Il vegetarianismo.
Una serie di sei
interventi di Shravasti Dhammika.
Il vegetarianismo I
Le tesi
buddhiste a favore del vegetarianismo.
Sono state proposte
numerosi tesi in sostegno del vegetarianismo,
quella salutista (una dieta a
base di carne causa diverse malattie),
quella biologica (gli esseri umani
non sono carnivori di natura), quella
economica (l'allevamento degli animali
è un metodo di produzione del
cibo inefficiente) e quella umana (il consumo
della carne richiede
l'uccisione di animali e ciò è crudele). Alcune
di queste tesi sono
molto deboli, altre di meno. Ma da un punto di
vista dell'etica
buddhista l'unica testi che deve essere presa in
considerazione è
l'ultima. C'è nulla nel Tipitaka pali, il più antico
documento
degl'insegnamenti del Buddha, che indichi che i buddhisti debbano
essere
vegetariani?
Da nessuna parte né nel Sutta, né
nel Vinaya o nell'Abhidhamma Pitaka
il Buddha dice che i suoi discepoli,
monaci o laici, non debbano
mangiare carne. Una volta, e a quanto
sappia solo una volta, è scritto
che abbia mangiato carne. In
A[nguttara Nikaya].III,49 si riferisce che
al Buddha fu servito sukaramamsa
con frutta jujube. Questo vocabolo può
essere tradotto con certezza
con sukara = maiale e mamsa = carne. È
importante notare come nel
Tipitaka molto raramente è specificato cosa
mangiasse il Buddha, non essendo
questo lo scopo [dei suoi rendiconti].
Nel Vinaya più volte si fa
cenno a, oppure è implicito, il mangiare
carne; ad esempio quando dice che
certi tipi di carne non devono essere
mangiati (carne di leone, si serpente,
di iena ad es.), il che implica
che altri tipi lo possono essere
(Vin.I,218-8); e [ci sono passi in cui]
il brodo di carne è consigliato come
una medicina (Vin.I,206). Tuttavia
non c'è dubbio che gran parte del
Vinaya sia successivo al Buddha, con
alcune parti che sono molto più tarde,
e così è ragionevole escludere
questi documenti dalla nostra
discussione. Difensori del vegetarianismo
buddhista come Philip Kapleu
Roshi hanno ipotizzato che il Buddha non
insegnasse il vegetarianismo ma che
che tutti i brani in proposito siano
stati cancellati dai monaci ghiotti di
carne nei secoli successivi. Non
c'è però alcuna prova che una tale
cosa sia stata fatta e la sua tesi
può essere scartata senza
ripensamenti. Insomma, il vegetarianismo non
era insegnato dal Buddha
e non faceva parte della più antica tradizione
buddhista. Il
Lankavatara Sutra, un'opera Mahayana composta nel corso
di quattro o cinque
secoli, raccoglie una lista di tesi contro il
cibarsi di carne. Molte
di queste sono incontrovertibili, la maggior
parte sono piuttosto deboli e
prive di fondamenta, ad es. si avrebbe un
cattivo odore si mangiasse
carne.
La domanda successiva è questa: può il vegetarianismo
essere
implicito oppure essere più coerente con gli insegnamenti del Buddha
in
generale? La virtù cardinale del buddhismo è di rispettare la vita.
Questo principio è scolpito nel primo precetto, di non offendere gli
esseri viventi. Uso il termine 'offendere' piuttosto che uccidere
perché in molte occasioni il Buddha specificò che non solo l'uccisione
ma anche la crudeltà e la violenza sia contemplati nel [primo] precetto.
Disse ad esempio che si è di errata condotta (adhamma) nel corpo se
si
'uccidono esseri viventi, assassina, si hanno le mani sporche di sangue,
si è dediti al colpire e alla violenza e si è senza pietà' (M.I,286).
È
chiaro che l'uccidere infrangerebbe il primo precetto, ma lo sarebbe
anche il tirare la coda al gatto, frustare un cavallo o dare un pugno in
faccia a qualcuno, per quanto queste azioni sarebbero meno gravi
dell'uccidere. E allora questo è il primo punto: (1) uccidere o essere
crudeli nei confronti di esseri viventi è contro il primo
precetto.
Che quest'autentica adesione al primo precetto
vada al di la del
diretto coinvolgimento di una persona nell'atto
dell'offesa o
dell'uccisione è chiaro negl'insegnamenti del Buddha che chi
abbia preso
sul serio il Dhamma non debba "né uccidere, né far uccidere ad
altri né
incoraggiare a che si uccida" (A.II,99). Qui il Buddha dice
molto
chiaramente che si deve tenere conto anche degli effetti indiretti e
persino remoti delle proprie azioni. E questo è il secondo punto: (2)
cercare di influenzare ed incoraggiare gli altri perché non offendano o
uccidano esseri viventi ed essere gentili nei loro confronti è un
atteggiamento coerente con il primo precetto.
