Il Buddha sofferente.
Perché il Buddha insegnava una dottrina
così tanto incentrata sulla
sofferenza? Perché la conosceva, l'aveva
vissuta fino in fondo per
tutta la sua vita, anche da asceta, anche da
illuminato, anche da
maestro di un ordine di rinuncianti, anche da insegnante
di déi e
uomini, satthā devamanussānam. Non s'ingannava più dunque
sulla sua
esistenza e natura, sul suo essere parte integrante del mondo che
non
risparmia nulla e nessuno, che ignora le barriere sia fisiche
che
mentali e dottrinali che gli uomini tentano di erigergli
contro.
Ancora neonato, con la perdita della madre. Già
bambino, con
l'assistere ai giochi violenti dei suoi amici e cugini che
compivano
crudeltà agli animali e con l'osservare la durezza del lavoro dei
campi
sia sugli uomini che sugli animali da tiro. Appena adulto, con la
presa
di coscienza della malattia, della vecchiaia e della morte come
realtà
ineludibili della vita. Fattosi asceta per trovare una via
d'uscita dal
mondo della sofferenza, con l'affanno e le paure della vita
eremitica
(Il Buddha storico, I, 10):
Per il nobile trentenne di
Kapilavatthu i primi tempi
trascorsi nella foresta furono duri. «È difficile
da
sopportare la solitudine della foresta, è difficile provare
gioia nello
stare da soli... Quando di notte me ne stavo in
questi posti
spaventevoli e terrificanti e un animale mi
sfiorava passando o un pavone
spezzava un ramo o il vento
frusciava tra le foglie, mi assalivano angoscia e
paura».
Solo poco per volta, così egli continuava il racconto al
bramino
Jāṇnussoṇi (in Majjhimanikāya, 4), gli riuscì di
superare la paura grazie
all'autodiscipIina spirituale.
Ma una cosa è vedere altre persone malate
e sofferenti, un'altra è
esserlo se stessi. Quale essere pienamente
consapevole, il Buddha non
si fa illusioni su quale sia il suo destino e
l'autentica natura del suo
corpo (Saṃyutta Nikāya V, II, 16):
8.
Appena i Sakka di Kapilavatthu se ne furono andati il
Sublime si rivolse al
venerabile Mahāmoggallāna: "Moggallāna,
rimuova l'Ordine dei bhikkhu
sonnolenza e torpore: fa' ai
bhikkhu un discorso sulla Dottrina, Moggallāna;
mi fa male la
schiena, pertanto mi distenderò".
"Sì, signore"
assentì il venerabile Moggallāna al Sublime.
9. Allora il Sublime, ripiegato
in quattro il mantello, si
distese sul fianco destro, alla maniera del leone,
un piede
sull'altro, consapevole, attento, tesa la mente al tempo
di
levarsi.
Il Maestro vive nel corpo quello che insegna come dottrina
(Saṃyutta
Nikāya IV, II, 17):
1. Così ho udito: una volta il Sublime
dimorava presso
Rājagaha, nel Parco Veḷuvana, nella Riserva degli
Scoiattoli.
2. In quella circostanza il Sublime era ammalato,
sofferente,
gravemente infermo.
3. Allora il venerabi1e Mahācunda andò da
lui, lo riverì e
sedette da parte.
4. Al venerabile Mahācunda che sedeva
da parte così disse il
Sublime: "Cunda, rammenta i fattori del
risveglio".
5. "Questi sette fattori del risvegIio, o signore, che
il
Sublime ha rettamente ilIustrato, coltivati, intensamente
praticati,
conducono alla suprema conoscenza, al perfetto
risveglio, al nibbāna
...[consapevolezza, investigazione sulla
Dottrina, energia, estasi, calma,
concentrazione ed
equanimità]".
"Certo, o Cunda! Certo, o Cunda! I fattori
de1 risveglio!".
6. Questo disse il venerabile Mahācunda, e il Maestro
approvò.
Il Sublime si levò guarito da quella malattia. Così iI
Sublime
superò quella malattia.
Ben diversa da quelle figure
idealizzate e mitizzate dei grandi
maestri delle religioni antiche appare il
Tathāgata quando deve
affrontare il fatto di non essere lui stesso diverso da
qualsiasi essere
vivente, da qualsiasi essere composto di aggregati (Saṃyutta
Nikāya IV,
IV, 41):
1. Così ho udito: una volta il Sublime dimorava
presso
Sāvatthi, nel Pubbārāma, nel Palazzo della madre di
Migāra.
2.
In quella circostanza il Sublime, ritornato un pomeriggio
dal suo ritiro,
sedeva dalla parte dell'occaso scaldandosi la
schiena ai raggi del
sole.
3. Allora il venerabile Ānanda si avvicinò al Sublime, lo
riverì e,
lisciandogli le membra con la mano, gli disse: "È
strano, signore, è
insolito, signore: attualmente il colore
della pelle del Sublime non è più
chiaro e terso [come prima];
e le sue membra sono tutte flaccide mentre prima
erano
toniche, il suo corpo è curvo e si nota un'alterazione dei
suoi
sensi: della vista, dell'udito, dell'olfatto, del gusto e
del tatto!".
