Dhamma Senza Rinascita?
Di Bhikkhu Bodhi
Buddhist Publication Society Newsletter cover essay #6 (Spring 1987)
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Seguendo l'importanza che si avverte oggi di un insegnamento
religioso che abbia rilevanza personale e che sia direttamente
verificabile, in certi circoli di Dhamma la dottrina della rinascita
di
antica pratica è divenuta oggetto di un consistente riesame.
Sebbene solo
pochi pensatori buddhisti contemporanei siano tanto audaci
da proporre che
questa dottrina sia scartata in quanto "non
scientifica", un'altra opinione
sta acquistando consensi nel ritenere
che il fatto che la rinascita sia o no
un fatto reale, questa dottrina
non ha un valore essenziale per quanto
riguarda la pratica del Dhamma
e quindi non può arrogarsi una collocazione
certa tra gli
insegnamenti buddhisti. Il Dhamma, si dice, tratta solo
del "quì e
adesso", dell'aiutarci a risolvere le nostre difficoltà con una
crescente auto-consapevolezza ed onestà interiore. Tutto il resto
del Buddhismo possiamo tralasciare quali orpelli di una cultura antica
completamente inappropriata al Dhamma della nostra era tecnologica.
Se per un momento mettiamo da parte le nostre inclinazioni
personali
e invece facciamo riferimento direttamente ai testi originali,
incappiamo nell'indiscutibile fatto che lo stesso Buddha insegnava la
rinascita e la insegnava quale un principio basilare della sua
dottrina. Visti nella loro totalità i discorsi del Buddha ci
mostrano che, ben al di là dall'essere una semplice concessione alle
credenze prevalenti al suo tempo o un'invenzione della cultura
asiatica,
la dottrina della rinascita ha un impatto formidabile
sull'intero percorso
della pratica del Dhamma, influenzando sia la
meta con la quale si
intraprende la pratica sia la motivazione con la
quale la si continua verso
il suo naturale completamento.
Lo scopo del cammino Buddhista è la liberazione dalla sofferenza,
e
il Buddha esprime con grande chiarezza il concetto che la sofferenza
dalla quale necessitiamo una liberazione è la sofferenza del legame
al
samsara, il ciclo delle ripetute nascite e morti. In verità, il
Dhamma
non si presenta in un modo tale da essere direttamente visibile
e
personalmente verificabile. Tramite ispezione delle nostre stesse
esperienze possiamo constatare che il dolore, la tensione, la paura e
l'afflizione sorgono sempre dalla nostra avidità, avversione e
ignoranza, e quindi possono essere eliminati con la rimozione di
quelle
contaminazioni. L'importanza di questo lato direttamente
visibile della
pratica del Dhamma non può essere sottovalutata,
giacché ci fornisce la
ragione di avere fiducia nell'efficacia
liberatrice del sentiero Buddhista.
Tuttavia, sminuire la dottrina
della rinascita e spiegare l'intera portata
del Dhamma come il
superamento della sofferenza mentale attraverso lo
sviluppo
dell'autocoscienza priva il Dhamma di quelle più vaste prospettive
dalle quali ha tratto la sua ampia portata e profondità. Così
facendo si corre il serio rischio di ridurlo alla fine a poco più di
un
sofisticato mezzo antico di psicoterapia umanistica.
Lo stesso Buddha ha chiaramente indicato che il problema alla radice
dell'esistenza umana non è semplicemente il fatto che siamo
vulnerabili
al dolore, alla pena e alla paura, ma che ci leghiamo con
la nostra tendenza
egoistica ad un processo autogenerante di nascita,
vecchiaia e morte nel
quale sperimentiamo le specifiche forme di
afflizione mentale. Egli ha
anche mostrato come il rischio principale
riguardo le contaminazioni
consiste nel loro ruolo causale nel
mantenere in vita il ciclo delle
rinascite. Fintanto che permangono
negli strati più profondi della
mente, ci trasportano nei cicli del
divenire nei quali spargiamo un fiume di
lacrime "più ampio delle
acque dell'oceano". Quando queste
considerazioni sono prese in
attenta considerazione si vede come la pratica
del Dhamma non mira a
procurarci una comoda riconciliazione con la nostra
presente
personalità e partecipazione al mondo ma a farci intraprendere una
lunga e complessa trasformazione interiore che sfocerà nella nostra
completa liberazione dal ciclo dell'esistenza mondana.
Sinceramente, per la maggior parte di noi la motivazione primaria
per
entrare nel cammino del Dhamma è la logorante insoddisfazione con
la routine
abitudinaria delle nostre vite non illuminate piuttosto che
una precisa
percezione dei pericoli insiti nel ciclo delle rinascite.
Tuttavia, se
seguiremo il Dhamma fino alla fine e sfruttiamo a pieno
la sua potenzialità
nel garantirci la pace e una più elevata
saggezza, è necessario per dare
motivazione alla nostra pratica
maturare al di là di ciò che ci ha indotti
all'inizio ad entrare nel
cammino. La nostra motivazione di fondo deve
crescere verso quelle
verità essenziali che ci sono state svelate dal Buddha
e,
comprendendo quelle verità, dobbiamo servircene per alimentarne la
capacità di guidarci verso il conseguimento della meta.
La nostra motivazione acquista la maturità richiesta attraverso la
coltivazione di retta visione, il primo fattore del Nobile Ottuplice
Sentiero, che così come è stato esposto dal Buddha include la
comprensione dei principi di kamma e rinascita [jati] quali fondamenti
della struttura della nostra esistenza. Sebbene la contemplazione del
momento sia la chiave per lo sviluppo della meditazione di visione
profonda, sarebbe un estremismo erroneo ritenere che la pratica del
Dhamma consista interamente nel mantenere la consapevolezza del
presente. Il sentiero Buddhista sottolinea il ruolo della saggezza
quale strumento per la liberazione, e la saggezza deve includere non
solo la penetrazione intuitiva del momento nella sua profondità
verticale, ma anche la comprensione degli orizzonti passati e futuri
entro i quali la nostra esistenza presente si sviluppa. Prendere
pienamente coscienza del principio della rinascita ci darà quella
prospettiva panoramica dalla quale possiamo avere una visione delle
nostre vite nei loro più ampî contesti e nella totalità delle reti
di
relazioni. Questo ci spronerà nel nostro impegno lungo il cammino
e ci
rivelerà il significato profondo della meta verso la quale
è orientata la
nostra pratica, la fine del ciclo delle rinascite e la
finale liberazione
della mente dalla sofferenza.