Come spesso si fa
notare, il primo precetto ha due aspetti: da una
parte l'evitare di
procurare danno (varita), e dall'altro sostenere,
proteggere e promuovere la
vita dell'altro (carita, M.III,46). Questo è
il senso che racchiude la
spiegazione esaustiva che il Buddha ha dato
dei precetti quando dichiara:
'Evitando di prendere la vita, dimore
trattenendosi dal prendere la
vita. Privo sia di bastone che di spada
vive con attenzione,
gentilezza e compassione per gli esseri viventi'
(D.I,). Questo è il
terzo punto: (3) provare gentilezza e agire con
gentilezza nei confronti
degli esseri fa parte del primo precetto.
Gli insegnamenti
del Buddha sul rispetto della vita modellano diversi
altri suoi
insegnamenti, dei quali il Retto Sostentamento (samma ajiva)
è solo un
esempio. Come esempi di cattivi mezzi di sussistenza elencò
la vendita
(e/o la produzione?) delle armi, di esseri umani, di carne
(mamsavanijja),
di alcool e veleni (A.III,208). Per quanto il Buddha
non l'abbia
specificato esplicitamente è facile vedere che la ragione
perché questi
mezzi di sostentamento sono antietici è che comportano una
qualche forma di
danneggiamento o di uccisione di esseri viventi. E
quindi questo è il
quarto punto: (4) non uccidere o danneggiare esseri
viventi ed essere
gentili nei loro confronti è parte integrale di tutto
il Dhamma, non solo
del primo precetto.
Un altro degl'insegnamenti importanti
del Buddha è che le cose non
vengono ad esistere per caso o per volere di un
essere divino, ma per
via di una causa o di cause specifiche. Il più
noto esempio di ciò è
quando il Buddha descrive le cose che fanno sorgere la
sofferenza
(DII,55.). Tuttavia ci sono altri esempi di genesi
dipendente: la
sequenza di cause che fanno sorgere l'illuminazione
(S.I,29-32), gli
scontri sociali (Sn.862-77), ecc. L'uso di questo
stesso principio può
chiarire i dubbi a proposito del consumo di
carne. Gli allevatori non
crescono vacche o galline per divertimento;
lo fanno perché perché
possono guadagnarsi da vivere vendendoli ai
mattatoi. I mattatoi a loro
volta vendono la loro carne agl'impianti
di lavorazione, che la vendono
al supermercato o al macellaio locale che a
sua volta la vende al
consumatore. Ritengo che qualsiasi persona
ragionevole concorderebbe
che c'è un collegamento causale diretto e
percepibile tra l'allevatore o
il mattatoio e il consumatore. Magari
alla lontana, ma c'è. Per dirla
semplice: i macelli non abbatterebbero
animali se la gente non comprasse
carne. E quindi questo è il quinto
punto: (5) il consumo di carne è
causalmente collegato con il danno o
l'uccisione di esseri viventi e
quindi all'infrazione del primo
precetto.
Consideriamo adesso cosa implicano questi cinque
punti. Lasciando da
parte per il momento le complicazioni della
lavorazione e della
produzione industriale moderna del cibo, diamo
un'occhiata alla sua
versione semplice come sarebbe esistita al tempo del
Buddha e come
potrebbe esistere ancora in alcune nazioni in via di sviluppo
e forse in
alcune aree rurali dell'occidente. Supponiamo che al tempo
del Buddha
alcuni monaci siano stati invitati alla casa di una famiglia
devota per
mangiare e che gli sia stata servita, tra le altre cose, della
carne.
Secondo le istruzioni del Buddha nel Jivaka Sutta (M.II,369) i monaci
mangiano la carne perché non hanno né visto, né sentito né sospettato
che gli ospiti siano andati da qualcuno per chiedergli esplicitamente di
macellare un animale così che potesse essere dato in pasto ai monaci.
Mentre mangiano il loro pasto questi monaci non hanno intenti
sanguinari, né rabbia assassina, né subiscono il fascino perverso del
vedere morire una creatura. È probabile che si siano posti alcun
problema sulla provenienza del cibo o su cosa sia stato fatto per
procurarsene. Dal punto di vista della sua interpretazione di più
stretta manica, più letterale, diretta nel senso più limitativo, il
primo precetto non sarebbe così stato infranto. Ma questo punto di
vista di così stretta manica fa sorgere, almeno nella mia mente, alcune
domande scomode. (a) Per prima cosa, come abbiamo già visto, ci sono
molte ragioni di ritenere che il Buddha voleva che il primo precetto
fosse interpretato in un senso ampio e che si tenesse conto di tutto
quanto ciò implichi. (b) Forse i monaci avrebbero dovuto soppesare un
po' che cosa le loro azioni implicavano e alle loro conseguenze. Non
ha
forse detto il Buddha: 'Perciò, mentre state compiendo un'azione e dopo
averla fatta una persona deve riflettere: "Questa azione sarà a me
stesso o ad altri d'impedimento?"' (M.I,416). (c) Per quanto possano
non aver visto, sentito o sospettato che un animale sia stato ucciso
apposta per loro, i monaci devono essere stati coscienti che è stato
ucciso per gente che mangia carne, e che loro rientrano in questa
categoria. (d) Anche se il loro ruolo nella morte di una creatura è
solamente indiretto e remoto, una metta genuina spingerebbe una persona
a non voler essere stata coinvolta in questa uccisione neanche in questa
misura. Il Buddha disse che dovremmo 'sviluppare una mente senza
confini nei confronti di tutti gli esseri e [sviluppare] amore verso
tutto il mondo. Si dovrebbe sviluppare una mente sconfinata, verso
l'alto, verso il basso e nelle direzioni intermedie, senza blocchi...'
