capivo dal suo
sguardo perplesso che non aveva
la più pallida idea di che cosa stessi
parlando e che aveva dovuto imparare
il suo "buddhismo" da monaci
thailandesi. La nostra conversazione che
seguì lo confermò.
Trovo interessante come la teologia della
prosperità cristiana abbia
suscitato le più forti critiche e confutazioni
dettagliate da parte di
teologi appropriatamente istruiti come pure da parte
delle principali
chiese. Ma nessuno studioso, pensatore (ce ne sono?),
monaco istruito o
laico theravadin sembra avere un qualsiasi interesse
nell'affrontare
criticamente il "Dhamma della prosperità". Mi domando
perché.
Inviato da Shravasti Dhammika.
Nota 1: Non è
esatto. Ci sono alcuni insegnamenti o racconti in cui
compare questo
concetto, invece. Ma sono da molti studiosi ritenuti
brani tardi
frutto di un'elaborazione della dottrina primitiva, nella
quale sono finite
col trovare via via più spazio concezioni popolari
tese a rendere sempre più
alla portata dei laici il progresso spirituale
(in una sua veste
semplificata) e il conseguimento del nibbana. Vedasi
in proposito il
testo: "Development of the Early Buddhist Concept of
Kamma/Karma", di James
Paul McDermott, Munshiram Manoharlal Publishers
Pvt. Ltd., New Delhi, 1984,
ristampa 2003, pagg. 35-46 (capitolo: "Kamma
nel Vinaya e nel Sutta Pitaka")
e pagg. 97-98 (capitolo: "Kamma
nell'Abhidhamma Pitaka", "Il
Kathavatthu").