4.
"È così infatti, Ānanda! La giovinezza è soggetta all'
invecchiamento, la
salute è soggetta alla malattia, la vita
è soggetta alla morte; il colore
della pelle non si mantiene a
lungo chiaro e terso, tutte le membra che già
sono state
toniche divengono flaccide, il corpo s'incurva e i sensi
si
alterano".
5. Questo disse il Sublime; e avendo il Beato detto questo
il
Maestro aggiunse:
"È uno squallore, ohimè, l'invecchiare!
La
vecchiaia è apportatrice di bruttezza;
un aspetto un tempo
affascinante
viene annientato dalla vecchiaia.
"Anche se uno vive
cento anni
non può in alcun modo evitare,
superando la morte,
che tutto
venga annientato."
E ancora, asceta anziano, stimato e riverito da
moltitudini di
persone, venerato da un ordine di asceti di cospicuo numero e
fama,
giungono le sofferenze inattese della morte dei suoi discepoli più
cari
(Saṃyutta Nikāya V, III, 14):
1. Una volta il Sublime dimorava
fra i Vajji, a Ukkacelā,
sulle rive del fiume Gaṅgā, con una gran moltitudine
di
bhikkhu, poco dopo la totale estinzione di Sāriputta e
di
Moggallāna(1).
2. In quella circostanza il Sublime sedeva
all'aperto,
circondato dall'assemblea dei bhikkhu; dopo aver
guardato
quell'adunanza silenziosa il Sublime si rivolse ai bhikkhu:
3. "O
bhikkhu, quest'assemblea mi appare come vuota;
totalmente estintisi Sāriputta
e Moggallāna quest'assemblea,
o bhikkhu, è vuota per me; e non importa in
quale regione
dimorino [adesso] Sāriputta e Mogallāna.
4. "Quelli che in
passato, o bhikkhu, furono Arahant,
Perfetti perfettamente Svegliati, anche
quei Sublimi ebbero
un'eccelsa coppia di discepoli come i miei Sāriputta
e
Moggallāna. E quelli che in futuro, o bhikkhu, saranno
Arahant, Perfetti
perfettamente Svegliati, anche quei
Sub1imi avranno un'eccelsa coppia di
discepoli come i miei
Sāriputta e Moggallāna.
5. "Portento dei discepoli,
o bhikkhu, prodigio dei
discepoli essi saranno un modello di conformità
all'
insegnamento del maestro degnamente contraccambiandolo;
saranno cari
e graditi alle quattro classi(2) e saranno
riveriti come istruttori.
Portento del Tathāgata, o bhikkhu,
prodigio del Tathāgata! Pur
essendosi totalmente estinta
una tale coppia di discepoli il Tathāgata non si
affligge né
si lamenta; e come potrebbe essere altrimenti, o bhikkhu?
Che
ciò che è nato, divenuto, prodotto, soggetto a
dissolvimento non si dissolva,
questo caso non si verifica.
6. "Come i più grandi, saldi e imponenti tronchi
d'albero si
dissolvono, così, o bhikkhu, si sono totalmente
estinti
Sāriputta e Moggallāna del grande, saldo e imponente Ordine
dei
bhikkhu. E come potrebbe essere altrimenti, o bhikkhu?
Che ciò che è nato,
divenuto, prodotto, soggetto a
dissolvimento non si dissolva, questo caso non
si verifica.
7-8. "Pertanto, o bhikkhu, dimorate facendo di voi
stessi
un'isola ... [segue ammaestramento sulla contemplazione
del
corpo]
9. "Tutti quei bhikkhu, o bhikkhu, che presentemente o
dopo
il mio trapasso dimoreranno facendo di se stessi un'isola
[...] in
null'altro rifugiati, tutti quei bhikkhu, amanti
della disciplina, vinceranno
le tenebre".
1) Due settimane dopo la morte di Sāriputta avvenuta
il
plenilunio del mese di kattikā (ottobre-novembre), era
morto anche
Moggallāna, ucciso da sicari assoldati dai
nigaṇṭa.
2) bhikkhu e
bhikkhunī, seguaci laici e seguaci laiche.
Per quanto precisi che il
Tathāgata non si affligga né si lamenti, la
sensazione emotiva del dolore per
la perdita dell' "eccelsa coppia di
discepoli", cari, graditi e riveriti
appare evidente. Il brano si apre
con una scena che trasuda il gelo dei
grandi lutti, che lascia muta
un'intera comunità e il suo maestro.
Colui che si è liberato, finanche
un Buddha, non è immune neanche dal dolore
emotivo, ma solo dalle
riverberazioni e dalle conseguenze che questo porta
con sé nelle menti
non addestrate. Non si affligge né si lamenta, ma la
cosa non lo lascia
indifferente. Nulla è più come prima, il Sangha non
è più lo stesso
dopo la dipartita dei due discepoli principali. Presto
sarebbe toccato
lo stesso anche a lui.
Dukkha, dukkha dukkha
dall'inizio alla fine. Per tutti: volgari
esseri comuni oppure eccelsi
esseri svegliati.
Pace a tutti.