(Sn.149-50). Dire: 'Non è stato ucciso apposta per me e mentre lo
mangiavo la mia mente era piena di amore' da l'impressione che si stia
erigendo un 'blocco' all'amore genuino, da l'impressione che si stia
costringendo l'amore entro un confine.
Le conclusioni di
tutto ciò mi sembrano non lasciare scampo: una
pratica di Dhamma
intelligente e matura richiede che si sia vegetariani.
Domani [lui, mica io, NdT :-)] continuerò su questo tema e attenderò
i
vostri commenti.
Il vegetarianismo II
Il movente e la
carne.
Vivere in ossequio al Dhamma in generale e al primo
precetto in
particolare sembrerebbe richiedere l'essere vegetariani.
Non tutti la
pensano così e la maggior parte dei theravadin e quasi tutti i
vajrayana
non li interpretano in questo modo. Oggi vorrei esaminare i
moventi
della pratica dei precetti e vedere come questo possa essere
rilevante
nel problema del mangiare carne e del
vegetarianismo.
Il Buddha dette tre ragioni sul perché si
debba intraprendere
seriamente la disciplina
etica.
1. La prima è per evitare gli effetti negativi
delle cattive azioni,
spesso chiamato 'cattivo kamma' ma più correttamente
'cattivo vipaka'.
A ciò il Buddha fa riferimento un gran numero di volte ed
è l'unico dei
tre moventi cui si fa mai cenno negli insegnamenti
tradizionali
theravada, il che fa sorgere la critica, piuttosto verace, che
il
theravada sia egoista.
2. La seconda ragione è che
seguire i precetti getta le fondamenta
di qualità positive quali il
contenersi, la consapevolezza, la limpidità
mentale, la felicità dell'avere
una coscienza pulita (anavaja sukha,
Digha Nikaya I) e che conduce al bene
ultimo, il Nirvana.
3. E la terza ragione è l'amore e la
premura per gli altri.
Evito di uccidere gli altri perché ho
a cuore il loro benessere, non
rubo agli altri perché bado alla loro
proprietà, non li sfrutto
sessualmente perché rispetto la loro dignità e il
loro diritto di
scegliere, non gli mento perché rispetto il loro diritto di
ricevere e
di sapere la verità, e non mi intossico perché quando li incontro
voglio
che si instauri una comunicazione sensata tra di noi. In breve,
la
fedeltà ai precetti è un atto di amore, non solo nei confronti della
persona con cui ho direttamente a che fare, ma della comunità nel senso
più ampio. Il Buddha sottolineò questo punto quando disse che le rette
azioni esprimono un genere di considerazione o di presenza mentale
(saraniya) nei confronti degli altri che conduce all'"amore, rispetto,
considerazione gentile, armonia e pace" (... piyakarana garukarana
sangahaya avivadaya samaggiya ..., Anguttara Nikaya III, 289). Perché
non ci siano dubbi su cosa il Buddha abbia detto in questa circostanza,
piya = amore, affetto; karana = produrre, causare; garu = rispetto,
stima; sangaha = compartecipazione, unità, reciprocità; avivada =
assenza di contesa, armonia; samagga = pace, concordia.
Quelli che non accettano il fatto che mangiare carne crei kamma
negativo non
dovrebbero avere problemi riguardo il mangiare carne. Si
sentissero di
poter sviluppare buone qualità come la pazienza, la
determinazione, la
presenza mentale, la generosità, il coraggio e
l'onestà mentre seguono un
regime alimentare con carne, lo stesso non
dovrebbero preoccuparsi di
farlo. Ma chiunque senta una genuina
ispirazione allo sviluppo di un
amore e di una gentilezza estesi verso
gli altri, tutti gli altri (e il
Buddha disse che dovremmo), dovrebbe
sentirsi a disagio riguardo l'avere in
qualche modo a che fare con il
modo in cui gli animali sono uccisi. Il
sapersi parte di una catena che
conduce al verificarsi di cose molto brutte
(e non voglio farvi
banchettare con gli orrori dei mattatoi) deve farli
sentire a disagio.
Dovrebbe dare la motivazione ad un buddhista attento
almeno di tentare
di fare qualcosa a proposito di questa crudeltà; e il
minimo che uno
possa fare è di non essere un anello della catena astenendosi
dal
mangiare carne.
Domani vi proporrò un autentico
dilemma. Rimanete sintonizzati.
Il vegetarianismo III
L'ultimo
anello della catena.
Eccovi il dilemma. Abbiamo detto
in precedenza che si può
identificare un collegamento causale(*) tra il
mangiare carne e
l'uccisione di animali. Oggigiorno ci sono molte
persone tra questi due
poli: i preparatori, gl'imballatori, i distributori
ecc., ma sia nella
sua versione più semplice che in quella più complessa i
tre principali
attori sono: (1) il macellaio, colui che materialmente fa
passare il
coltello attraverso la gola degli animali; (2) l'intermediario
che vende
la carne e (3) il cliente, la persona che compra e consuma la
carne.
Ora, la ragione perché il Buddha elencò i macellai, i cacciatori, i
pescatori ecc. come persone che non praticano il Dhamma (A. III, 207) è
ovvia. Ma è interessante notare che da nessuna parte il Buddha
completa
quella che sembra la conclusione logica della lista inserendoci il
terzo
ed ultimo anello della catena, l'acquirente e consumatore.
Perché?
C'è un altro dilemma per voi. Il Buddha disse
che i suoi discepoli
laici dovrebbero evitare di sostentarsi praticando
cinque tipi di
commercio (vanijja); questi sono il commercio di armi
(sattha), di
esseri umani (satta), di carne (mamsa), di alcool (majja) e di
veleni
(visa, A. III 208). Per quanto sembri tutto abbastanza chiaro,
guardarlo un po' più attentamente potrebbe essere rilevante per quanto
riguarda il consumo della carne. Perché il commerciare in queste cose
è
sbagliato, dannoso o kammicamente negativo? Prendiamo in
considerazione
il commercio delle armi. Quando il fabbro forgia
l'acciaio per farne
una spada è improbabile che alberghi intenti malvagi,
probabilmente è
occupato dalla lavorazione del suo acciaio e sicuramente non
uccide
nessuno. Il commerciante di armi che vende la spada parimenti
non
uccide nessuno. E allora perché il Buddha considerò il commercio
delle
armi un'errato mezzo di sussistenza? Ovviamente perché le armi,
così
come i veleni, rendono possibile l'uccidere. Il trafficante di
armi si
colloca al centro di una catena che potrebbe condurre all'uccisione
di
qualcuno anche se lui stesso non ha ucciso nessuno. Ora, se
invertiamo
questa sequenza e l'applichiamo al mangiare carne, allora
sicuramente se
ne dovrebbe trarre la stessa conclusione;
A, spadaio -
B, commerciante di armi = C, acquirente e uccisione;
C, mangiare carne - B,
venditore di carne - A, macellaio e uccisione.
Perché in
entrambi questi casi il Buddha ha tralasciato uno degli
anelli chiave della
catena? Sarei interessato di ricevere i vostri
commenti e pensieri in
proposito.
Domani mi toglierò i guanti di pelle, restate
sintonizzati. Oh no!
Aspettate! Ora che sto cercando di
diventare vegetariano e che cerco di
essere coerente nella pratica di non
nuocere a nessuno non mi metto più
i guanti di pelle.
Il
vegetarianismo IV
Alcuni problemi sull'essere
vegetariani.
Una delle ragioni per cui solo recentemente
sono diventato
vegetariano (e ancora adesso non al 100%) è l'ipocrisia e
l'incoerenza
che ho osservato tra tanti vegetariani. La coscienza di
questo stato di
fatto e l'irritazione che mi causava mi hanno impedito di
vedere la
coerenza intelligente e premurosa che il vegetarianismo ha con il
Dhamma. Nel 1996, quando ho visitato Hong Kong e Taiwan, sono stato in
molti monasteri cinesi Mahayana. Ero sempre accolto con la più grande
cortesia ma, inevitabilmente, l'argomento dell'alimentazione prima o poi
affiorava. Com'è tipico dei vegetariani i miei ospiti erano
fissati
con il cibo e più o meno l'unica cosa che sapevano del Theravada è
che i
theravadin mangiano carne. Quando mi chiedevano, come prima o
poi
succedeva sempre, "Sei vegetariano?", rispondevo con sincerità: "No, non
lo sono. Ma fintanto che sarò qui (Hong Kong o Taiwan), aderirò alla
vostra disciplina". La risposta era spesso accompagnata da una lunga,
solitamente cortese ma alcune volte rimbrottosa, predica su come non sia
compassionevole mangiare carne. Mentre mi si facevano scodinzolare
dita
davanti alla faccia non riuscivo a non notare come quasi tutti i miei
ospiti vestissero abiti di seta e guarda caso so che si devono bollire
vivi circa 50 bachi da seta per fare un pollice quadrato [6,5 cm²] di
seta. Avevo notato anche come tutte le bandiere, i pannelli appesi
alle
pareti ecc. nelle cappelle del monastero fossero anche loro di
seta. Un
monaco mi aveva tenuto la sua predica stando seduto su quello
che poteva
essere descritto solamente come un trono, fiancheggiato da due
delle più
grandi zanne d'elefante che abbia mai visto, ognuna squisitamente e
intricatamente incisa con rappresentazioni di Kuan Yin e altri
bodhisattva. Entrambe queste zanne erano bianco-crema, segno che il
loro proprietario originale era stato macellato da pochi anni soltanto.
Un'altra cosa che avevo notato erano i
mobili. Potreste già sapere
che sul versante orientale di Taiwan corre
una catena di montagne molto
alte coperte da fitte foreste di alberi antichi
di estrema magnificenza.
Quello che probabilmente non sapete è che è
diventato di moda in
Taiwan il farsi fare mobili con il legno di questi
alberi. Un tavolo
può consistere in un'enorme sezione di un tronco
dello spessore di un
piede [30 cm] mentre le cinque o sei sedie che lo
circondano possono
essere state fatte con sezioni di tronchi più piccoli
oppure di grossi
rami. Quello che si ritiene accattivante di questo
genere di mobilio è
la superficie esterna delle lastre del tronco spesso
nodose e gli anelli
di accrescimento sulla loro superficie. Non credo
ci sia bisogno di
dire che questi mobili sono estremanente costosi, ma i
templi Taiwanesi
tendono ad essere molto, molto, molto ricchi e di solito
hanno almeno
uno o due arredi di questo genere. Un tempio
incredibilmente sontuoso
che ho visitato aveva cinque di tali arredi nella
sala degli ospiti e
uno nel vestibolo della stanza di ciascun monaco.
Un'altra cosa di cui
non-si-può-fare-a-meno che ho notato in molti templi
sono gli enormi
tronchi d'albero contorti e nodosi, a volte completi di
radici, con
scolpite raffigurazioni di Bodhidhamma o Kuan Yin. Nessuno
dei monaci
vegetariani gung-ho che ho incontrato sembrava preoccuparsi in
alcuna
maniera del loro ruolo nella decimazione delle antiche foreste
taiwanesi
solo per il possedere tali begli articoli di lusso completamente
inutili
e distruttivi.
Ma la cosa di gran lunga peggiore
che ho visto a Taiwan è
l'atteggiamento nei confronti degli animali
domestici. I taiwanesi sono
occupati nell'assorbire i valori del ceto
medio occidentale ma, come
tutti quanti sono nuovi ad un nuovo stile di
vita, non riescono ancora a
farlo in modo appropriato. Ad esempio,
tutti vogliono un ciuffotto di
cucciolotto adorabile, un gattino o un
coniglietto, ma non gli è stato
ancora insegnato cosa farne una volta che ne
hanno preso uno. Tre mesi
dopo, o quando l'animale è diventato grande
e non è più grazioso, non
gli interessa più. Questo succede in
particolar modo con i cani, che
sono spesso rinchiusi in gabbie
minuscole. Alcuni di questi cani
ingabbiati sono messi davanti al
cancello d'ingresso e così si mettono
ad abbaiare ogni volta che si avvicina
qualcuno. Ricordo che una volta
andavo con lo sguardo su e giù per
diverse strade e vedevo una di tali
gabbie davanti a quasi tutti gli
ingressi e sentivo il loro ospite
ululare di noia, abbaiare di continuo e
guaire per avere un po' di
attenzione. E com'è nelle case dei
taiwanesi di ceto medio, così è nei
monasteri taiwanesi. In un tempio
ho visto due alsaziani chiusi a
chiave in una gabbia a malapena grande
abbastanza perché potessero
girarsi su se stessi e nelle tre settimane che
sono rimasto in questo
tempio non ne sono mai stati lasciati uscire una
volta. Peggio ancora,
l'abate di questo tempio, un uomo piuttosto
formidabile, è molto noto
per essere un vociferante alfiere alla crociata in
favore di, come
potete indovinare, un vegetarianismo di stretta osservanza:
niente
latte, né prodotti animali di alcun tipo. Entrambi questi
alsaziani
soffrivano di una grave forma di rachitismo perché, essendo lui un
vegetariano, l'abate aveva imposto il suo feticismo ai suoi cani quando
erano dei cuccioli rifiutandosi di nutrirli con latte o carne, e adesso
le loro zampe erano tutte storte e curve. Questo detto, devo dire di
essere rimasto generalmente molto colpito dal vigore del buddhismo a
Taiwan e che il paese ha un movimento attivo per i diritti degli
animali. Il mio problema era solamente con il vegetarianesimo
buddhista.
Devo dire che un buon numero dei vegetariani che
ho incontrato
soffrono di un simile squilibrio: sono quasi ossessionati
dalla carne e
dal suo consumo ma non mostrano praticamente alcun interesse
per
qualsiasi altro genere di crudeltà nei confronti degli animali o
dell'ambiente di cui hanno bisogno per vivere. Per molta gente il solo
non mangiare carne è sufficiente, mentre da un punto di vista buddhista
non basta. Si può essere un vegetariano scrupoloso ed essere
sconsiderati, scortesi e indifferenti nei riguardi degli altri esseri.
Il vegetarianismo è una buona cosa, ma se non procede mano nella mano
con una considerazione compassionevole per tutti gli esseri umani e la
vita animale diventa soltanto un'altro capriccio modaiolo
alimentare.
Questo tema non è ancora stato trattato
esaustivamente e perciò ci
tornerò ancora sopra domani.
Il
vegetarianismo V
La carne nelle tradizioni buddhiste.
Vorrei ora esaminare i diversi atteggiamenti buddhisti nei confronti
del
vegetarianismo. Il quadro semplicista, gli hinayana (theravada)
mangiano carne e i mahayana no, non ha riscontro nella realtà. Sebbene
la dottrina theravada non condanni il mangiare carne il vegetarianismo è
diffuso nello Sri Lanka (per quanto ciò sia probabilmente dovuto più
all'influenza dello hinduismo che del buddhismo), ma è raro in Birmania,
Thailandia, Laos e Cambogia. Alcuni testi mahayana propugnano il
vegetarianismo, ma non tutti, e tutti i monaci e le monache e i laici
più devoti cinesi e coreani sono strettamente vegetariani. I testi
vajrayana non propugnano l'astensione dalla carne, infatti alcuni
specificamente l'approvano e addirittura la incoraggiano. Il
vegetarianismo è raro in Bhutan, Tibet, Mongolia e anche in
Giappone.
Ci sono due giustificazioni theravada in favore
del mangiare carne.
Abbiamo già trattato la tesi del "non ho visto, né
sentito né sospettato
che l'animale sia stato ucciso per me e quindi non mi
si può mettere ai
ceppi". L'altro segue questa linea di pensiero: "i
monaci ricevono
quello di cui hanno bisogno mendicando e devono mangiare
qualsiasi cosa
ricevano senza selezionare e scegliere". Come molte
cose nel theravada,
questa spiegazione della teoria ha poca somiglianza con
la realtà. La
realtà è, e probabilmente sto per rivelare un
segreto del mestiere, che
i monaci quasi sempre ricevono esattamente quello
che vogliono. Quando
il monaco medio vuole qualche cosa semplicemente
se lo compra oppure
dice ai suoi sostenitori: "Mi serve questo e
quest'altro". I monaci più
scrupolosi faranno ricorso ad accenni, ad
espressioni leggermente
modificate oppure a discorsi indiretti. In
ogni modo, i laici saranno
più che contenti di procurare ai monaci qualsiasi
cosa di cui abbiano
bisogno come pure la maggior parte delle cose che
desiderano, e se un
monaco volesse seguire un'alimentazione vegetariana lo
potrebbe fare
senza alcuna difficoltà. I theravadin tradizionalmente
non fanno uso
del terzo punto di cui nel mio articolo "Vegetarianismo I"
(provare e
comportarsi con gentilezza nei confronti degli esseri viventi fa
parte
del primo precetto) perché il theravada non insegna che una premura
efficace nei confronti degli altri abbia un valore spirituale
significativo. Analogamente i punti 2, 4 e 5 (cercare di influenzare e
di incoraggiare gli altri perché non offendano o uccidano esseri viventi
ed essere gentili nei loro confronti è un atteggiamento coerente con il
primo precetto. Non uccidere o danneggiare esseri viventi ed essere
gentili nei loro confronti è parte integrale di tutto il Dhamma, non
solo del primo precetto. il consumo di carne è causalmente[*]
collegato
con il danno o l'uccisione di esseri viventi e quindi
all'infrazione del
primo precetto) non sono inclusi nella trattazione
theravada del
dibattito tra il mangiare carne e il vegetarianismo perché la
loro
interpretazione pedante e letterale del Dhamma implica che questi punti
non siano da prendere in considerazione. Allora, per quanto riguarda
il
mangiare carne, il theravada non è ipocrita, è solamente di strette
vedute ed egoista.
Il vajrayana (userò il termine
buddhismo tibetano d'ora in poi) è
un'altra faccenda. La maggior parte
dei buddhisti tibetani, ossia
Buddha viventi, manifestazioni di Manjusri,
rimpoche e tulku inclusi,
non solo mangiano carne, ma ne consumano con
entusiasmo. Ora, quando
leggo opere di buddhismo tibetano trovo che si
cita sempre da qualche
parte il tema della compassione; così infatti
dovrebbe essere. Come per
sottolineare il suo ruolo centrale nel
vajrayana è spesso indicato non
solo come compassione, ma come maha
karuna. Molti commentari del
Bodhicariyavatara si soffermano con
emotività strappalacrime
sull'aspirazione di Santideva a rinunciare alla
propria vita per gli
altri. La pratica del paratma parivartana,
"scambiare se stessi con
glialtri" è un elemento importante nel contesto
delle pratiche di tutte
le scuole del buddhismo tibetano. Non
elaborerò oltre il punto perché
penso che possiate capire a cosa ciò
porti. Non c'è una grave
contraddizione tra l'enfasi forte e
persistente del buddhismo tibetano
sulla compassione e il fatto che mangiano
carne? Io penso che ci sia.
E così il buddhismo tibetano potrebbe non
essere di strette vedute, ma
certamente è ipocrita e incoerente riguardo
questo punto.
Alcuni anni fa stavo a Bodh Gaya e il Dalai
Lama doveva arrivare
pochi giorni dopo per impartire alcuni insegnamenti e
la città si stava
riempiendo di tibetani. Un mio amico ed io decidemmo
di andare fuori
città per quel periodo. Mentre stavamo andando in
macchina a Gaya
trovammo la strada bloccata da una mandria di un centinaio
circa tra
bufali e capre condotta da diversi mandriani. L'autista
suonò il
clacson, insinuò lentamente la macchina tra gli animali e, quando
si
trovò vicino ad uno dei mandriani, gli domandò dove stesse andando con
un tale numero di animali. "A Bodh Gaya. Sono per i lama"
rispose.
Vien da pensare che il minimo che possano fare sia di astenersi dal
mangiare carne mentre si trovano in un tale luogo sacro a ricevere
insegnamenti che quasi certamente includono appelli ad avere maha karuna
per tutti gli esseri.
Correlato a tutto ciò è
un'ipocrisia piuttosto sfacciata che prevale
e invero si protrae ancora in
quasi tutti i paesi buddhisti. i
macellai, i conciatori, i cacciatori,
i pescatori e gli uccellatori nei
paesi buddhisti procurano alla comunità i
vari prodotti animali oltre
alla carne, ma sono marginalizzati per
questo. I pescatori della costa
nello Sri Lanka erano evitati dalla
maggioranza e nessun monaco
esercitava le sue funzioni presso di loro.
Di conseguenza queste
persone furono facilmente convertite al cattolicesimo
quando arrivarono
i portoghesi. È interessante notare che i soldati,
il cui mestiere è di
uccidere esseri umani, non siamo mai stati ostracizzati
in un tale modo.
In Giappone i Buraku erano e ancora sono trattati
come dei fuori casta
perché macellavano e facevano altri lavori
"sporchi". In Tibet un
gruppo di persone (non so come fossero
chiamati. Qualcuno può
aiutarmi?) erano similmente disprezzati perché
si guadagnavano da vivere
come macellai e conciatori ed erano relegati alle
periferie delle città.
Accetterò di essere corretto su questo punto
ma credo che non fossero
neanche ammessi nei templi. È interessante
sapere che i zatteranti
erano analogamente disprezzati perché i loro
strumenti erano fatti di
pelle. Heinrich Harrer ha espresso alcuni
commenti interessanti su come
la gerarchia monastica rese la vita difficile
a questa gente mentre
beneficiava dei loro servizi. I pii birmani non
macellerebbero mai un
animale di grandi dimensioni (una mucca o un bufalo),
ma pensano che
uccidere nimali piccoli come pesci, anatre o galline vada
bene, o che
crei solo una piccola quantità di kamma negativo.
Permettono ai
musulmani di procurargli il manzo e la carne di montone e li
disprezzano
perché lo fanno.
E allora, si dirbbe che il
mangiare carne sia una faccenda con cui
tutte le scuole buddhiste devono
ancora fare i conti in un modo
intelligente, coerente e
compassionevole.
Domani sarà la volta della mia propria
strada verso il vegetarianismo.
Il vegetarianismo VI
Come
sono diventato vegetariano.
Era un sabato mattina e stavo a
Phnom Penh a camminare per il mercato
centrale alla ricerca di frutta da
comprare. Senza neanche cercarlo mi
trovai nel settore della
carne. Anche un cieco avrebbe capito che ci si
trovava in tale
settore. Il fetore era insopportabile. Polli con le
penne
bagnate e un'espressione spenta se ne stavano dentro gabbie
minuscole,
probabilmente ignari di quello che gli sarebbe presto
successo. Ma le
capre sicuramente lo sapevano. Glielo potevi leggere
negli
occhi. Ma non c'era nulla che potessero farci e se ne stavano li,
le
teste basse, rassegnate al loro fato. Carne appesa sui ganci,
coltelli
e mannaie sui taglieri e ogni cosa coperta di sangue e mosche.
Camminavo nella speranza di arrivare al settore della frutta e verdura
ma
pochi minuti dopo mi trovai la strada sbarrata da un enorme cesto
deposto
nel bel mezzo della corsia. Il cesto era pieno di polli morti e
spennati e un uomo vi era rannicchiato accanto intento a fare qualcosa
ai polli con un tubo di gomma, mentre un ragazzo stava sul lato opposto
trafficando con quello che sembrava una bombola di gas. Restai li per
un momento nel tentativo di recepire la scena che avevo davanti.
Finché
alla fine riuscii a vederci chiaro. I polli erano appena un po'
putridi, con la pelle bianco-giallastra che in alcune zone stava
diventando verde o grigia. L'uomo stava infilando un ago attaccato al
tubo di gomma un pollo dopo l'altro mentre il ragazzo pompava il
cilindro. In paesi come la Cambogia, quando la merce di un macellaio o
di un pescaiolo sta per mollare, gli pompano a volte formalina dentro
per nascondere la putrefazione e per farla durare un po' più a lungo.
L'associazione che mi si formò nella mentre tra il cibo, i polli e la
formalina, che come probabilmente sapete è usata dai necrofori per
conservare i cadaveri umani, mi rivoltò a tal punto che mi voltai per
vomitare. Un uomo dietro uno dei banchi mi vide e fu tanto cortese
dall'offrirmi un bicchiere d'acqua perché mi ci potessi sciacquare la
bocca. Quando tornai al tempio mi sentivo ancora un po' nauseato ma
non
tanto dal non poter mangiare e quando la campana del pranzo suonò andai
in sala da pranzo. Seduto al tavolo con tutti i piatti pronti sopra mi
resi immediatamente conto che il piatto del giorno era, come potete
indovinare, pollo. Appena visto ciò il mio stomaco iniziò a sentirsi
di
nuovo scombussolato e dovetti andarmene di corsa dalla sala. Questa
volta non vomitai, ma il mio appetito se n'era proprio andato. Nel
corso delle settimane successive la mia voglia di carne, di qualsiasi
carne, era sparita. Piano piano tornò, ma quando il ricordo dei polli
putridi e iniettati di formalina mi tornava in mente dovevo fare uno
sforzo cosciente per reprimerlo o perdevo l'appetito. Tre mesi dopo,
durante un breve viaggio in Australia, un amico srilanchese mi diede
alcune cose da portare a suo fratello quando sarei tornato nello Sri
Lanka. Una di queste cose era un libro dal titolo: La liberazione
degli
animali di Paul Singer. Non avevo mai sentito nulla di questo
libro e
il suo titolo non destò in me alcun interesse. Tornato nello
Sri Lanka
chiamai il fratello che disse che sarebbe passato il giorno dopo
per
ritirare le sue cose, ma non si fece vivo per tre mesi. Il libro e
le
altre cose rimasero nella mia stanza a ricordarmi silenziosamente quanto
siano approssimativi i cingalesi per quanto riguarda il mantenere gli
appuntamenti, gli incarichi, le promesse o praticamente qualsiasi cosa.
Un pomeriggio afoso, mentre me ne stavo a letto piuttosto annoiato e
senza nulla da leggere, presi il libro di Singer pensando di sfogliarlo
appena. Quel che a volte succede successe: i brani che ne lessi
m'interessarono così tanto che tornai a leggerlo dall'inizio e lo lessi
tutto in tre sedute. Mi aspettavo prendesse la solita piega dei
vegetariani, sapete: chiamare la carne 'cadavere' o 'carne marcia',
citare le opinioni di vegetariani famosi che sembrano venuti da un'altro
pianeta, lunghe descrizioni su come la carne fermenti nelle viscere e
sostenere che la popò dei vegetariani abbia un odore migliore di quella
dei mangiatori di carne. Invece Singer sviluppa la tesi del
trattamento
gentile nei confronti degli animali, incluso il non mangiarli,
in
maniera oggettiva, logica e convincente. E, guarda caso, non ha
nulla a
che fare con il gruppo estremista per i diritti degli animali
Liberazione degli Animali. Mentre seguivo le sue argomentazioni mi
scoprivo obbligato dalla loro logica ad essere d'accordo. Nel corso
della settimana o delle due settimane successive tornai a rileggere
alcuni brani del libro fino a decidermi che che chiunque voglia che
metta sia un aspetto importante della propria personalità debba
seriamente prendere in considerazione l'essere vegetariano. Come
buddhista desidero che metta domini la mia vita e allora ho preso la
decisione di astenermi dal mangiare carne. Da allora ho ridotto il mio
consumo di carne di almeno il 95%, con la forza delle abitudini di lunga
data, le circostanze o il semplice desiderio di farmi una bistecca
succulenta che si aggiudicano il restante 5%. Quindi, la mia decisione
di diventare vegetariano è maturata per effetto di tre cause: una
consapevolezza graduale del bisogno di una metta attiva (piuttosto che
passiva) in una vita buddhista, l'incidente della repulsione viscerale
della carne e quindi i ragionamenti di un filosofo che mi hanno aiutato
a vedere implicazioni delle parole del Buddha che non avevo prima preso
in considerazione. Non posso onestamente dire che sia grato al
cambogiano con i sui polli in putrefazione, ma mi sento immensamente
grato a Peter Singer. Il fatto che sia australiano non ha nulla a che
fare con la mia gratitudine.
Concludo questa panoramica
sul problema del consumo di carne, del
vegetarianismo e del Dhamma con una
domanda conclusiva. Se il
vegetarianismo è più coerente con il Dhamma,
perché il Buddha non l'ha
[esplicitamente]
approvato?